domenica, 26 gennaio, 2020
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RACCONTI DI HOFFMANN (I) - regia Krzysztof Warlikowski

"I Racconti di Hoffmann", regia Krzysztof Warlikowski "I Racconti di Hoffmann", regia Krzysztof Warlikowski

musiche di Jacques Hoffenbach
Libretto: Jules Barbier
Direzione musicale: Alain Altinoglu
Regia: Krzysztof Warlikowski
Direzione coro: Martino Faggiani
Hoffmann: Eric Cutler/ Enea Scala
Olimpia-Antonia-Giulietta-Stella: Patricia Petibon/ Nicole Chevalier
La Musa: Michele Losier
Lindorf-Coppelius-Miracle- Dappertutto: Gabor Bretz
Spalanzani: Francois Piolino
Luther: Sir Willard White
Pitichinaccio/Cochenille/ Andres/Franz: Loic Felix
Schlemil/ Hermann: Yoann Debruque
Wolfram: Alexandro Fonte
Wilhelm: Byoungjin Lee
Teatro de la Monnaie, Bruxelles dal 10 doc. al 2 Genn. 2020

www.Sipario.it, 16 dicembre 2019

Eccellenti i cantanti, deludente, persino irritante, la regia. Warlikowski, come Castellucci, ha un ego smisurato. Lo tenesse per se, poco male. Ma purtroppo lo impone a cantanti e spettatori e ci si chiede perché il teatro della Monnaie continui ad affidargli una macchina ben congegnata, con cantanti, costumisti, orchestra e coro a livelli mondiali. La regia di un opera costa, a La Monnaie, intorno a 1 milione di euro. È ragionevole attendersi, per quella cifra, un lavoro più scrupoloso, possibilmente più rispettoso nei confronti dell autore dell’opera rappresentata e dello spettatore. Ma putroppo Warlikowski non è solo: è uno tra i tanti ‘metteur en scene’ che hanno perduto ogni senso della modestia, sopraffatti da un ‘protagonismo del regista’ che ormai dilaga.   
Chi ha visto la prima della Scala avrà certamente ammirato la regia di David Livermore: sobria, elegante, mai prevaricante. Il polacco, invece, non accompagna l’opera, neanche la interpreta: si sovrappone. Stravolgendola. Che senso aveva aggiungere una ventina di minuti fuori testo, recitati in inglese nel più banale linguaggio hollywoodiano? Voleva forse dire il polacco che il cinema è il genere di riferimento dell opera (e il contrario)? Che le immagini dei cantanti proiettate sullo schermo sono la loro verità, nel mondo dominato dalle immagini? Banale. E comunque valeva, un tale intento, il macchinoso e lungo detour dal libretto? E, in fin dei conti, si va a teatro per l opera o per le elucubrazioni del regista?
Richiamo sommariamente il tessuto narrativo. Il poeta Hoffmannm accompagnato dalla Musa, si reca al cabaret per incontrare la cantante Stella di cui è innamorato. Ma deve fare i conti con il misterioso e perfido Lindorf. Nell'attesa di Stella, Hoffmann racconta agli amici i suoi precedenti amori: Olimpia, Antonia e Giulietta. La prima è una bambola meccanica, la seconda una cantante condannata a morire del sottile veleno del canto e la terza una prostituta veneziana. Quando arriva Stella, Hoffmann, ubriaco, non la riconosce. E la perde per sempre.
Come si vede, ci sarebbe stata ampia materia perché Warlikowski sbrigliasse la sua immaginazione, ma restando nei suoi limiti: il passato che ingoia il presente, la bellezza che traligna nella meccanica, Hoffmann che oscilla tra Amleto e Don Giovanni... Il regista polacco non ha trovato di meglio che riproporre ancora una volta (come ha fatto già tante volte in passato) una sorta di trasposizione cinematografica di immagini al di fuori di ogni plausibile contesto.   
A salvare lo spettacolo sono stati i cantanti. Poliedrica e infaticabile la soprano, Nicole Chevalier, che interpreta quattro personaggi, dando a ciascuno una propria individualità. Magistrale, poi, per canto e recitazione nel ruolo di Olimpia, la bambola meccanica, sempre sul punto di afflosciarsi per carica esaurita. Gran voce quella di Hoffmann-Enea Scala, giovane ma già sperimentato tenore a cui manca soltanto la consacrazione al Metropolitan: voce piena, possente ma non priva di sfumature, e nello stesso tempo recitazione (e ‘body language’) dinamica e versatile. E infine gran coro, diretto dall’ormai affermatissimo maestro Faggiani.  

Attilio Moro

Ultima modifica il Venerdì, 27 Dicembre 2019 18:21

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