martedì, 20 ottobre, 2020
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NABUCCO - regia Jacob Kaufmann

Nabucco Nabucco Regia Jacob Kaufmann

dramma lirico in quattro atti
libretto: Temistocle Solera, musica: Giuseppe Verdi, maestro concertatore e direttore: Antonio Pirolli, maestro del coro: Andrea Giorgi
regia e scene: Jacob Kaufmann, costumi: Anna Biagiotti
con Carlo Guelfi / Giovanni Meoni, Claudio Di Segni / Nazzareno Antinori, Samuel Ramey / Michail Ryssov, Andrea Gruber / Natalya Tarasevich
orchestra e coro del Teatro dell’Opera
Roma, Teatro dell’Opera, dal 17 al 28 luglio 2007

Il Giornale, 17 luglio 2007
Il Tempo, 19 luglio 2007
Kaufmann rilegge il «Nabucco» pensando a Rossini

Nabucco di Giuseppe Verdi, opera epica, affresco corale, storia di popolo e primo «saggio» del Verdi maturo, nonostante la non matura età del musicista, torna alle Terme romane, suo luogo ideale di rappresentazione, con quello stesso spettacolo che vi debuttò nel 2004. La scena per il Nabucco, che la vasta platea si troverà davanti agli occhi è quella dei ruderi delle terme, più suggestiva di tante scenografie posticce: i due mastodontici propilei laterali, che un tempo delimitavano lo storico palco, sono arretrati sullo sfondo; nel mezzo archi e mura, sapientemente illuminati; avanti il palcoscenico non «invasivo». Quelle rovine suggeriscono allo spettatore, a seconda dei casi, ora la Gerusalemme, città sacra degli ebrei, ora Babilonia luogo d’esilio, dove risuonerà, carico di nostalgia per la patria lontana, il celebre Va pensiero; nell’un caso e nell’altro, con pochi attrezzi in scena: il candelabro dai sette bracci, per il tempio di Gerusalemme; per Babilonia, gli archi blu cobalto delle sue grandiose porte.
Il regista/scenografo Jacobo Kaufmann, argentino, rilegge Verdi pensando a Rossini, al suo Mosè in Egitto, opera-oratorio, modello dichiarato del Nabucco verdiano, e trasforma l’opera in un grande oratorio in costume, con i bei costumi disegnati da Anna Biagiotti. Per tutti gli ebrei, morbide tinte pastello; colori più accesi per i Babilonesi, dal re alla figlia-schiava Abigaille, ai soldati. Se lo spettacolo sarà pressoché identico, con i dovuti aggiustamenti dopo l’esperienza passata e le critiche di immobilismo rivolte al regista, diversa in tutti i ruoli appare la compagnia di canto scritturata per questo atteso ritorno.
Sul podio il giovane Antonio Pirolli. Nel ruolo principale di Nabucco arriva Carlo Guelfi, baritono dalla storia lunga e gloriosa; il ruolo di Zaccaria sarà sostenuto per quasi tutte le recite da Samuel Ramey, basso-baritono, da oltre tre decenni sulla breccia; Andrea Gruber darà voce ad Abigaille (in queste stesse settimane, nel medesimo ruolo, la Gruber canta anche all'Arena di Verona); mentre Tiziana Carraro sarà Fenena; e nel ruolo di Ismaele, infine, Claudio Di Segni.

La proiezione di sottotitoli potrebbe aiutare il pubblico di Caracalla a comprendere la vicenda ed a seguire il testo, non importa se il linguaggio del libretto di Temistocle Solera, sia antico e sovraccarico di immagini non sempre comprensibili e se a Caracalla si parli inglese, tedesco, e giapponese, oltre che italiano. Perché l’Opera non provvede?

Pietro Acquafredda

E finalmente arrivò la tanto attesa lirica tra i bastioni di Caracalla

Senza nulla togliere a concerti e balletti non c’è dubbio infatti che l’opera lirica più altisonante, nonostante gli annessi ed irrisolvibili problemi di acustica, si addica perfettamente agli imperiali spazi all’aperto e ad un pubblico turistico-vacanziero. Ma quello di Caracalla è un palcoscenico ammazzavoci che predilige i tenori eroici e i soprani drammatici di stazza vocale robusta e non poteva fare eccezione il benaugurale «Nabucco» verdiano, che riprendeva un allestimento dell’argentino Jacopo Kaufmann di pochi anni, ma quasi invecchiato di decenni. L’opera racchiude integro il genio dell’emergente don Peppino di Busseto: qualche azzeccata cabaletta, la plasticità dei cori, il tentativo di un ritratto dei personaggi se non a tutto tondo tuttavia dinamico e chiaroscurato, qualche colpo di scena melodramamaturgico da navigato uomo di teatro. Nonostante il colore si addicesse alla tinta dei ruderi superstiti, gli attori dell’azione sono parsi muoversi con impaccio nell’epica storia del popolo ebraico sulla via della libertà dal dominio assiro dell’empio e alfine convertito Nabuccodonosor. Dei due affreschi, quello individuale dell’intreccio amoroso inestricabile tra Ismaele, Fenena e la rivale Abigaille, e quello corale della contrapposizione tra popoli oppressi e popoli oppressori, è certo il secondo che coinvolge di più. L’orchestra del Teatro dell’Opera era diretta senza grandi aliti di poesia ma pur sempre con apprezzabile esperienza da Antonio Pirolli, proveniente dai ranghi dello stesso Teatro capitolino. Il cast vocale comprendeva un Carlo Guelfi (Nabucco) più abile nel tratteggio vocale che nel movimento scenico, una Andrea Gruber grintosa ma non gigantesca Abigaille, una Federica Bragaglia innocua Fenena, un generoso Claudio Di Segni nell’irruente Ismaele goffo in scena come un uovo sodo. Una vera delusione poi quello che avrebbe dovuto essere l’asso nella manica, ovvero il celebre baritono Samuel Ramey, vittorioso in mille battaglie rossiniane, qui nei panni di un irriconoscibile Zaccaria, il Gran Sacerdote ebreo, dalla voce tremula, inascoltabile. Un plauso a parte alle masse corali, dirette da Andrea Giorgi, che nell’opera costituiscono il tessuto connettivo sia musicale che drammaturgico, anche se il celeberrimo «Va pensiero» in proscenio non ha sortito quell’effetto di commozione e partecipazione che una esecuzione al chiuso più facilmente avrebbe potuto e dovuto conseguire. Una produzione in definitiva passeggera, che ha qualcosa da farsi perdonare e molto da essere migliorato.

Lorenzo Tozzi

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 10:31
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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