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ITALIANA IN ALGERI (L') - regia Francesco Esposito

L'Italiana in Algeri L'Italiana in Algeri Regia Francesco Esposito

di Gioachino Rossini
direttore: Bruno Campanella
regia e costumi: Francesco Esposito
scene: Nicola Rubertelli
luci: Giuseppe Perrella
con Simone Alberghini, Jeannette Fischer, Salvatore Grigoli, Maxim Mioronov, Marianna Pizzolato, Bruno De Simone
Napoli, Teatro di San Carlo, dal 27 settembre al 7 ottobre 2008

Il Mattino, 29 marzo 2008

L'«Italiana» e le due anime di Rossini

Uscito fuori dei giardini all'italiana della vecchia opera buffa, nell'«Italiana in Algeri» Rossini intraprende un percorso drammaturgico ignoto ai predecessori e contemporanei: lo sguardo assorto nell'ineffabile del "bello ideale", ma senza mai perdere di vista il mondo delle realtà umane. Tale duplice natura creativa si palesa qui per la prima volta in tutta la sua pienezza e sconvolgente novità. Lo stile dialogante introdotto nella «Pietra del paragone», nell'«Italiana» raggiunge una pienezza che nel «Turco» e nel «Barbiere» ritroveremo perfezionata mediante raffinati particolari da commedia di carattere, ma non più riproposta con tale primigenia, dirompente dinamica, con tale rapinosa freschezza. Nel finale primo le due anime del teatro rossiniano più che mai interagiscono, anche se, complice una celebrata pagina di Stendhal, la fortuna critica della conclamata "follia organizzata" prevarrà sino ad oscurare il rovescio della medaglia. Il quale, dopo l'ironico coro d'apertura, entra subito in gioco nell'incontro d'Isabella con Mustafà e in quello tra Isabella e Lindoro: momenti di verità teatrale, quella "parola declamata, giusta, vera" tanto ammirata da Verdi, che finirà catturata e travolta in un ensemble di collettiva, immota stupefazione, «Confusi e stupidi / incerti pendono»: nembo di un allegro temporale estivo, prossimo a scaricarsi nel famoso tourbillon onomatopeico «Nella testa ho un campanello». Apoteosi del nonsense fonetico trascinato in un assoluto delirio ludico, cadde il 1813 sulle scene del teatro veneziano di San Benedetto come meteorite proveniente da galassie sconosciute, producendo un trauma nelle facoltà percettive degli spettatori i quali, come ricorda Stendhal, «non riuscivano più a respirare e si asciugavano gli occhi». Pronto è il piano d'azione che informerà il «Barbiere», ivi compresa quell'impeccabile organizzazione formale di ampio ed articolato respiro, non ultima tra le concause che scavano il fossato tra Rossini e l'opera italiana che lo precede e lo accompagna; un portato stilistico di matrice classica, che prende peraltro le distanze dall'universo mozartiano per l'orgiastico tripudio ritmico che tutto lo permea e trascende. Quell'«estrema rapidità», quell'«assenza d'enfasi» - è sempre Stendhal a parlare - quel sorgivo e diresti vegetale impeto di giovane germoglio non ancora onusto di fronde, ma già proteso in proterva volontà dominatrice di nuovi spazi sonori, che si era profilato in «Tancredi» ed ora si avviluppa al tronco della vecchia commedia musicale sino ad inghiottirla in un rigoglio che è insieme di nuova vita e di morte. L'irruente vitalismo della partitura rossiniana, riascoltata all'Auditorium Rai di Napoli, è uscito esaltato (talora anche troppo, viste le rapide precipitose di certe strette finali) dalla direzione di Bruno Campanella alle cui sollecitazioni rispondeva un'orchestra ritemprata dalle benefiche attenzioni rivoltele da un direttore musicale quale Jeffrey Tate, che il San Carlo ha la fortuna di possedere. La lucidità scattante degli archi, la pulizia dei fiati nelle numerose sortite solistiche rispondevano mirabilmente alla sensibilità polifonica e coloristica di Campanella, evidenziando le meraviglie della scrittura di un genio ventunenne già divenuto "Astro maggiore", come lo salutò Giovanni Pacini, nel firmamento operistico italiano del tempo. Ammirevole la partecipazione del coro, diretto da Marco Ozbic, e altrettanto si dica di un cast costituito da Marianna Pizzolato, protagonista, Simone Alberghino (Mustafà), Bruno de Simone (Taddeo) e dal russo Maxim Mironov (Lindoro), recente puledro di razza della scuderia rossiniana, dalla perfetta dizione italiana e dalla bella padronanza belcantistica. Assai bene nelle parti di fianco Jeannette Fischer, Barbara di Castri e Salvatore Grigoli. Negativo, purtroppo, il discorso riguardante lo spettacolo di Francesco Esposito, che ha ridotto l'icastico realismo magico rossiniano ad un gratuito andirivieni zeppo di trovate più o meno spiritose informate a una gestualità frenetica e incoerente.

Giovanni Carli Ballola

Ultima modifica il Mercoledì, 17 Luglio 2013 22:54
La Redazione

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