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IDOMENEO - regia David Livermore

Idomeneo Idomeneo Regia David Livermore

di Wolfgang Amadeus Mozart
direttore: Tomáš Netopi
regia: David Livermore, scene: Santi Centineo, costumi: Giusi Giustino, luci: Andrea Anfossi
con Matthew Polenzani, Ruxandra Donose, Annick Massis, Eva Mei, Alessandro Liberatore
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Torino, Teatro Regio, dal 22 gennaio 16 febbraio 2010

La Stampa, 25 gennaio 2010
Povero Mozart tradito dalla regia

Idomeneo, ultima opera «tradizionale» di Mozart venticinquenne e prima «rivoluzionaria», è una miniera di musica splendida, ma ascoltarla con attenzione e goderla non è facile: richiede un’esecuzione snella, grandi contrasti, musicali e visivi, tra le pagine in stile antico d’opera seria (arie di Idomeneo, di Arbace, in parte di Idamante) e quelle modernissime nel nuovo stile mozartiano del realismo psicologico (arie di Ilia, cori drammatici, quartetto). C’è l’elemento cupo, drammatico, demoniaco nei cori dei naufraghi e in quelli della popolazione cretese falcidiata dal mostro che Nettuno invia sull’isola per punire chi non ha mantenuto un voto di sangue: cori di straordinaria potenza, che anticipano soluzioni beethoveniane. Ma c’è anche il lato festoso, decorativo, con marce, cori danzati, aperture sul paesaggio mediterraneo, inondato di sole. Che lo spettacolo del teatro Regio di Torino in prima venerdì colga questa dinamica dei contrasti, essenziale alla vitalità dell’opera, è discutibile. L’esecuzione musicale è ben condotta (tagli a parte) da Tomás Netopil: scorre liscia e con una certa alacrità, ma la ricchezza dell’orchestrazione mozartiana resta un po’ in secondo piano. I cantanti sono di buon livello medio: Eva Mei come Elettra è più a proprio agio nell’aria tenera del secondo atto che in quelle furiose del primo e del terzo; Annick Massis interpreta con garbo Ilia, primo vero personaggio mozartiano; Ruxandra Donose è un attendibile Idamante, Matthew Polenzani spicca per vigore e commozione nella parte di Idomeneo, ma è un poco in difficoltà nelle difficilissime colorature della seconda aria. Idomeneo, la più grande opera seria di tutto il Settecento, è un tranello per i registi, che tendono a unificare, invece che a differenziare. Ci casca pure lo spettacolo di Davide Livermore, autore di altre splendide regie, che, con le scene di Santi Centineo e i costumi di Giusi Giustino, sottolinea qui esclusivamente il lato tragico: la scena, tristissima, è occupata da relitti: un tempio crollato, un letto con baldacchino fluttuante al vento, una vecchia automobile, un lampione, una tv, e poi frammenti di architetture, cadaveri o fantasmi che ogni tanto si rialzano e così via. Il mare è una scatola grigio-azzurra, con gocce sparse d’effetto acquatico; i movimenti sono ora realistici, ora simbolici, a scatti, variamente geometrici. Ci sono momenti suggestivi, ma nell’assieme l’uniformità dell’impianto confonde l’azione e schiaccia l’opera sotto una cappa soffocante; soprattutto nei cori drammatici la gente si muove sempre allo stesso modo, senza far capire la differenza tra i naufraghi, la folla che fugge, quella che festeggia, i prigionieri che ringraziano, i marinai che salpano. Quanto alla scenografia, non si vedono o non si capiscono i diversi ambienti: la spiaggia del naufragio, lo sbarco dei guerrieri, il porto con le navi in pieno sole, la tempesta, il mostro che esce dal mare, il meraviglioso giardino, il tempio di Nettuno, il palazzo reale si perdono, annullando così quasi del tutto il senso del contrasto che ha impegnato il giovane Mozart in spasmodiche ricerche per dinamizzare il libretto di Varesco Ma l’effetto generale, evidentemente, non manca, se il pubblico, alla fine, applaude, ma con misura.

Paolo Gallarati

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 08:23
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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