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ELISIR D'AMORE (L') - regia Daniele Menghini

"L’elisir d’amore", regia Daniele Menghini. Foto Roberto Ricci "L’elisir d’amore", regia Daniele Menghini. Foto Roberto Ricci

Musica di Gaetano Donizetti
Libretto di Felice Romani
Adina: Nina Minasyan
Nemorino: Gillen Munguia (domenica 10 marzo); Galeano Salas (martedì 12 marzo) - Francesco Meli al debutto
Belcore: Lodovico Filippo Ravizza
Dulcamara: Roberto de Candia
Giannetta: Yulia Tkcheenko 
Maestro concertatore e direttore: Sesto Quatrini
Regia: Daniele Menghini
Scene: Davide Signorini
Costumi: Nika Campisi
Luci: Gianni Bertoli
Burattini: I burattini dei Ferrari
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro del Coro: Martino Faggiani 
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con il Teatro Regio di Torino
Visto al Teatro Regio di Parma il 10 e il 12 marzo 2024

www.Sipario.it, 31 marzo 2024

Grandissimo, unanime successo al Teatro Regio di Parma, coproduzione con Torino
Per la regia d’alto pensiero di Daniele Menghini “L’elisir d’amore” di Donizetti, bravissimi tutti
Marionette, burattini, pupi: è di scena il teatro di figura 
Nemorino/ Pinocchio: metamorfosi d’allegria in atmosfere perturbanti

Si apre su un ampio laboratorio di creature inanimate “L’elisir d’amore” al debutto presso il Teatro Regio di Parma, regia di Daniele Menghini: s’inizia volentieri dalla messa in scena - anticipando magari un “bravi tutti” di rassicurazione - perché si avverte dominante il pensiero interpretativo di quest’opera su un piano profondo che, pur nell’estrema cura di ogni aspetto, per musica e canto, eccellente l’accordo con l’orchestra, tende a dare prima di tutto forma di senso a ogni elemento e all’insieme per movimenti, costumi, ritmo, colore, folle di burattini/ pupi/ automi. Non un’immersione dell’opera di Donizetti/ Romani semplicemente in nuovi contesti, quanto la ricerca di un mondo dove parole e stati d’animo, note e sfumature emotive possano trovare un sentimento d’unità nel sottotesto del protagonista che si traduce in gesti, azioni, scelte esistenziali. Senza confini di tempo. Nemorino, per esempio, si sdraierà nella prima parte su una sorta di pagliericcio ascoltando musica in cuffia, aperto a terra il computer, alle spalle un frigorifero, una sorta di condizione emarginata, che potrebbe però essere anche quella di uno studente particolarmente timido, spaventato dal mondo che lo circonda, lui vestito semplicemente, l’ingresso tra la gente, attraversata la platea. Complessivamente sembra comunque sovrastare un ottocento popolare, fiabesco, onirico, il secolo di Donizetti e Collodi (già: coinvolto anche lui), dei burattinai e degli imbonitori in piazza (il travolgente Dulcamara), con continui slittamenti, che però non solo non disturbano ma arricchiscono l’insieme, così pare derivare da “Blade runner” la prima visione, il doppio di Adina sotto la plastica, ma hanno parrucche settecentesche alcuni dei replicanti, a ricordare forse la passione di quel secolo per gli automi. 
Sono pupi Tristano e Isotta mentre canta Adina la loro tragica storia, incompleti nelle loro divise i soldati: accade agli artigiani con troppi impegni di fare alcuni lavori in modo affrettato, specie quelli in serie, quando l’effetto vale per l’insieme (ma non accade così anche nei sogni tanto spesso pieni di lacune?). Il primo coro scende dalla gradinata, marionette in qualche modo libere malgrado i fili che le sostengono e dovrebbero guidarle. Fumo dal calice che contiene l’elisir nel momento della citazione narrativa, forse visioni nel sonno di Nemorino quelle creature che si girano di spalle al suo (apparente?) risveglio. Difficile spesso definire i confini tra vero e finto, sogno e realtà: in fondo il ragazzo intona “Quant’è bella quant’è cara” proprio alla bambola / scultura nata dalle sue mani. E’ la copia dell’Adina di cui è innamorato o è il suo stesso sentimento a darle il soffio vitale, come Geppetto con Pinocchio?: così si vince la solitudine, quel sentirsi inadeguati per cui si preferisce vivere isolati, lontani dalla realtà?  Ma Otto Rank ricorda come il doppio - il sosia, il rispecchiamento di sé - sia elemento perturbante, che procura angoscia e avvicina alla morte. Così accadrà con quei conigli che si concretizzeranno in scena dall’opera di Collodi, lì pronti con la bara. Mentre si avvicina il pensiero della guerra. 
Molto curati i movimenti, collettivi, ma anche dei singoli, per gli automi e per coloro che dovrebbero essere marionette. Bravissimi anche i cantanti nell’agire sciolti, intensi, così come per le voci. Tanta la segatura intorno. Portati più volte in scena grossi ciocchi di legna. Numerose sempre le controscene, una narratività felicemente “complicata” su più piani. Diverse le situazioni buffe, come per i militari che paiono i giocattoli che si animano da soli: così in molte favole. E Belcore, “Paride vezzoso”, entra in scena con un gran cimiero, uno scudo dorato e un pettorale dalle ben sagomate forme muscolose, afferrata quindi una lunga lancia: <cede a Marte, dio guerriero, / sin la madre dell’Amor”. E’ anche Belcore creatura giocattolo di Nemorino? Lo sta rendendo lui così ridicolo? In fondo siamo sempre nel suo laboratorio (o nel suo sogno? un subconscio assai creativo…). E’ ancora lui dunque a far dire ad Adina che lei non ha fretta di sposarsi, mentre allontana con gesto brusco quel velo che le pongono sul capo? E’ Nemorino qui il regista? O mentre ironizza su Belcore intanto s’immagina di essere lui quel soldato che corteggia spudoratamente la donna così tanto amata? I soldati lo aiutano a indossare gli orpelli di Belcore, elmo, scudo e lancia, sulla spalla quel velo che tanto significa per lui: così (ridicolo? capace di autoironia?) salirà sulla pedana provando a sperimentare un po’ di sicurezza. 
Lasciando però poi cadere ogni cosa nel confronto con l’amata, loro due soli: resta Nemorino con la sua fragilità, si butta su quella misera branda, non vuole ascoltare il consiglio di seguire quello zio malato che potrebbe lasciargli una buona eredità. Vano il suo amore: essere “mobile e infedel” è proprio della natura di Adina. Scendono su quel dialogo, che svela comunque una sorta d’intimità, delle candide nuvolette, come per un cambio scena nel teatro di figura. Servitori lavano intanto il pavimento con secchi argentei e mocio - e se “chiodo scaccia chiodo” qualcuno ne martella uno su un’asticella di legno del fondale scuro: gli automi stanno imparando i gesti degli umani? Alcuni soldati solidarizzano, si divertono con Adina, folleggiano, fumano, mentre Nemorino cerca di scacciarli: un inizio di ribellione? Non pensava Gordon Craig che fosse preferibile per il regista/ autore avere delle marionette in scena, senza che la vita disturbi i corretti movimenti dell’azione? Ma se Hal aveva voluto prendere il potere nel film di Kubrick, qui questi androidi soldato sembra che abbiano soprattutto voglia di scherzare, di sperimentare l’esistenza umana in forma ilare, leggera, creature “in licenza”.
Belli anche i costumi, tutti diversi ma su tinte comuni, preferibilmente chiare, abiti fantasiosi, bizzarri, come in una bottega per bambole con poche stoffe e molto estro, particolarmente originale quello di Dulcamara, la sua merce anche all’interno del mantello: apparirà sul palcoscenico del Theatrali Attioni, grande scritta in alto di sapore antico, mentre scendono delle quinte/ sipario ai lati, tante le lucette geometriche intorno. Sulla fronte ha un bel rigonfiamento rosso Dulcamara, proprio come Bargnocla, la maschera/ burattino nata a Parma, che qui si muoverà alle spalle come doppio (un altro? ce ne sono molti). Sopra l’insegna i marionettisti: sì, non si può restare quieti, tutto si moltiplica in una sorta di ilare disorientamento. Ecco i figuranti, tutti con un burattino tenuto alto in una mano, ballare insieme in un bel ritmo scherzoso mentre canta Dulcamara che allegramente pubblicizza i suoi prodotti strepitosi. Scende velocemente Nemorino: sì, ha i soldi, può chiedere l’elisir, portato in scena il gran baule delle pozioni portentose. La gioia è così grande che Nemorino la condivide con uno degli automi: come un bambino con il suo gioco preferito? Resta quindi solo seduto su quel palcoscenico decisamente allegro per quell’elisir di vino e per quel po’ di sicurezza finalmente conquistata. Adina è stupita mentre gli automi mostrano di saper lavorare indipendenti portando in scena altre parti di grandi tronchi. Per nuovi fratelli?
Bellissima la scena con cui Nemorino cerca nuove conferme di sé, forse presto degno di farsi amare: dall’alto guiderà le marionette che sono Adina e Belcore, con il sergente che invano corteggerà la giovane, che più e più volte butterà lontano i fiori che le vengono offerti. Evviva: Nemorino ha il controllo della situazione! Salirà quindi su quel teatro nel teatro, tra quelle proiezioni dei suoi desideri, con lei che continua a buttar via freneticamente, come giocattolo a molla, gli omaggi di Belcore…che però apparirà realmente (ma forse non è l’avverbio giusto) e tirerà fuori la spada contro quel ridicolo rivale che pare contento del suo matrimonio. Tutti partecipano attivamente: i replicanti con una loro anima? Come certi robot in Azimov? Nemorino è segnato dalla diversità anche per l’anonimo abito scuro in mezzo a quegli abiti divertiti, dalle tinte  varie, per lo più chiare. E buio tornerà a essere lo stato d’animo di Nemorino alla scoperta del matrimonio anticipato: entrano allora i neri conigli di Pinocchio con la bara, denso, doloroso il sentimento di morte. E dentro c’è proprio la creatura collodiana, qui pupazzetto/bunraku che si avvicinerà al suo simile in carne e ossa, ugualmente ingenuo, impreparato al mondo: si arrampicherà quindi con tenerezza sulla sua spalla mentre Nemorino gli prenderà la mano, il coro diviso in due, una parte per Adina, l’altra per colui che l’ama. Forte è il sentimento di vendetta di Adina che aveva visto il suo spasimante ridere felice all’idea della sua unione con Belcore, “me l’hai da pagar”. Sarà quindi lei a iniziare a fare a pezzi Pinocchio strappandogli la testa, poi sconnesso del tutto in una sorta di rito bacchico, una scena che corrisponde alle tante offese, derisioni e ingiurie che s’incontrano in molte versioni di “Elisir”, ora Nemorino tirato da tutte le parti, avviato alla metamorfosi in Pinocchio con giacchetta colorata e cappellino a punta. E per la fine del primo atto il sipario si chiude sulla sua solitudine, infelicissimo. 
Sì: la regia di Daniele Menghini cattura lo sguardo, moltiplica i pensieri, ma fondamentali sono naturalmente il canto, l’orchestra, l’accordo complessivo, la visione d’insieme con l’ascolto. Magnifico come sempre il coro di Parma guidato da Martino Faggiani, per le voci naturalmente, ma si è apprezzata ancora una volta anche la grande cura nei movimenti, il rigore di ciascuno e di tutti in ogni spostamento. Purtroppo non è stato possibile seguire il debutto con Francesco Meli (un trionfo!, con bis per “Una furtiva lagrima”) come Nemorino, ma più che dignitosi, sotto ogni aspetto, Gillen Munguia (domenica 10 marzo) e Galeano Salas (martedì 12 marzo), per voce e caratterizzazione del protagonista. Strepitoso il Dulcamara di Roberto de Candia, vivace Mangiafuoco/ dottore che sa incantare adulando, nascondendo/ svelando il suo intento gioiosamente truffaldino (“Ma domani di buon mattino/ ben lontan sarò di qua,/ ma silenzio, ma silenzio…”), eccellente anche il Belcore di Lodovico Filippo Ravizza, sciolto nel bel timbro di voce, abile nel tenere attoralmente la scena anche con lancia e spada. Notevoli anche Nina Minasyan/ Adina e Yulia Tkcheenko/ Giannetta. Tutto nel felice accordo con il direttore d’orchestra Sesto Quatrini. Dei costumi di Nika Campisi e delle scene di Davide Signorini si è detto: di rimarchevole bellezza, fondamentali le luci di Gianni Bertoli. Grandissimo il successo al Teatro Regio di Parma, applausi, applausi e applausi per questo spettacolo coraggioso, ricco di pensiero, tutti con un alto grado di professionalità e un bell’affiatamento che arriva, forte e fresco, in platea.
Con il secondo atto avviene un cambio radicale: qualcosa d’inquietante s’insinua definitivamente in quel mondo di pupazzi, di creature artificiali. Nemorino si riconosce in Pinocchio, povera creatura condannata a molteplici metamorfosi, ingannato, ricattato, pieno di buone intenzioni continuamente tradite in quel mondo crudele, inascoltato quando chiede protezione alla fata che dice no da quella casa di morti, “sono morta anch’io”. Solo, spaventato dagli assassini che lo inseguono, finirà impiccato, con una corda al collo “penzoloni al ramo di una grossa quercia”. E a sipario chiuso appare una strana figura umana, alta, un ampio abito femminile color turchese, che pare sintetizzare il romanzo stesso di Collodi, il colore della fata, le antenne del grillo, il lento muoversi della lumachina, quasi scivolando aderente al palcoscenico, tra le mani un frammento di burattino che sgranocchia, da cui sembra quasi abbeverarsi. Pure c’è allegria all’apertura del sipario, “cantiamo, cantiam, cantiam”, ripetono tutti insieme: iniziano i festeggiamenti per il matrimonio di Adina. Ma c’è un enorme piede tra tanta segatura, quasi un frammento di immensa statua abbattuta, e un cuore gigantesco, corroso, come mangiato in una parte, e c’è anche, al centro, una mano ciclopica, il palmo rivolto verso la platea.
C’è stata una guerra? E’ ancora in corso? Chiari gli ordini. “Partir conviene”, dice Belcore, “doman mattina”. Il conflitto era passato anche di lì? O quello era ancora solo il laboratorio di Nemorino (c’è una grande sega circolare su un lato) che sta progettando di costruire una sorta di Golem? E’ comunque tempo di festa, “per loro sian lunghi e stabili/ i giorni del piacer”. Ma mentre sale quel cuore sfregiato e s’intona la Barcarola, sotto quella mano (protettrice?, minacciosa?) lottano tra loro gli androidi, e con una certa ferocia. La fresca confusione d’allegria del primo atto è ormai altro? I burattinai della famiglia Ferrari muovono il Senator Tredenti e Nina Gondoliera che paiono tenuti dalle mani di Dulcamara, felice momento di fusione con la Commedia dell’Arte di cui i burattini da sempre si sono nutriti, qui l’ossatura di un canovaccio di tradizione, con il vecchio ricco che vuole approfittare di una giovane che però lo rifiuta, veloce l’arrivo di Zanetto. E anche il Notaro portato da Belcore è un burattino. La scena è sconnessa, segatura ovunque, le lucette ben ordinate penzolano ora malamente dall’alto - e quell’ambigua figura d’azzurro brillante vestita scorre silenziosa nella penombra. Dulcamara ha un grosso dito sottobraccio, tenuto come fosse un prosciutto, bottino del banchetto, “mi diverto con questi avanzi”.
Belcore si rende conto delle resistenze di Adina e, considerando gli incontri femminili solo un passatempo ricreativo (ah le vivandiere!), generalizza: “la donna è un animale/ stravagante davvero” - e si contornerà di burattine vezzose mentre esalta il piacere del tamburo e di Amor come un tutt’uno. Nemorino, che ha bisogno dei soldi dell’arruolamento per la nuova pozione di elisir, mostra ben maggiore consapevolezza: “ai perigli della guerra/ io so ben che esposto son”. E l’essere divorante con abito da fata (non cessa mai di mordere, succhiare) sembra rappresentare quasi la lotta armata che tutto distrugge e ingurgita. Due pupi combattono tra loro, ma con Nemorino così sofferente per dover abbandonare lo zio (allora si ricorda di lui!) e la sua terra, non c’è più divertimento per quella schermaglia antica, solo a due, con armatura. E chi si ciba, per quanto elegantemente, di braccia e gambe, resterà vicino a Nemorino mentre gli vengono prese le misure per la divisa da soldato. 
“Non deve dirsi, non si dirà”: dall’alto Giannetta informa la folla, tutta femminile, dell’eredità di Nemorino, di cui ancora bisogna conservare il segreto. Tre marionettisti guidano altrettante ballerine di rosa vestite. Ma Nemorino è ancora Pinocchio - e anche lui si troverà con le corde ai polsi, mosso da qualcuno/ qualcosa di superiore, forse solo il destino. O una serie di casi? Difficile distinguere: del resto lui considera l’elisir di Dulcamara causa di quei tanti corteggiamenti, in verità effetto del suo nuovo stato di milionario. Sembra comunque tornata l’atmosfera del primo atto, allegria, spensieratezza, ansia di vita. Scomparso quell’ambiguo essere vorace. E’ tempo per la conquista di una nuova maturità sia per Adina che per Nemorino. Il tutto rallegrato dalla sorpresa di Dulcamara: “sarei d’un filtro magico / davvero possessor?” Si sfila quelle corde Nemorino. Sente di poter agire da solo: anche lei, la sua amata, si accorgerà di lui. Si avverte  eccitazione nell’aria: “Misericordia!/ con tutto il sesso!/ Liquor eguale del mio non v’è”
Felicità, buonumore, festosità si trova anche nel duetto tra Adina e Dulcamara, di nuovo tanti burattini e controscene, con il teatro in miniatura che da marionette diviene, così ridotto, per burattini mentre di lato un automa/ servitore settecentesco cuce un costume, altri figuranti ballano. Si avverte l’ilare spensieratezza di un vicino lieto fine. Ora anche Adina sa di amare. Finito il tempo confuso della crescita. Non vuole più conquistare questo o quello: “Non saprei che far di tanti:/ il mio core un sol ne chiede”. No: non vuole un ricco e nemmeno un nobile. Vuole solo Nemorino. E non ha bisogno di alcuna pozione magica: “La ricetta è il mio visino, in quest’occhi è l’elisir”. Si riconosce una sorta di circolarità con la prima parte: il tempo dello spettacolo coincide con lo sviluppo emotivo dei due giovani, pronti entrambi a scelte più consapevoli. 
Nemorino svela la profondità dei suoi sentimenti con la struggente “Furtiva lagrima”, pronto comunque a rifiutare la libertà dall’obbligo di partire soldato se la donna non l’ama. Indossa già la divisa. La grande mano è ora su di lui in una bellissima luce dorata, ma i fili sono tutti staccati: a tratti lui li tocca e la mano ondeggia lievemente. Sì: il destino non comanda più imperiosamente, anche lui può fare sua parte, decidere in autonomia. Lei riconosce e confessa quanto lui le sia caro. Lieto fine? C’è anche il bacio e la fuga attraverso la platea. Così accade agli eroi delle fiabe: terminate le prove di coraggio possono rientrare nella vita di tutti. E anche quegli automi che all’inizio di questa scena si muovevano un po’ disarticolati, manichini/ robot, si muoveranno poi più sciolti, danzanti. Ma qualcosa resta a turbare profondamente: ecco lì presente quella figura, ora più scura, di morte. Non sgranocchia più, ma ancora è alla ricerca di banchetti per i suoi pasti. E cosa c’è di meglio per lei di una guerra? Non a caso si avvicina sempre di più a Belcore che si mostra stupito, quasi lusingato da quella presenza che ispira però anche paura, sconcerto.                            

Valeria Ottolenghi

Ultima modifica il Mercoledì, 03 Aprile 2024 04:38
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