martedì, 24 maggio, 2022
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CAPULETI E I MONTECCHI (I) - regia Adrian Noble

"I Capuleti e i Montecchi", regia Adrian Noble. Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala "I Capuleti e i Montecchi", regia Adrian Noble. Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala

Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di VINCENZO BELLINI
Prima esecuzione assoluta
Venezia Teatro La Fenice 11 marzo 1830

Nuova produzione Teatro alla Scala
Direttrice SPERANZA SCAPPUCCI
Regia ADRIAN NOBLE
Scene TOBIAS HOHEISEL
Costumi PETRA REINHARDT
Luci JEAN KALMAN e MARCO FILIBECK
Coreografia JOANNE PEARCE
Maestro d’armi MAURO PLEBANI

Giulietta LISETTE OROPESA
Romeo MARIANNE CREBASSA
Tebaldo JINXU XIAHOU
Lorenzo MICHELE PERTUSI
Capellio JONGMIN PARK
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO ALLA SCALA
Maestro del Coro ALBERTO MALAZZI
Milano, Teatro alla Scala, 30 gennaio 2022

www.Sipario.it, 1 febbraio 2022

Una festa di matrimonio interrotta dalle armi e l'odio messo a tacere dalla morte. Questa è la sintesi de 
I Capuleti e i Montecchi, capolavoro del belcanto di Vincenzo Bellini. Si metta da parte la tragedia di William Shakespeare che nella cultura italiana di inizio Ottocento era ancora poco conosciuta sebbene compaia in una traduzione del teatro shakespeariano pubblicata ancora nel 1814.La fonte del libretto di Felice Romani, utilizzata da lui stesso per la precedente composizione di Nicola Vaccaj, deriva da un percorso letterario lungo qualche secolo che ha subito la vicenda degli amanti di Verona: dalle cronache della storia veronese del sec. XIV, pubblicata intorno al 1530 da Luigi Da Poro, per passare poi nelle novelle di Matteo Bandello in pieno Rinascimento, versione che Shakespeare, capire in che modo ne sia venuto a conoscenza, trasferì nella tragedia edita alla fine del XVI sec. (1594-1596). I Capuleti e i Montecchi furono scritti da Vincenzo Bellini in fretta e furia (poco più di un mese) per una committenza del teatro La Fenice firmata ai primi di gennaio del 1830 durante le prove per la première lagunare del Pirata, a sostituzione di un opera che il teatro stesso aveva commissionata a Giovanni Pacini, che per malattia, aveva rinunciato all'incarico. Andò in scena l'11 marzo seguente. A volte la fretta permette di congegnare un capolavoro che va direttamente all'essenzialità del dramma musicale, presentandosi senza recitativi di collegamento tra le scene, quasi una sorte di collage nel suo impianto drammatico per concisione ed efficacia teatrale. L’attenzione si concentra esclusivamente sulla tragedia d’amore, imperniata intorno a un terzetto di protagonisti (Giulietta, Romeo e Tebaldo) che riscosse all’epoca della prima rappresentazione un autentico trionfo che, per bocca dell’autore stesso, eguagliò quelli raggiunti dal Pirata e dalla Straniera, pur trattandosi di una scrittura, ricca di autoprestiti che Bellini estrasse soprattutto dalla sfortunata Zaira, malamente caduta a Parma nel 1829, un anno prima dei Capuleti, su un libretto di Felice Romani che lui stesso rimaneggiò dal suo Giulietta e Romeo musicato anni prima da Nicola Vaccaj. L’attribuzione dei ruoli principali a una coppia di voci femminili (soprano e mezzosoprano) con un ruolo en travesti per la parte di Romeo la fecero diventare una novità strutturale che accentuava la giovinezza poco più che adolescenziale dei giovani protagonisti. E come allora alla prima veneziana fu successo di pubblico, così lo è stato per questa proposta del Teatro alla Scala di Milano, che si proponeva con prepotenza al pubblico per le proposte vocali iscritte in locandina; Lisette Oropesa nella parte di Giulietta e Marianne Crebassa in Romeo. Se poi si aggiunge all'ultimo momento la presenza sul podio di Speranza Scapucci, prima volta di una donna italiana alla direzione lirica alla Scala, ecco che l'attenzione passa dall'ambito della cronaca musicale all'attenzione mediatica. Il risultato è stato uno spettacolo musicalmente ben congeniato in palcoscenico, da una gestione musicale condotta dalla Scapucci con impeto e energia, senza accelerazioni di tempi, della partitura belliniana che si presenta ricca di cambiamenti improvvisi di ritmo, tra momenti lirici e improvvisi furori musicali. La Scapucci è stata capace di dare sostegno nella gestione dei tempi alle voci in palco nei loro slanci che, oltre alle due protagoniste, vedeva in scena l'autorità di Michele Pertusi nella parte di Frate Lorenzo, la voce ben impostata del tenore cinese Jinxu Xiahou, che è stato capace di delineare un Tebaldo di rabbia ma in linea con il belcanto, e Jongmin Park un cupo, anche fin troppo, Cappellio. La direzione ha dato giustamente spazio alla prestazione di Lisette Oropesa che delinea vocalmente una Giulietta malinconica, in ciò esaltata nella scena della vestizione Oh! quante volte, oh quante! con l'accurata gestione delle mezze voci, come dei filati, in maniera delicata, come delicata è la linea di canto negli acuti, penetranti ma non lanciati ad effetto nella concitazione della stretta del finale Se ogni speme è a noi rapita; sublime e rarefatta nella scena della morte ambientata in un giardino che fa molto cimitero inglese. Marianne Crebassa ha delineato un Romeo giovane energico, ed esuberante. Certo la sua voce, come timbro, risulta a tratti aspra, con qualche limite nell'estensione nelle zone più acute che ha saputo sapientemente gestire, ma che nelle parti impostate su una vocalità a lei più consona, è riuscita ad esprimere la giusta dimensione scenica resa con una linea di canto morbida e giustamente dolente. Particolare l'allestimento messo a punto dal regista Adrian Noble, tra altro direttore artistico della Royal Shakespeare Company dal 1990 al 2003, chiamato nel mondo per gli allestimenti lirici a tema shakespeariano. L'impostazione ci riporta negli anni '30 in un ambiente da Art Decò, monumentale ma astratto, fatto di praticabili tra mura, finestroni, nicchie, scalinate che lasciano spazio a inserti scenici come la stanza di Giulietta che appare dal fondo scena come una scatola scenica, il tutto ad opera dello scenografo Tobias Hoheiser con la costumista Petra Reinhardt. Noble ci riporta all'ambito di una lotta violenta tra due bande armate per la conquista di un territorio, nulla di politico inquadrabile storicamente, rimarcando una guerra privata al di là della legge e dell’amore. Interessante la presentazione dell'antefatto della storia in finale di preludio; qualche sventolio di troppo di bandiere e striscioni che rimarcano le appartenenze contrapposte che di fatto hanno fatto trapelare una difficoltà di idee nel saper gestire le masse in questo titolo, cadendo nel macchiettismo frenetico da cartone animato nella scena del matrimonio o nell'improbabile scena dei poveracci che si scaldano al fuoco di un bidone, raccolti da Frate Lorenzo. Certo non si possono pretendere in questi momenti grandi movimento di azione sul palco, con i figuranti forniti di mascherina compreso il coro, questo diretto con cura, ma ancora in fase di perfezionamento, da Alberto Malazzi. Produzione da tutto esaurito che ha raccolto consenso ed l'entusiasmo del mondo degli appassionati belliniani accorsi un po’ da ovunque, con pubblico ben assortito per età.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Febbraio 2022 01:01

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