C https://sipario.it Wed, 11 Dec 2019 02:00:48 +0100 Joomla! - Open Source Content Management it-it CAFÈ CHANTANT CRAZY EDITION - di e con Lara Sansone https://sipario.it/recensioniliricac/item/12105-cafe-chantant-crazy-edition-di-e-con-lara-sansone.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/12105-cafe-chantant-crazy-edition-di-e-con-lara-sansone.html

Di Lara Sansone
Con Lara Sansone, Corrado Ardone, Massimo Peluso, Mario Aterrano,
Mario Andrisani, Sergio Casalino, Francesco d'Alena, Savio de Martino

E con l'orchestra e il balletto del Cafè Chantant
Coreografie di Alessandro di Napoli
Musiche e direzione d'orchestra di Ettore Gatta
Costumi di Mimmo Tuccillo
Scene di Francesca Mercurio
Produzione Teatro Sannazaro Centro di Produzione
Al Teatro Sannazaro, Napoli, 21 dicembre 2018 – 6 gennaio 2019

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 22 dicembre 2018}

Spettacolo puro, varietà dal gusto mondano e dal fascino antico, esagerazione di paillettes e lustrini nella migliore tradizione del teatro che vuole mostrare la bellezza e l'eccesso di una vita di scena dove è forse tutto finto, ma di certo mai niente è falso, riprendendo una citazione del grande maestro Gigi Proietti. A ventitré anni dalla sua prima edizione, torna al teatro Sannazaro lo spettacolo del Cafè Chantant, uno dei più apprezzati, un classico in una versione ancora più affascinante, brillante, folle, dove il divertimento si alterna alla serietà della vita, dove i colori e le piume si mischiano alla comicità più sfrenata, ai doppi sensi, alla musica e alle canzoni più svariate che spingono a seguire il ritmo travolgente, al clima di allegria e di piacevoli "chiacchiere da caffè". E per l'occasione, infatti, la tradizionale platea del teatro viene trasformata in una sala di eleganti tavolini e sedie su cui far accomodare i clienti-spettatori pronti a prendere parte alla performance, perché veri protagonisti di questo microcosmo di vita scintillante. La quarta parete viene del tutto eliminata, esplicitamente sfondata per raggiungere non solo i cuori e gli occhi dei presenti in sala, ma anche fisicamente guardarsi in faccia e "collaborare" con gli attori e i ballerini, in veste talvolta paradossale e in un mix tragicomico che esalta lo splendore del teatro. Situazioni diverse e variegate ci fanno ripercorrere i fatti dell' anno, scherzando sugli stereotipi della città di Napoli, come a voler mostrare in una sola sera le sue tradizioni, i suoi difetti, ma anche la sua bellezza e la sua accoglienza. Come una nuova formula del fare teatro, questo è un vero e proprio format. Le feste di Natale, protagoniste insieme ai classici balletti da varietà e ai monologhi e dialoghi dalla comicità travolgente e la riflessione toccante, vengono continuamente chiamate in causa, come a volerle trascorrere insieme al pubblico, per augurare implicitamente che sotto l'albero si possa trovare un po' di quell'allegria e quella spensieratezza che si può facilmente ricostruire nel clima festoso di un Cafè Chantant.

Francesca Myriam Chiatto

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Recensioni Lirica C Sun, 23 Dec 2018 19:44:48 +0100
ČAJKOVSKIJ, CONCERTO PER VIOLINO - direttore Antonio Pappano https://sipario.it/recensioniliricac/item/11123-cajkovskij-concerto-per-violino-direttore-antonio-pappano.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/11123-cajkovskij-concerto-per-violino-direttore-antonio-pappano.html Lisa Batiashvili, violinista

Čajkovskij, Concerto per violino
Schubert, Sinfonia N°8 Incompiuta

Morricone, Voce dal silenzio

Čajkovskij, Concerto per violino
Lisa Batiashvili violino

Antonio Pappano direttore
Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Roma, Auditorium Parco della Musica dal 7 al 10 dicembre 2017

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 30 dicembre 2017}

Cosa si fa per poter ascoltare la rarità della bellezza? Cosa si fa per sentire in Italia quella che è la musica corrispondente ad un bene dell'anima? Ci si reca a Roma per ascoltare l'Orchestra di Santa Cecilia che ad oggi è l'unica compagine con un suono competitivo che non ha nulla da invidiare alle consorelle europee o americane. Detto così sembrerebbe un paradosso e invece non è poiché Sir Pappano è stato capace di creare un'orchestra come si deve, abituato ad una disciplina poco italiana e ad uno studio che non è da tutti. Sarà per questo che i romani amano Pappano, lo fanno quasi come un sor Antonio, insomma un vicino di casa. E si sa che se i romani ti prendono a ben volere allora passa ogni paura. A parte questa divagazione certamente l'Orchestra e il Coro di Santa Cecilia sono ben identificabili e più il tempo passa e maggiore è la coerenza di un gesto, di un direttore, di un suono. Ed è così che per ascoltare Schubert l'ottava detta incompiuta ci si mette nella sala grande dell'Auditorium di Roma e la si ascolta diretta appunto da Pappano. Sintesi contemporanea di fantasia e di realtà, onirico suono che rimanda alle ricerche interiori, assoluta pulizia esecutiva. Ascoltare Pappano che dirige Schubert è veramente come fare un viaggio interiore, un biglietto di solo andata perché il ritorno non lo desideri tanta la forza emotiva che riesce a trasmettere. Schubert è la malinconia del tempo che sfugge, è colui che non ha mai lasciato nulla al caso ma che ha lasciato al caso la sua di vita. Sensazionale quindi come oggi dopo tantissimo tempo la sua musica riesca ancora ad arrivare oltre ogni, oltre ogni. Kronos, synthesis, materia prima, ancestrale parvenza. Evocazioni. Pappano sa bene come parlare attraverso la musica, sa bene come narrare la propria storia attraverso il suo gesto. Non è un caso che questo concerto è stato dedicato a Victor De Sabata uno di quei direttori italiani che in un tempo non molto lontano sapeva cosa fosse la passione e la scuola, la sintesi del gesto e la ricerca interiore. Dopo Schubert è stata la volta di Ennio Morricone accademico di Santa Cecilia del quale è stato presentato "Voci dal silenzio" con Mariano Rigillo voce recitante. E' una lunga e lenta ricerca, uno scandagliamento sonoro, un rompere e ricostruire il suono. Morricone sa sempre scrivere quello che sa di essere, ovvero un meticoloso orologiaio che è sicuro di far coincidere ogni parte sonora. E' la sua cifra stilistica quella di essere stato sempre molto attento al suono, alla musica da sentire, da arrivare. In Voci dal silenzio si sovrappongono storie, passati e presenti, essenzialismi. Probabilmente Morricone per ogni brano che ha scritto ha creato un pezzo di un grandissimo puzzle. Fra una star del rock e una star della politica il concerto è ripreso con una composizione di enorme bellezza il Concerto in RE op. 35 per violino e orchestra di Piotr Ilijc Caikovskij. Solista Lisa Batiashvilli. Se Schubert segnava la malinconia del tempo, Caikovskij segnava il tempo della malinconia. Ogni sua composizione ha un aspetto di recherche e di intensa follia. Nella sua non lunga vita, come per Schubert, Caikovskij ha cercato in tutti i modi di corrompere una logica classica del suono. La sua scrittura è molto moderna, l'uso dei fiati in particolare. Scrive come se fosse nel settecento ma si reca poi a trovare Mahler. E' impressionante quindi come l'op. 35 sia così vitale e così moderna da far sentire tutto e per tutto quello che è stato il suo tempo. La bravissima Lisa Batiashvilli ha condotto da imperatrice il suo suono, il suo Caikovskij. Una rapina continua, di respiri soprattutto. Perfetta come poche ha retto all'immanente fuga del suo autore e ripetere questo concerto con Pappano non ha fatto che migliorare ancora di più l'ascolto. Intesa intensa e sincera. Una forza dirompente che è poi esplosa nel terzo tempo e nel bis di Dvorak. Uscire dalla Sala è come accettare il biglietto di ritorno ma non è il sogno giusto poiché dopo tanto il desiderio di rimanere ad assaporare i suoni creati è grande come lo è il desiderio di riascoltare.

Marco Ranaldi

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Recensioni Lirica C Fri, 05 Jan 2018 09:12:20 +0100
CAMPANELLO (IL) GIANNI SCICCHI - regia Rolando Panerai https://sipario.it/recensioniliricac/item/1630-sipario-recensioni-campanello-il-gianni-scicchi.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/1630-sipario-recensioni-campanello-il-gianni-scicchi.html Il campanello - Gianni Scicchi

Il Campanello
di Gaetano Donizetti
Gianni Schicchi
libretto di Gioachino Forzano, musica di Giacomo Puccini, Direttore d'orchestra Valerio Galli
Regia: Rolando Panerai, Assistente regia e costumi: Viven A Hewin, Scene: Enrico Musenich, Luci: Luciana Novelli
Tra gli interpreti i giovani cantanti dell' Ensemble Opera Studio, attori residenti della scuola di teatro nel nuovo sistema del Carlo Felice. Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, maestro Patrizia Priarone
Teatro Carlo Felice, Genova 11 novembre, 2011

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 17 novembre 2011}

Il Campanello, interpretato da Paola Santucci, Camelia Kader, Dario Giorgelè, Francesco Verna e Manuel Pierattelli dell'Ensemble Opera Studio, è pervaso da un tono effervescente che accentua lo spirito di opera buffa permettendo a Dario Giorgelè e in particolare a Francesco Verna una movimentata prova scenica e canora. Gianni Schicchi ha la partecipazione del celebre baritono Rollan-do Panerai, che a 87 anni domina la scena con una voce, meno potente per l'età ma sempre ricca di toni e sfumature e sfoggia una verve tale da animare la rappresentazione. I giovani cantanti si impegnano al meglio ma rivelano molte lacune che andrebbero colmate per future rappresentazioni, tra tutti si distinguono Sophie Gordeladze e Manuel Pierattelli. E' ottima l'idea del Carlo Felice di offrire ai giovani l'opportunità di salire sul palco, occorre però gestire la loro preparazione.

Etta Cascini{2jtoolbox_content tabs id:1 end}

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rivista@sipario.it (La Redazione) Recensioni Lirica C Thu, 17 Nov 2011 01:00:00 +0100
CAMPOSANTO MON AMOUR - di Paride Acacia https://sipario.it/recensioniliricac/item/9869-camposanto-mon-amour-di-paride-acacia.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/9869-camposanto-mon-amour-di-paride-acacia.html

di Paride Acacia

all'interno della rassegna teatrale "Atto unico. Scene di Vite, Vite di Scena"

curata da QA- QuasiAnonimaProduzioni

diretta Auretta Sterrantino

Produzione: Efrem Rock di Messina

Messina, Teatro Savio 20 marzo 2016

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 21 marzo 2016}

Contrariamente a quanto diceva Albert Camus che "sapere che dobbiamo morire mette in luce l'assurdità della vita", Paride Acacia esorcizza l'eterna nemica mettendo in scena nel Teatro Savio di Messina Camposanto mon amour, un musical in chiave pop rock di cui ha scritto la drammaturgia, collaborando alle musiche composte da Massimo Pino eseguite dal vivo con le chitarre di quest'ultimo, con le percussioni e batteria di Peppe Pullia e le tastiere di Simona Vita. Certo, un po' tutti cerchiamo di non pensare a quando non faremo parte di questo mondo. Achille Campanile ne Il povero Piero ha reso la morte esilarante, non così Totò nella sua Livella che ci riporta all'editto di Saint Cloud per il quale tutte le tombe dovevano essere uguali, per non dire dei Sepolcri di Foscolo costruiti in particolare per soddisfare la vanitas dei vivi. Acacia da canto suo è convinto che "la morte non esiste perché quando lei arriva noi non ci siamo più". E dunque che fa? Veste quattro ragazze da indiavolate becchine con i nomi di alcuni elementi chimici che cantano, ballano e dissertano con ironia sul senso della morte e della vita e non avendo costoro in mano nessun teschio di Yorick da riesumare, interagiscono tra loro alla scoperta d'una pietra filosofale che possa renderle immortali. Certamente un pensiero utopico che tuttavia consente loro d'intonare la canzoncina del titolo che continua con se ci entri non ci esci più. Le quattro ragazze sono Vetriola, meglio noto come acido solforico (Gabriella Cacia), Antimonia (Francesca Gambino), Arsenica (Elvira Ghirlanda) alle quali si aggiunge Saturnia (Milena Bartolone) una singolare figurina bionda che da una dozzina d'anni vive reclusa nel cimitero cittadino all'interno di un'ampia cassa-sarcofago dagli interni rossi, trasformata in un sorta di camerino teatrale, con un passato da cantante col soprannome di Baby Jane, pure sfortunata perché diventata afona, cui si aggiunge il fantasma di Cassandra (Laura Giannone). Dello spettacolo si apprezzano le musiche della piccola band musicale, le coreografie di Sarah Lanza e la regia di Acacia che s'ispira ad alcuni musical dark di Broadway e di Londra, ricchi di fumogeni arcobaleno, con mezzi quei teatri supersonici e pure esagerati, cercando di evitare tanti luoghi comuni sul significato dei defunti e di tutto il bailamme che segue.-

Gigi Giacobbe

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Recensioni Lirica C Sat, 26 Mar 2016 00:26:04 +0100
CANDIDE - regia Robert Carsen https://sipario.it/recensioniliricac/item/1638-sipario-recensioni-candide.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/1638-sipario-recensioni-candide.html Candide

libretto: Leonard Bernstein, Lillian Hellmann, John Latouche e Richard Wilbur
musica: Leonard Bernstein
direttore: John Axelrod
regia: Robert Carsen
scene: Michael Levine, costume: Buk Shiff, luci: Robert Carsen, Peter Van Praet, coreografia: Rob Ashford
con William Burden, Anna Christy, Lambert Wilson, Kim Criswellm, David Adam Moore
Milano, Teatro alla Scala, dal 20 giugno al 18 luglio 2007

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Corriere della Sera, 24 giugno 2007}Se Voltaire va in America Incominciamo dal «genere».

Che cos' è il Candide di Leonard Bernstein? Nelle sue varie versioni, è una Commedia Musicale molto liberamente tratta dal Romanzo satirico di Voltaire recante lo stesso titolo. La Commedia Musicale discende dall' Operetta, caratterizzata per la prima dalla mescolanza di parti recitate in prosa e numeri musicali. Si può sostenere che l' opera di Bernstein, frutto di un genio musicale apparentemente sorgivo e inarrestabile, in realtà ben dotato di una sua ratio, sia un' Operetta assai più che un Musical dello stile di Broadway. Il sincretismo del linguaggio musicale è pieno di riferimenti ai più illustri esempi di questo «genere»: dal veloce «parlato» melodico su melodie di piccolo ambito, echeggianti i sulfurei Gilbert e Sullivan, alla grande Aria di coloratura cantata da Cunegonda alla fine del I atto, trionfo dell' omaggio a Offenbach. Il Novecento musicale è tutto fatto di musica che riflette sulla musica e nei modi più varî, dall' impietosa o gelida parodia alla più religiosa devozione. Bernstein trabocca a tal punto di musica da poter naturaliter usare la musica in un continuo citazionismo redento dal suo vitalismo ma non per questo ridotto a mera insalata di stili e linguaggi. Quel che ne risulta, di là da un humour che sa diventare la più scatenata comicità, è un' opera molto raffinata; pur se non sia un trionfo assoluto del Bernstein compositore, il quale ha toccato ben altro. Il Romanzo di Voltaire ha per oggetto il più crudele e lucido disvelamento della realtà della vita occultata dall' ottimismo filosofico che, partendo da un presunto piano provvidenziale esistente ab aeterno, pretende addirittura disconoscere la realtà del Male, della vita stessa fondamento. Si tratta di filosofia geometrico-necessaria che può aver qualche esterno punto di contatto con la religione cattolica (oggetto nel Romanzo di attacco per diversissimo motivo, quello pratico dell' istituzione inquisitoriale in Spagna) ma che ne viene sopravanzata d' infinite lunghezze per profondità. La Commedia musicata da Bernstein non rinuncia a nulla di quanto di terribile vi sia nel Romanzo: è da tenersi presente ch' esso sin da principio è di stile perfidamente comico; ma vi mescola elementi tratti dalla realtà contemporanea che non stridono nell' aura per definizione senza tempo del conte philosophique. Quanto sopra esposto viene a dire che nel Candide in linea di principio non va considerato obbligatorio lo stretto rispetto d' una didascalia scenica astratta. L' allestimento può assumere veste addirittura creativa se scaturisca da un solo presupposto, la capacità o addirittura la genialità di chi ne è l' autore. Esageriamo con l' affermare che quello del regista Robert Carsen, con le scene di Michael Levine e una miriade di costumi perfetti anni Cinquanta dovuti a Buki Shiff, sia destinato a fare epoca nella storia dello spettacolo? Filmati con ambigue allusioni alla Casa Bianca in luogo del castello westfalico onde parte la vicenda, Cunegonda acconciata come Marilyn Monroe; e un moto continuo di siparî che s' aprono l' uno dentro l' altro, sì da parere innumerevoli (alcuni riproducenti il biglietto del dollaro): quasi ad affermare l' Operetta e il Musical come stessa idea platonica: luci, colori, paillettes, lustrini, boa, boys, coreografie; non un istante dell' opera che non abbondi di trovate sì da farne scorrere velocissimamente l' ordito e lasciarci desiderare alla fine che il tutto continui. E una sottigliezza che secondo noi può esser la chiave dell' allestimento. Tutta la vicenda è inquadrata entro uno schermo televisivo di forma anni Cinquanta: questo schermo ne contiene un numero variabile di minori fino ad alcuni quadri, Candide imprigionato all' interno, che fanno il numero degli schermi contenuti potenzialmente infinito, rapprendendosi essi fino a un minuscolo punto di fuga ch' è un puntino proiettato sulla scena.... S' insinua il dubbio che la vicenda possegga una sostanza unicamente (come si dice, chiedo scusa) «mass-mediale» e che il geometrismo tecnologico sia il contrappasso a quello necessario-filosofico del nostro discorso di partenza. In conclusione: non è colpa mia, i lettori di questo giornale si debbono accontentare del loro umile servitore quando la penna deputata a descrivere lo spettacolo si chiama Alberto Arbasino. Gran cerimoniere della serata che veste con elegante affettazione i panni di Voltaire recitando in italiano con un lieve accento francese è Lambert Wilson: egli disimpegna anche il ruolo di Pangloss spogliandosi a vista; il virtuosistico soprano-coloratura che impersona Cunegonda è Anna Christy; un delicato tenore lirico per Candido è William Burden; trionfatrice nel ruolo della Vecchia è una vera combattente come Kim Criswell. John Axelrode dirige con brio e dominio.

Paolo Isotta{2jtoolbox_content tabs id:1 title:Avvenire, 22 giugno 2007}Candide, «scandalo» ad orologeria

E se fosse stata tutta un’abile mossa pubblicitaria? Il sospetto ti viene mentre sulla ribalta della Scala sfilano, accolti da calorosi applausi (e qualche isolato dissenso per il regista Robert Carsen), gli interpreti del Candide di Leonard Bernstein: è tutto qui lo scandalo annunciato? pensi dopo aver assistito alle divertenti peripezie amorose di Candide e Cunegonde. La conferma arriva da un veloce giro in Internet, sul sito del teatro milanese, dove restano una manciata di biglietti per ciascuna delle otto repliche in cartellone sino al 18 luglio. E a ripensare al rincorrersi di voci su una possibile cancellazione dal cartellone dello spettacolo (il polverone scoppiò a dicembre, quando il sovrintendente Lissner vide lo spettacolo a Parigi e pensò di cancellarlo) qualche domanda te la poni. Nonostante sul leggio del direttore d’orchestra – un preciso John Axelrod – ci sia una partitura mai eseguita alla Scala e firmata da un tale Bernstein, genio musicale del Novecento, tutti i riflettori sono puntati sullo spettacolo di Carsen. Il regista canadese, con un’operazione furba alla Michael Moore, rilegge il musical come la parabola di un’America che, finito il sogno incarnato da Kennedy, è precipitata verso il baratro. Il baratro per Carsen si chiama Bush: e in scena c’è davvero il presidente americano che, insieme ai colleghi Berlusconi, Blair, Chirac e Putin (i politici compaiono al posto di cinque re spodestati che Candide incontra nel suo viaggio), fa il bagno in un mare reso nero dal petrolio. Scena che suscita risate e non indignazione.
Non un’idea originale, certo, visto che già Bernstein aveva fatto diventare il romanzo di Voltaire una feroce critica al maccartismo americano. Carsen ha solo aggiornato temi e personaggi riscrivendo i dialoghi e ambientando lo spettacolo dentro un grande televisore in una sorta di soap opera che si apre su una di quelle famiglie americane da pubblicità anni Cinquanta e si chiude sui disastri ambientali del ventunesimo secolo.
Carsen ha realizzato uno spettacolo di ottima fattura, ricco di idee, divertente, irriverente, che strizza l’occhio a Hollywood (il Candide di William Burden diventa un soldato di Full metal jacket e la Cunegonde di Anna Christy la Marilyn di Gli uomini preferiscono le bionde) e dove la tanto sbandierata battuta sul Papa polacco («c’è, non c’è» è stato il tormentone delle ultime ore) finisce per passare quasi inosservata.
Grazie a Bernstein, ai suoi intramontabili songs che, come direbbe qualcuno, in fondo sono solo canzonette.

Pierachille Dolfini{2jtoolbox_content tabs id:1 title:Il Giornale, 21 giugno 2007}Candide la satira graffia la Scala

Voltaire a metà strada tra musical e cronaca da Milano

Assurdo. Voltaire il grande scrive nel Settecento un romanzo satirico contro chi cerca l’ottimismo ad ogni costo nella filosofia: il precettore Pangloss cerca di convincere il giovane Candide che questo è il migliore dei mondi possibili, ma attraversano insieme tutte le traversie possibili: sguardo disincantato sul mondo e satira profonda a chi lo regge e anche a chi lo vive in genere. Nel 1956 Hugh Wheeler si accorge che la storia sta benissimo in piedi in ogni tempo, e la fa diventare una pièce teatrale; per le musiche delle canzoni, degli insieme, di tutto quanto fantasiosamente viene inserito, c’è addirittura Leonard Bernstein, il quale è già un direttore di fama mondiale, con la musica si diverte, da impertinente genio e raffinato amante d’ogni tipo di bellezza. Poi, ai giorni nostri, Robert Carsen e Ian Burton si accorgono che c’è dentro, o ci può stare, la storia dell’America dei nostri anni, e ne fanno una cosa che ha la leggerezza suprema del musical e la capacità di strizzare l’occhio alle amare verità quando meno ce lo aspettiamo.
In mezzo a tutte queste cose, c’è un momento in cui gli uomini al potere vengono raffigurati in un cinico balletto in un mare di petrolio; come bagnanti felici. L’immagine passa alle cronache, e si comincia a discutere se la satira non sia troppo forte, se non ci sia profanazione degli Stati. Voi penserete che è per l’accusa ai capi di Stato di non accorgersi dell’orrore della guerra portata per interessi economici. No: la polemica si fa sul fatto che, dovendo fare il bagno, sono rappresentati in mutande. Per mesi, di questo delizioso capolavoro teatrale e musicale si pone l’attenzione solo sui costumini dei potenti.
La rappresentazione alla Scala, per chi ci va, restituisce le proporzioni. È un divertimento amaro, degno della grande satira. La leggerezza di mano del regista permette di giocare con il paradosso senza giustificazioni, due personaggi morti che si reincontrano possono rimandare tranquillamente la spiegazione del fatto a un dopo che non c’è; la buona casa della buona famiglia può diventare la Casa Bianca, e possiamo incontrare tutti i personaggi della storia americana che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. La cosa straordinaria è la costante semplicità con cui viene messo in scena un virtuosismo rarissimo ed elegante: Anna Christy può cantare la nota aria piena di ricami sovracuti recitando trasportata e fatta ondeggiare a braccia da ballerini impeccabili; Lambert Wilson può sdoppiarsi nella parte del precettore, che come tutti gli altri recita in inglese, e di Voltaire che, in abito settecentesco, ci racconta la storia in italiano; quanto a Candide, William Burden, con la sua voce tenera e la disinvoltura del finto impacciato, può suscitare nei bellissimi songs una tenerezza e il dubbio che qualcosa di altamente sincero ci sia dentro alle pieghe dei personaggi. E c’è una spassosissima Kim Criswell. Si viaggia a un grande ritmo, John Axelrod governa personaggi e orchestra come se navigasse nelle acque di casa. Nella seconda parte il copione perde di continuità, ma ha lo spettacolo ha ancora momenti alti. Il pubblico resta contento e deliziato.

Lorenzo Arruga

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rivista@sipario.it (La Redazione) Recensioni Lirica C Sun, 24 Jun 2007 02:00:00 +0200
CANTO ALLA CITTÀ - di e con Lucilla Giagnoni https://sipario.it/recensioniliricac/item/11070-canto-alla-citta-di-e-con-lucilla-giagnoni.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/11070-canto-alla-citta-di-e-con-lucilla-giagnoni.html

da "La Divina Commedia" di Dante

Di e con Lucilla Giagnoni

Allestimento fonico di Paolo Pizzimenti
Luci di Massimo Violato
Musiche eseguite da vivo dall'orchestra dei fiati del Conservatorio Statale di Musica Luca Marenzio di Brescia, direttore Giovanni Sola
Produzione del Centro Teatrale Bresciano.
Con fondazione Nuovo Teatro di Faraggiana e l'Orchestra della Scuola di Musica Dedalo di Novara
Brescia, Teatro Sociale 29 e 30 novembre 2017

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 4 dicembre 2017}

Omaggio alla città di Brescia con le parole del Purgatorio di Dante con la voce di Lucilla Giagnoni e con musica degli studenti del Conservatorio di Brescia

L'attrice Lucilla Giagnoni è ormai una presenza stabile e consolidata nei calendari delle stagioni teatrali del Centro Teatrale Bresciano. Fiorentina di nascita ma solidamente ancorata alle esperienze del Teatro di narrazione avviate con la Compagnia Teatro Settimo Torinese di Gabriele Vacis insieme a Laura Curino, si sta imponendo all'attenzione per di produzioni a monologo che coinvolgono il pubblico in una specie di "viaggio dell'anima". Gioca da sola sul palcoscenico, coadiuvata dagli effetti multimediali che il tecnico Paolo Pizzimenti sapientemente gli crea: pochi elementi ma giocati in modo da allestire suggestioni visive e sonore. Con un suo percorso di ricerca personale sull' anima umana e sulla spiritualità universale è riuscita a imporsi all'attenzione di un pubblico anche giovane mettendo in scena le inquietudini dell'umanità presente. Da Vergine Madre a Big Bang a Furiosamente, sono produzioni con la sua diretta collaborazione ai testi che rielaborano, in forma strettamente drammatica, le tematiche sia religiose che scientifiche della storia umana, senza alcuna presunzione di avere una ricetta di salvezza in tasca. Merito tra l'altro dell'ente teatrale bresciano è quello di riuscire di coinvolgere, con specifiche attività laboratoriali promossi per le scuole superiori, un pubblico giovane che riesce ad essere dominante nelle serate di spettacolo. E così è stato per l'evento "Canto alla cittá".
Lucilla Giagnoni e l'orchestra dei fiati del Conservatorio "Luca Marenzio" di Brescia affrontano il viaggio della Divina Commedia, attraverso la salita al Purgatorio. Nel mezzo del buio più buio si scorge una montagna lambita dalla luce. Si apre un barlume di speranza, inizia la scalata verso l'alto. La vita è sempre un cammino in salita, faticoso, pieno di rischi e cadute, ma quando si torna giù si ha voglia di raccontarlo e condividerlo con gli altri. Un canto civile, corale. Perché «fare città» è vivere, camminare e saper suonare tutti insieme così come spiegato nel programma di sala. E questa esperienza "mistica" è stata condivisa sulle musiche degli studenti di musica guidati dal direttore Giovanni Sora che hanno accompagnato i versi Dante e le riflessioni prodotte dalla Giagnoni con composizioni di Respighi, Holst, Satie e Pachebel colonna sonora ai versi danteschi che hanno accompagnato i versi danteschi in un crescendo drammatico. E con il silenzio nei momenti di piú tacita riflessione sul quotidiano. Un pubblico giovane e affezionato ha decretato il successo della performance dell'attrice che si ripresenterà sui palcoscenici bresciani in aprile con un monologo su Marylin Monroe e a maggio, insieme a Elisabetta Pozzi, con Frozen dell'inglese Bryony Lavery (1998).

Federica Fanizza

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Recensioni Lirica C Mon, 04 Dec 2017 13:28:06 +0100
CAPULETI E MONTECCHI - regia Sam Brown https://sipario.it/recensioniliricac/item/1605-sipario-recensioni-capuleti-e-montecchi.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/1605-sipario-recensioni-capuleti-e-montecchi.html Capuleti e Montecchi

Tragedia lirica in due atti e quattro parti, Musica di Vincenzo Bellini, Libretto di Felice Romani
con Alessandro Spina, Damiana Mizzi, Florentina Soare, Fabrizio Paesano, Pasquale Amato
Maestro Direttore Christian Capocaccia, Regia Sam Brown, Scene e costumi Annemarie Woods, Light designer Giuseppe Di Iorio, Movimenti Coreografici Matteo Mazzoni
Orchestra i Pomeriggi Musicali di Milano, Coro del Circuito Lirico Lombardo, M° del Coro Salvatore Sciammetta
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Teatro dell'Opera Giocosa – ONLUS di Savona
Nuovo allestimento progetto vincitore European Opera-Directing Prize 2011 collaborazione con Opera Europa e Camerata Nuova
Teatro Comunale Gabriello Chiabrera di Savona, 21 ottobre 2012

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 24 ottobre 2012}Un mondo al maschile, brutale, decadente, dove le donne hanno voce scarsa, diritti nulli e diventano pezzi di carne da prendere con la forza. Prede non troppo diverse dalla carcassa sanguinolenta del cervo che incombe sulla scena: neanche se si chiamano Giulietta e sono figlie del capoclan, il destino che le attende può essere migliore.
Tra molti scivoloni e una solida intuizione di fondo, è questa la lettura che Sam Brown ha dato ai Capuleti e Montecchi di Bellini, allestimento vincitore dell'European Opera Award 2011 che dopo un controverso debutto a Como ha inaugurato la stagione autunnale del Teatro dell'Opera Giocosa di Savona. Un teatro che rischia molto, portando nella provincia una regia attuale, vicina al Regietheater tedesco, che difficilmente le grandi Fondazioni lirico-sinfoniche hanno il coraggio di proporre.

Il regista britannico traspone la vicenda in un primo Novecento che cade a pezzi (anche se a Savona, non si sa perché, le quinte in tessuto al posto di essere stracciate come a Como sono tutte belle in ordine), popolato da zingari che consumano con la stessa intensità la passione per la bottiglia e quella per i coltelli. A Sam Brown piace l'effetto. E le cose le mette in chiaro fin dalle prime battute: la sinfonia iniziale è ridotta a colonna sonora del festino dei Capuleti, che si ubriacano bestialmente mentre Tebaldo stupra una giovane incitato dai compagni. Tutto è eccessivo: i soldi che passano di mano in mano, il continuo arrampicarsi sul gigantesco tavolo, lo sgozzamento della vittima alla ribalta, con annesso fiotto di sangue, non prima di averla legata come la bestia che penzola dal soffitto.
Neanche Romeo è troppo diverso dai rivali: bulletto un po' erotomane e molto vanesio, prima lega Giulietta e tenta di farla sua con la forza, poi animato dall'amore la scioglie, pur non riuscendo a tenere le mani a posto. E quando dovrà fuggire, circondato dai Capuleti, neanche lui avrà difficoltà a mettere il coltello alla gola dell'amata.

L'edizione funziona soprattutto grazie alla qualità del giovane cast vocale, che solleva le sorti di una regia che calca la mano giocando tutte le sue carte migliori negli studiati eccessi pulp del primo atto, lasciando vivacchiare il secondo in una routine scialba e piuttosto deludente, che non riesce a risolvere la tensione e le aspettative accumulate nelle prime parti.
Le cose migliori Sam Brown le fa vedere nei dettagli, come Lorenzo che in penombra si pulisce le mani del sangue dello stupro, ricordando a Giulietta che nonostante il lirismo della sua aria di sortita (Oh, quante volte, oh, quante), in quel mondo brutale non c'è spazio per la luce. Le cose peggiori stanno invece nelle scene di massa, quando l'eccesso di violenza sfocia in esiti involontariamente farseschi (da dimenticare il finale I, con bastonate e schiaffoni degni del migliore Bud Spencer) e il coro, tutto preso dall'azione, arranca nell'intonazione.

Capocaccia asseconda la regia in maniera puntuale, con una direzione asciutta e senza brividi.
Di livello il cast, guidato da un'ottima Damiana Mizzi (Giulietta) e da un Romeo di buona agilità ma con qualche sbavatura nel registro medio grave (Florentina Soare). Solidi quanto basta Capellio (Alessandro Spina) e Lorenzo (Pasquale Amato). Di bel volume ma talvolta un po' nasale il Tebaldo di Fabrizio Paesano.

Matteo Paoletti{2jtoolbox_content tabs id:1 end}

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rivista@sipario.it (La Redazione) Recensioni Lirica C Wed, 24 Oct 2012 01:00:00 +0200
CARMEN - regia Carlos Saura https://sipario.it/recensioniliricac/item/7834-carmen-regia-carlos-saura.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/7834-carmen-regia-carlos-saura.html Carmen

di Georges Bizet
direttore Zubin Mehta
regia: Carlos Saura
scene: Laura Martinez, costumi: Pedro Moreno, coreografia: Cristina Hoyos, Juan Antonio Jiménez, Antonio Colandrea, luci: José Luis Lopez Linares
con Marcelo Alvarez / Carl Tanner, Ildebrando D'Arcangelo / Dario Solari, Julia Gertseva / Elena Maximova
Firenze, Teatro Comunale, dal 30 aprile al 11 maggio 2008

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Panorama, N. 20 2008}

Questa è una «Carmen» da dilettanti

Che imbarazzo, la Carmena Firenze. L'opera di Georges Bizet ha aperto il Maggio musicale con un dilettantesco spettacolo firmato dal regista Carlos Saura, assai famoso al cinema ma pivello nell'opera. È ambientata fra pannelli trasparenti, firmati da Laura Martinez, non c'è l'immagine dei luoghi né il loro spazio, ma i personaggi e il coro, come nella vecchia routine, salvo qualche breve iniziativa personale, vengono avanti, guardano il pubblico e si fermano lì. Escamillo, che pure è Ildebrando d'Arcangelo, voce straordinaria, lo fa senza neanche voltarsi indietro. Tanto, alla Carmen, quando il tenore si dispera alla fine per avere ammazzato l'amatissima gitana, tutti applaudono, e figurarsi qui con la tenerezza del fuoriclasse Marcelo Alvarez, anche se fino a quel momento nell'ultimo atto ha vociato come se Bizet avesse scritto urli e non note. E poi musicalmente è un'esecuzione di rilievo, con l'orchestra magnifica diretta da Zubin Mehta, una buona compagnia di canto, una protagonista di personalità convincente e voce salda come Julia Gertseva, e una Micaela linda e corretta come Inva Mula, che, com'è tradizione, riceve l'applauso più lungo

Lorenzo Arruga

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Il Giornale, 3 maggio 2008}Una Carmen griffata ma troppo di routine

Il Maggio Musicale Fiorentino proponeva un tempo al mondo inusitate scoperte o inattese meraviglie. Quest'anno è una rassegna normale che ha per tema «Donne contro». Ora presentano l'arcinota Carmen di Bizet e poco altro. Pochissimo, per un teatro che nel programma di sala ostenta, al di là di coro e orchestra, 234 collaboratori. «Donne contro», s'intende, suona bene, soprattutto così, senza oggetto, e pazienza se oggi sarebbe più ardita una rassegna «Donne con». Però se un festival così importante sceglie un'opera che si dà continuamente e per di più in una coproduzione con un altro teatro, deve proporci uno spettacolo straordinario.
Invece no. La Carmen di Firenze, pur griffata Carlos Saura, che è un regista famoso ma nel cinema, figura nelle scene di Laura Martinez, come uno stand del Giappone in una fiera: pannelli trasparenti, ombre sulle pareti, spazio per nulla funzionale. Niente piazza, niente manifattura tabacchi, niente osteria, niente gola montana, niente Plaza de Toros. Perché? Non lo sapremo mai, dato che i personaggi navigano nella routine, andando a cantare in proscenio, le donne con le mani quasi sempre sui fianchi, tutti voltando le spalle ad un coro ammucchiato e completamente indifferente. Eppure, la compagnia è di qualità: Julia Gertseva è una Carmen di notevole personalità, volonterosamente sensuale e molto drammatica; Marcelo Alvarez è un tenore della migliore razza, anche se nel terzo atto grida come facesse la parodia di Mascagni; Inva Mula fa fino bene il proprio dovere anche se non cerca qualche cosa di più; Ildebrando d'Arcangelo ha uno spessore vocale stupendo e una presenza forte, tragica, da sfruttare. Fra i tanti personaggi, spiccano Gemma Bertagnolli, per nulla orfana del barocco e tutta flamenchizzata, e con gran disinvoltura Maurizio Lo Piccolo.
A tutti loro e ai cori (quello dei bambini un po' in difficoltà), Zubin Mehta chiede musicalità, più che uno stile comune. Certo governa la magnifica orchestra a meraviglia, e il preludio del terzo atto è intriso di fatalità e leggerezza indimenticabilmente. Ecco, lì uno sente cosa potrebbe essere la sua Carmen, che invece vaga contraddittoria fra gli inutili pannelli.
Non molto meglio è intanto lo spettacolo della Norma a Bologna, con la regia di Tiezzi illuso che per onorare le immagini di Mario Schifano basti appenderne l'ingrandimento dei primi bozzetti, e che il classicismo di Bellini possa essere raffigurato con qualche seggiola Impero. Ma qui c'è la sorpresa di Daniela Dessì, che dà alla tormentata sacerdotessa non solo la sua voce sempre di bellezza assoluta, ma anche un'autorità vocale e scenica fortissima ed un pathos crescente. Ci sono con lei il fido e anche troppo squillante Armiliato, un'eccellente e fascinosa Adalgisa, Kate Aldrich, li dirige Pidò, la gente applaude, fate a tempo ad andare ad ascoltarla.

Lorenzo Arruga

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Avvenire, 3 maggio 2008}Saura trasforma la «Carmen» in un'aspra lotta tra bene e male

Così su due piedi, appena cala nero e inesorabile il sipario su Don José, solo in scena con Carmen morta tra le braccia, ti rimane un po' di amaro in bocca. All'inizio pensi sia per non aver visto, messi in bella mostra sul palcoscenico, la piazza di Siviglia, la taverna di Lillas Pastia, le montagne e la plaza de toros. Al loro posto solo pannelli bianchi. Poi ci dormi su una notte. Ti svegli il mattino dopo e, sempre con quell'amaro che non se ne è andato, accendi la tv, sfogli i giornali e ti senti rovesciare addosso tutto il male mondo. Ed è lì che la Carmen di Carlos Saura ti entra in circolo, ti penetra prepotentemente nella carne. Perché la Carmen di Saura, che l'altra sera è andata trionfalmente in scena (8 i minuti di applausi) a Firenze, primo titolo operistico del Maggio musicale 2008 dedicato alle Donne contro, non è la solita storia d'amore e morte tra ventagli e toreri (che nello spettacolo del regista cinematografico spagnolo rivivono attraverso i costumi senza tempo di Pedro Moreno) come spessissimo si vede quando in cartellone c'è l'opera di Bizet. La Carmen di Saura – e del direttore d'orchestra Zubin Mehta, naturalmente – è una feroce radiografia dell'animo umano. È un viaggio negli abissi di una mente che vuole il bene, ma è attratta irrimediabilmente dal male. La debolezza umana che Bizet racconta attraverso l'amore di Carmen e Don José è la stessa con la quale noi spettatori ci confron- tiamo tutti i giorni, sembra dirci Saura che in scena, accanto a gitane e toreri, mette soldati con mimetica e caschetto e contrabbandieri che tanto assomigliano ai profughi della Bosnia o dell'Afghanistan. I pannelli bianchi che ingombrano la scena e sui quali si materializzano le ombre dei protagonisti diventano poi schermi sui quali il pubblico può scrivere la propria storia, la stessa di Carmen e Don José, la storia di una lotta tra bene e male che prima o poi approda ad una liberazione. Saura sembra leggere nella pugnalata di Don José non un atto dettato della gelosia, ma una liberazione tanto che sul finale non ci sono soldati che vengono ad arrestare l'omicida che resta solo con il suo gesto estremo.
Una lettura moderna, efficace che trova perfetta corrispondenza nella direzione di Mehta – ben assecondato da orchestra e coro del Maggio in gran forma –, direzione asciutta, puntuale e che nulla concede al sentimento. Nella squadra vocale il solo Ildebrando D'Arcangelo sembra aderire perfettamente a tale disegno: il suo Escamillo – l'uomo che sceglie il male, quello rappresentato da Carmen, coscientemente – lascia il segno tanto vocalmente quanto scenicamente. Non che Julia Gertseva (seducente Carmen), Marcelo Alvarez (voce stupenda per un Don José in crescendo) e Inva Mula (toccante Micaela) sfigurino, anzi, ma il loro è un modo di cantare che appare un po' vecchio e che a tratti sembra fare a pugni con la sconvolgente modernità impressa alla partitura da Mehta e Saura.

Pierachille Dolfini

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:La Stampa, 7 maggio 2008}La "Carmen" di Mehta
una rivincita della musica

In epoca d'imperante teatro di regia, la musica s'è presa una rivincita in questa Carmen d'apertura al Maggio Fiorentino. Non lascia segno il rinomato cineasta spagnolo Carlos Saura, così la direzione navigata e impeccabile di Zubin Mehta è il centro del dramma promanante dalla musica di Bizet.

La sua è lettura non troppo sensuale unicamente perché riconduce l'opera di soggetto ispanico, e con vari inserti spagnoleggianti, alla matrice francese del secondo 800. Con trasparenza, attenzione gustosa per i passi più civettuoli e abbandono languido della frase musicale qui Bizet è più vicino del solito a Massenet. E recuperando i dialoghi parlati non solo si ricrea la veste originaria di «opéra-comique», ma anche la dimensione di reminiscenza tematica ed emotiva che possiedono le nicchie di musica da camera sottoposte alle parole in forma di melologo.

Mehta ha cantanti eccellenti in Julia Gertseva (Carmen), Marcelo Alvarez (Don José), Ildebrando d'Arcangelo (Escamillo) e Inva Mula (Micaela), ottiene da loro, dal coro e dall'orchestra, ma non dalle voci bianche, un'encomiabile pulizia d'intonazione. Lo spettacolo è in lui, nella classe della tecnica direttoriale e nei cantanti, non in quei pannelli astratti fra cui appaiono masse vestite, al contrario, alla spagnola. Toccherebbe muovere questa gente, ma la regia di Saura è statica come un'esecuzione in forma d'oratorio, rivelandosi fallimentare.

Giangiorgio Satragni

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Corriere della Sera, 4 maggio 2008}Così Saura spegne il fuoco di Bizet (e Mehta lo segue)

Non è più tollerabile rappresentare un capolavoro come Carmen nei termini oleografici, da cartolina illustrata, che per decenni ne hanno veicolato, ammorbandola, la circolazione. Ma se ciò è pacifico, non lo è altrettanto che l' alternativa muova da un mero principio di sottrazione quale si verifica a Firenze nella grigia, deludente messinscena dell' opera di Bizet che vi ha curato Carlos Saura, ultimo nel lungo catalogo - il penultimo è Ermanno Olmi - di ottimi registi cinematografici che falliscono nell' opera. La delusione non viene solo dal pauperismo scenografico - un gioco di pannelli semitrasparenti che all' occorrenza, e debitamente illuminati, fungono da quinte, da schermi per ombre cinesi, da profilo dei monti dei contrabbandieri - ma dall' assenza di un taglio interpretativo nella recitazione: una Carmen poco seducente che somiglia quasi a Biancaneve, un Don José dai tratti più mascagnani che bizetiani, un Escamillo nemmeno un poco spavaldo, le masse corali statiche come turisti in posa fotografica. Il risultato è una Carmen spenta, priva di vita, stanca. Nei finali terzo e ultimo, uno scambio ben congegnato di gesti tra i protagonisti rivela che Saura è un regista, potenzialmente coi fiocchi. Ma è troppo poco, per quanto ci si aspetta da lui. E - duole dirlo - nemmeno è la serata di Zubin Mehta. Direttore formidabile, uno dei talenti più cristallini in circolazione, un gesto e anche il più ottuso dei musicisti capisce tutto. Di qui l' eccezionale livello dell' orchestra del Maggio. Ma, chissà se per sintonizzarsi con Saura, governa una Carmen trattenuta e compassata, che mantiene il fascino di una raffinatezza timbrica senza uguali all' epoca ma non trae alimento dallo slancio vitale di queste melodie che innamorano. Una Carmen elegiaca e senile, notturna, fascinosa di sicuro, ma come preoccupata di vivere. Carmen senza prepotenza erotica. Il cast è buono ma sembra più vittima che artefice del clima crepuscolare dello spettacolo. Julia Gertseva è una Carmen accademica che preferisce le sortite nel registro sopranile alle discese in quello contraltile. Marcelo Álvarez un Don José un po' gradasso (traduci, verista) nello stile e un po' usurato nell' ugola. Ildebrando D' Arcangelo è correttissimo vocalmente e insignificante scenicamente. Come sempre, Micaëla è quella che si prende più applausi. Quella di turno è Inva Mula, molto bravina.

Enrico Girardi

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rivista@sipario.it (La Redazione) Recensioni Lirica C Sat, 03 May 2008 02:00:00 +0200
CARMEN - regia Dante Ferretti https://sipario.it/recensioniliricac/item/7832-carmen-regia-dante-ferretti.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/7832-carmen-regia-dante-ferretti.html Carmen

di Georges Bizet
direttore: Carlo Montanaro
regia e scene: Dante Ferretti
costumi: Pier Luigi Pizzi, coreografia: Gheorghe Iancu, disegno luci: Sergio Rossi
con Nino Surguladze, Simone Alberghini, Philippe Do, Irina Lungu
prima ballerina: Anbeta Toromani
Macerata, Sferisterio, dal 25 luglio al 12 agosto 2008

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Avvenire, 27 luglio 2008}

Macerata, ­Carmen non seduce

Tante cose da raccontare senza dover ricorrere nalle stroncature nalle lodi sperticate. La Carmen che ha trasferito la lirica maceratese nell'alveo naturale dello Sferisterio, dopo il prologo 'al chiuso' con la sorprendente Cleopatra di Lauro Rossi, ha avuto un andamento altalenante e inversamente proporzionale allo slancio di ritmi e di colori che caratterizzano il capolavoro di George Bizet. Edizione dignitosa ma non esaltante, dove gli interpreti hanno fornito una prestazione accolta dal pubblico senza veri entusiasmi (non capita quasi mai quanto­ accaduto l'altra sera, e cioche l'habanera della protagonista non sia seguita da un applauso a scena aperta). Carmen era la georgiana Nino Surguladze: poco sanguigna nel gesto e nella vocalit, compensa questo, che per il suo personaggio­certamente un difetto, con una linea di canto nitida ed equilibrata (forse fin troppo). La Micaela di Irina Lungu ha un bel timbro,­ espressiva ma forse un po' esile; sottile anche il Don Josdi Philippe Do, mentre Simone Alberghini­stato forse l'interprete piapprezzato per il suo Escamillo sicuro vocalmente ed elegante negli atteggiamenti scenici. L'Orchestra Regionale delle Marche, diretta da Carlo Montanaro era irriconoscibile rispetto a quella impegnata ventiquattr'ore prima nell'opera di Lauro Rossi. Meglio il coro guidato da David Crescenzi che nella Cleopatra era addirittura salito in extremis sul podio per il forfait del direttore designato.
Scenicamente questa Carmen si rivela alterna nel vero significato del termine: dimessi il primo e il terzo atto, pivivaci e spettacolari il secondo e il quarto. Sicreato una sorta di contrasto fra una sorta di bianco e nero ipotizzato dalla scenografia da film neorealista di Dante Ferretti (lo scenografo vincitore di due Oscar ha debuttato come regista lirico nella sua Macerata) e i vividi colori espressi dai costumi ideati da Pier Luigi Pizzi. Ma il contrasto­meno stimolante ed anzi ingiustificato quando investe la vicenda in cui si svolge questa vicenda d'amore e morte. Tutto comincia in un contesto proletario, dove le guardie marciano fuori tempo e c'un furgoncino sbalestrato in primo piano; poi la teverna di Lillas Pastia diventa un elegante night club dove si balla il tango in gran-sera. Buone comunque le danze coreografate da Gheorghe Iancu.

Virgilio Celletti

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:Corriere della Sera, 27 luglio 2008}Una «Carmen» più selvaggia che seducente

È tale la morfologia architettonica e «sociale» dell' Arena Sferisterio di Macerata per cui in ogni cosa che vi si rappresenti l' impatto di scenografia e costumi sarà sempre preponderante rispetto alla regia (e persino alla musica). La premessa è d' obbligo per dire del debutto in veste di regista di Dante Ferretti, scenografo di valore e fama internazionale, una vita nel cinema e nei teatri d' opera. Che avviene appunto allo Sferisterio, in una Carmen che è quasi più spettacolo sul mito di Carmen che la Carmen del libretto di Bizet. Carmen spettacolare, cinematografica anche, ma non in senso hollywoodiano. Anzi. Costumi splendidi di Pier Luigi Pizzi. Anni ' 30 rivisti con gli occhi di una sensibilità neorealista. Ma la scenografia è povera - le biciclette, la fontana al centro della piazza, i manifesti che annunciano la corrida, le mura stesse dello Sferisterio - e in tale povertà si rintraccia la chiave di questa regia votata all' essenziale. Lei, il mezzo georgiano Nino Sirguladze, è più selvaggia che seducente, anche perché la seduzione come la si raffigura oggi non c' entra granché con Carmen. Né si vede il solito Don José verista, né l' insopportabile machismo d' Escamillo, olé. Niente danze oleografiche ma tanghi stilizzati: basterebbe ciò a dar l' idea. Lo spettacolo funziona. I dettagli sono al posto giusto (il lutto al braccio di Don José per la morte della madre, ad esempio). Il cast è di valore: lei non ha una personalità da turbare il sonno ma bella voce. Bellissima poi quella di Irina Lungu, Micaëla (come sempre tra il fuoco dell' una e l' acquasanta dell' altra, vince la seconda) ed elegante (salvo sbracamento verista nel finale) il Don José di Philippe Do. Simone Alberghini è un Escamillo neutro. Neutro come la direzione di Carlo Montanaro: vista la sua disastrosa Traviata alla Scala, un enorme progresso. L' Orchestra Regionale delle Marche è dignitosa, il Coro «V.Bellini» no, è una massa disordinata. In ogni caso parte col piede giusto il Festival maceratese. Prima di Carmen e del secondo titolo in Arena, Tosca, va in scena al Lauro Rossi Cleopatra, omaggio al ' genius locì che dà nome al teatro (opera modesta, ma ben messa in scena da Pizzi nonostante un cast di urlatori capeggiato dalla Theodossiu). Stasera prima assoluta di The Servant di Tutino: c' è insomma un sano equilibrio tra modernità e tradizione che era anche la ricetta dell' Arena di Verona se la scure leghista non si fosse abbattuta sul buonsenso.

Enrico Girardi

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rivista@sipario.it (La Redazione) Recensioni Lirica C Sun, 27 Jul 2008 02:00:00 +0200
CARMEN - regia Davide Livermore https://sipario.it/recensioniliricac/item/8634-carmen-regia-davide-livermore.html https://sipario.it/recensioniliricac/item/8634-carmen-regia-davide-livermore.html Carmen - regia Davide Livermore. Foto Marcello Orselli

opera comique di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dalla novella di Prosper Mérimée
Musica di George Bizet. Direttore d' orchestra Antonio Battistoni
regia, scene e luci Davide Livermore
costumi Gianluca Falaschi, movimenti mimici Giovanni Di Cicco
Con Giuseppina Piunti, Silvia Dalla Benetta, Daria Kavalenko, Marina Ogii, Fabio Armiliato, Alezander Vinogradov, John Paul Huckle. Orchestra
Coro e Coro Voci Bianche del Teatro Carlo Felice
direttore del Coro Pablo Assante, direttore Coro Voci Bianche Gino Tomasini
Genova, Fondazione Teatro Carlo Felice, Teatro Carlo Felice. 9 – 31 maggio 2014

{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:www.Sipario.it, 21 maggio 2014}

Una Carmen "cubana" va in scena al Carlo Felice, ideata da Davide Livermore che sposta l'azione da Siviglia a Cuba con i riferimenti alla Revolucion di Fidel Castro e alla vita di quel momento, mentre fuori scena scorrono immagini di fumatori di sigari, rivoluzionari armati e slogan per la libertà. Ne nasce uno spettacolo vibrante in cui eros e sangue sono il filo rosso, ambientato in una dimensione corale che lascia inalterata la vicenda, e non indulge alle coloriture folcloristiche che spesso caratterizzano Carmen. Sul piano musicale, la partitura ha ricevuto notevole risalto e trascinante ritmo dalla direzione di Antonio Battistoni, giovane maestro di talento, che conduce l' orchestra con abilità, nel cast dei cantanti spicca la splendida voce di Sonia Ganassi, che purtroppo a causa di tre giorni di scioperi interni al Carlo Felice, la sottoscritta non ha potuto ascoltare. In una replica, nel ruolo di Carmen si è esibita Giuseppina Piunti che ha offerto una performance ricca di provocante seduzione, con accenti vocali di piena e gradevole musicalità. Fabio Armiliato ha dato rilievo vocale e scenico a Don Josè, esprimendo intensa passione e intima sofferenza, e modulando la voce su un tono ben sostenuto, senza facili sottolineature. Escamillo, affidato a Alezander Vinogradov, si è distinto per una brillante impostazione sonora che ha raggiunto il top nel celebre brano "Toreador, attento ..." . Da ricordare fra gli altri, la Michaëla di Silvia Dalla Benetta e la prova di Daria Kavalenko e Marina Ogii. Buono il contributo coreografico di Giovanni Di Cicco e l' impegno del Coro e del Coro Voci Bianche.

Etta Cascini

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Recensioni Lirica C Sat, 24 May 2014 10:24:13 +0200