venerdì, 15 novembre, 2019
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AIDA - regia Giampiero Solari

Aida Aida Regia Giampiero Solari

opera in quattro atti di Giuseppe Verdi
libretto di Antonio Ghislanzoni
direttore: Daniel Oren, regia: Giampiero Solari
scene e costumi: Sergio Tramonti, coreografia: David Parsons, maestro del coro: Marco Faelli
con Duccio Dal Monte, Marianne Cornetti, Hui He, Ambrogio Maestri, Marco Berti, Marco Spotti
prima ballerina ospite: Eleonora Abbagnato
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e tecnici dell'Arena di Verona
Verona, Arena, dal 23 giugno 2007 al 1° agosto 2007

Avvenire, 21 agosto 2007
Il Giornale, 25 giugno 2007

Arena, «Aida» in formato reality show

Proprio non ci era mai passato per la testa di pensare ad un'Aida formato reality. Eppure eccola qui, sul palco dell'Arena sino al 1 settembre, l'operona di Verdi, il titolo più popolare e più rappresentato tra le pietre millenarie di Verona, in versione show televisivo.
A confezionarla ci ha pensato uno che di tv ne ha masticata a volontà: Giampiero Solari, regista degli spettacoli del sabato sera di Fiorello e Giorgio Panariello, ha scelto la popolare partitura per il suo debutto nella lirica, trattando romanze, duetti, concertati e danze come numeri di una scaletta dove, tutto sommato, la fedeltà alla musica non va a farsi benedire e la fame di spettacolarità che ha il pubblico dell'opera sotto le stelle trova soddisfazione.
Certo, anche Verdi, come dire, ci mette del suo. La riprova? L'opera si apre su quella che oggi chiameremo una "nomination" con Ramfis che porta al Re il nome indicato dalla dea Iside come condottiero degli egizi nella guerra contro gli etiopi. E si chiude su due amanti, Aida e Radames, rinchiusi in una tomba e spiati da Amneris. È vero, Solari, qui, calca la mano e pone davanti ai protagonisti, impegnati nel malinconico O terra addio, una telecamera che ne rimanda i volti ingigantiti sulle gradinate dell'Arena. Lo fa anche durante il corso dell'opera con effetti che suscitano la meraviglia del pubblico e fanno scattare i flash di telefonini e macchine fotografiche: dai fari che disegnano una piramide sopra la platea alle lingue di fuoco che si alzano dalle gradinate alla pioggia di coriandoli (stile finale di Champions league) che saluta l'arrivo di Radames al termine della Marcia trionfale. Un'operazione discutibile, ma non senza un suo perché.
Piacevole da vedere (le scene di Sergio Tramonti collocano l'azione in una sorta di sito archeologico) e mai noiosa (notevoli alcuni tocchi di classe che David Parsons mette nei balli come il gioco di braccia nella danza rituale delle sacerdotesse o i dervisci rotanti che compaiono nella scena del trionfo), con gesti da opera di ieri, è vero, ma con il pregio di saper raccontare una storia.
Sul fronte musicale Aida in Arena è territorio di Daniel Oren: il direttore guida con mano salda l'orchestra veronese e sferza l'ottimo coro preparato da Marco Faelli. Il cast, dato anche l'elevato numero di repliche, è una sorta di puzzle che si compone di sera in sera. Domenica Aida era una misurata Micaela Carosi, mentre Radames uno squillante e convincente Marco Berti. Ad Amneris ha regalato il suo grande fascino vocale Dolora Zajick, mentre Marco Di Felice si è calato con la sua voce piena e musicalissima nei panni di Amonasro.

Pierachille Dolfini

Manca di coerenza l’«Aida» diretta da Oren

Aida così così, all'Arena. Acclamata, s'intende, come accade quando c'è poco da pensare e qualche effetto kitsch da vedere. Ma anche pochissimo che faccia venir voglia di raccontare. Si parla di rinnovamento e poi c'è sempre Daniel Oren sul podio, e da lì partono ordini e agitazioni, non ripensamenti o stimoli nuovi.
Non si sente uno stile comune, una coerenza di linguaggio fra i cantanti: fra Hui He, Aida che dà il meglio nei momenti di squisitezza lirica, Marco Berti, Radames che ha i suoi punti di forza in un fraseggio saldo e vigoroso, e Marianne Cornetti ed Ambrogio Maestri che sono così diversi quando provano con accurata coerenza da quando vengono immessi senza troppe preoccupazioni, non si avverte quel respiro comune che caratterizza le esecuzioni vive.
E non dà segni convincenti la regìa di Giampiero Solari, con la scenografia di bassi volumi e caldo suggestivo color mattone scuro affidata a Sergio Tramonti, che sembra posata provvisoriamente nello spazio dell'Arena, mentre fasci di luce percorrono scena, pubblico e cielo disegnando piramidi ma solo per chi lo sa. Scena come un sito archeologico, qualche sarcofago posato alla rinfusa come un avanzo di memoria; coro imperdonabilmente con vecchia idea su gradoni come spettatore. Una fila di elefantoni bidimensionali ammantati e appesi come panni ad asciugare. Un Nilo con consueti gorgoglii di luci. Danze, impacciate per esser troppo disinvolte, curate da David Parsons. Bisognerebbe che, per il mestiere di regista, come per tutti gli altri, si chiedesse una preparazione specifica adeguata: e si desse un numero adeguato di prove sceniche; altrimenti il regista alieno rischia di scoprire con entusiasmo cose ovvie e di non trovare la misura per le sue più interessanti. Cioè di assomigliare a quell'autore che portò una sua partitura a Rossini e si sentì rispondere: «C'è del bello e del nuovo; ma il bello non è nuovo e il nuovo non è bello».
C'è comunque in quest'Aida un impegno serio e affettuoso, nessuna dissacrazione o stramberia escogitata per far parlare, virus che alligna fra i mediocri e i loro complici. Contro di loro si lanciava Zeffirelli nei suoi anni più fecondi, e adesso invece si scaglia contro chiunque non sia Zeffirelli. Ma non è un tempo in cui manchino i grandi registi, intensi, profondi, veri interpreti della partitura e della drammaturgia: un Carsen, un De Ana, un Vick, un Krief, un Macdaff, ad esempio: piuttosto, non si lasciano crescere gli italiani e in genere i giovani interessanti, con la mania dei vecchi grandi nomi e la pletora di raccomandati per ogni via. In un'Italia vecchia è difficile per i dirigenti accettare la possibile vera vita dell'opera, così antica, così sempre nuova. Eppure basta essere in alto sulle gradinate piene di folla e ascoltare i discorsi del pubblico, e si misura la forza della passione e la responsabilità di rispondere all'attesa.

Lorenzo Arruga

Ultima modifica il Giovedì, 18 Luglio 2013 08:32
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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