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AFFARE MAKROPULOS (L') - regia Luca Ronconi

L'Affare Makropulos L'Affare Makropulos Regia Luca Ronconi

di Leos Janacek
direttore: Marko Letonja
regia: Luca Ronconi
scene: Margherita Palli
costumi: Carlo Diappi
con Angela Denoke, Miro Dvorsky, David Kuebler, Jolana Fogas
Milano, Teatro alla Scala, dal 16 gennaio al 3 febbraio 2009

Il Giornale, 23 gennaio 2009
La Stampa, 21 gennaio 2009
Corriere della Sera, 15 gennaio 2009
Corriere della Sera, 18 gennaio 2009
Tante poltrone vuote per «L'affare Makropulos»

Milano Un teatro non è un bicchiere, e quando è mezzo vuoto non arriva l'ottimista a spiegare che dunque è mezzo pieno: la Scala alla seconda recita, fuori abbonamento, dell'Affare Makropulos aveva allo scoperto tante poltrone rosse, e anche nei palchi e nelle gallerie non pullulava. Certo, l'opera è fuori repertorio, è di quelle del Novecento in cui uscendo c'è poco da cantare e, soprattutto, non offre cantanti in cui il pubblico comunque si possa riconoscere. Ma...
È anche una riproposta, almeno dell'allestimento, arduo e spericolato torinese 1994 di Luca Ronconi e Margherita Palli, con le librerie oblique che sprofondano nel vuoto sotto il palcoscenico buio scuro e si perdono in alto, quando non le poltrone d'un teatro a picco, o l'incombente parete d'un albergo di camere mortuarie; e con quella passerella rossa aguzza ad angolo, per traverso, sospesa, che sembra quasi richiedere scarpe con ventose alle suole. Questo ambiente, capolavoro scenico, dà una tinta d'incubo strambo, inconfondibile, al racconto grottesco di Capek e alla musica ostinata e avvincente di Janácek, la parabola drammatica e amara della grande cantante che ha magicamente più di trecent'anni e che non chiede che morire.
Ugo Tessitore ha fatto omaggio a Ronconi, purtroppo assente per malattia, riprendendolo ineccepibile e vitale. E, nei costumi così giusti, d'una Praga tanto realistica da essere inventata, di Carlo Diappi, hanno recitato tutti eccellentemente, nella lingua ceca inscindibile in Janácek dalla musica, facendo intanto scorrere la traduzione dell'indimenticabile Sergio Sablich.
Hanno anche cantato bene, a cominciare dalla felicemente inquieta Angela Demoke, di cui va però accettato il suono un poco querulo degli acuti; e tutti erano bene nei loro personaggi:
Miro Dvorski, Peter Bronder, Paola Gardina e gli altri, di cui, se avete vista buona, potete leggere la lista sempre in caratteri piccolissimi della locandina. Bello grosso, quanto quello dell'autore, risulta invece il nome del direttore, Marko Letonja, che delle innumerevoli sfumature della partitura, complice l'orchestra, ha dato solo qualche segnale e a eccessivo volume. La sua presenza, purtroppo, ha fatto ancor più dubitare che questa rassegna insistente delle opere non ancora entrate nell'affetto del pubblico nasca da un progetto generico o casuale. E lo sanno anche gli ottimisti dirigenti del «primm teatr del mund» che comunque non si brinda bene con i bicchieri semivuoti.

Lorenzo Arruga

Lunga vita a Janácek

Uno spettacolo, si sa, dopo cinque o sei anni comincia a invecchiare, tranne poche eccezioni come l'Affare Makropulos di Leos Janácek che la Scala ha ripreso a sedici anni dal debutto al Regio di Torino: felice incontro di semplicità e forza simbolica, senza i manierismi talvolta presenti nelle regie di Luca Ronconi. Qui c'è una recitazione che la velocità cronachistica dell'opera e la fedele trasposizione in musica della conversazione operata da Janácek, permette di condurre a un grado di realismo sovente impossibile nel teatro musicale.

Ma sono soprattutto le scene di Margherita Palli che ancora impressionano: l'inclinarsi di quei muri, gli scaffali audacemente pericolanti senza che i libri cadano, la visione della scena dall'alto in forme non prospettiche sono l'equivalente visivo della vicenda surreale e simbolica di Emilia Marty, cantante tricentenaria che sente ormai svanire l'effetto dell'elisir di lunga vita somministratole, secoli prima, da suo padre, Hieronymos Makropulos, alchimista dell'imperatore

Rodolfo II. L'inquietante discorso sul prolungamento artificioso della vita umana che rende Emilia indifferente alle vicende umane, trova nella partitura un sistema di rifrazioni che ne fanno una metafora dell'anima moderna.

Nel ritmo incalzante di questa drammaturgia si è tuffato con apprezzabilissima lucidità tecnica il direttore Marko Letonja che ha trascinato a un successo inconsueto, per una partitura indubbiamente difficile, l'ottima compagnia di canto dominata dalla magnetica Angela Denoke, perfettamente a suo agio nei panni della diva fatale e disperata, affiancata da Miro Dvorsky, Peter Bronder, Alan Opie, Mark Steven Doss, tutti posseduti dal demone visionario che percorre la partitura di Janácek.

Paolo Gallarati

La solitudine dell'eternità

Fra le Opere teatrali di Janácek, Katia Kabanova si svolge ancora nell' ambiente contadino, onde sarebbe facile per essa parlare di «realismo», se non, come più giusto, di «verismo»: ma indubbiamente di «realismo magico», tanto il linguaggio della Natura vi è presente, trasfigurato e trasfigurante. Dal «verismo», magico e no, Janácek esce invece con l' ultima sua Opera, L' affare Makropulos (1923-1925), che si rappresenterà alla Scala domani. È questa una vicenda straziante e metafisica derivata da un Dramma di Karel Capek ma con il testo rifatto e sintetizzato così bene da Janácek da essere uno dei migliori «Drammi per musica» della Storia. Ho subito da porre e pormi un quesito che riguarda il testo: il titolo italiano è sbagliato. Non si tratta di un affare, se non adoperando questo vocabolo infranciosandolo: L' affaire Dreyfus, tanto per intenderci. Ma qui non abbiamo un affare, che, in pulito italiano, ha il significato del latino negotium, bensì di un caso (casus: tra gli altri significati, «evento, accadimento, vicenda»). Il bello è che il vocabolo cèco adoperato dall' Autore (vêc) significa appunto «affare» nel senso di negotium. Non oseremo mai sostenere che Janácek sconoscesse la lingua cèca (sarebbe da ridere, detta da un napoletano che sconosce tutte le lingue!), ma solo che ben si farebbe a correggere il titolo e fosse questo Il caso Makropulos così come si dice «Il caso Fenaroli»: essendo il cèco incapace di adoperare «affare» in senso proprio, ma fondendo i due sensi. Nel Paese onde s' iniziò l' attuale furore per Janácek, l' Inghilterra, si dice infatti The Makropulos case. La vicenda si svolge, nel I e nel II atto, in uno squallore neorealistico (qui adoperiamo il termine nel senso della tecnica drammatica del cinematografo italiano anni Cinquanta e Sessanta) come solo Praga entre deux guerres poteva possedere. Infatti, dopo il grandioso Preludio denso di esagitato lirismo, ci troviamo nello studio di un avvocato a Praga. Con le sue infinite, nevrotiche ripetizioni di frammenti di scala, spesso non tonali, che tante volte troviamo inappropriate e semplicistiche in altri luoghi, Janácek ci fa sentire il tanfo di chiuso e di polvere ormai ingrommatasi nei fascicoli, su un pavimento che s' immagina del più economico parquet, la lentezza del tempo nella riproduzione di atti sempre eguali e sempre più privi di significato. La noia incombe. Parrebbe l' atroce Praga impiegatizia di Max Brod, il grande amico di Kafka e dello stesso Janácek. Invece, questa volta ci troviamo di fronte alla Praga magica ed esoterica, tutt' un altro filone che pure, Meyrink per esempio, tocca la città di Rodolfo d' Asburgo. Nei dialoghi fra litiganti, nelle urla di costoro, avvocato, usciere, s' inserisce una donna bellissima, la grande star del canto, della quale tutti dicono non essersene mai ascoltata una più perfetta. Costei, di nome Emilia Marty, prende parte alla discussione, fa cadere ai suoi piedi un giovane litigante che al III atto si ucciderà per lei; e manifesta una strana e profonda conoscenza dell' affare (qui ci vuole) sul quale si litiga e dei luoghi ove son nascoste carte atte a chiarificarlo. Alla fine si scopre che la donna ha trecentotrentasette anni ed è antenata di gran parte dei personaggi: suo padre, medico di Rodolfo II, preparò una pozione di lunga vita imponendogli Cesare di provarla sulla figlia adolescente. Essa, che troppo tardi ha ritrovato la formula, inizia a diventare evanescente apparendole il mondo del pari e recita questi meravigliosi versi che sono il culmine lirico di tutta l' Opera: «È atroce sopravviversi. Se sapeste com' è leggera la vita per voi! Siete vicini a tutto. Per voi tutto ha un senso. Tutto ha valore per voi. Sciocchi, siete felici per la ragione che presto morirete». E: «In me sento la vita spegnersi. Signore Iddio, non ne posso più. La solitudine! Credi, Cristina, è lo stesso cantare o tacere. Sazia volere il bene, sazia voler il male. Stanca la terra, stanca il cielo. E sappi, anche l' anima muore». Uno dei personaggi accosta alla candela la formula dell' elisir di lunga vita che Elena Makropulos aveva inseguita per non desiderare più.

Paolo Isotta

Grazie a Ronconi un «Makropulos» che non invecchia

La ripresa di un allestimento di anni e anni prima è sempre una prova del nove. Gli spettacoli così così naufragano, quelli nati già vecchi diventano improponibili, quelli buoni invecchiano bene, quelli ottimi possono persino migliorare. Ed è questo il caso del Caso Makropulos di Leos Janácek nell' edizione prodotta nel 1993 a Torino e Bologna, passata anche per Napoli e ora in scena alla Scala per la regia di Luca Ronconi (la locandina dice «Affare» ma il senso del titolo ceco è quello del francese «Affaire», che in italiano si rende meglio appunto con «Caso»: ma perché non usare «Affaire» in tutto l' Occidente, come suggerisce lo studioso John Tyrrell agli inglesi?). Le scene di Margherita Palli sono paradossalmente «fedeli» (gli ambienti dello studio dell' avvocato, del teatro e dell' albergo ci sono) ma sghembe. Sembra una messinscena in 3D ma di prima del digitale. Perfetta per questa musica e per questa drammaturgia (sghembe nei mezzi, chiare nei fini) anche perché «interpretata» da una gestualità e una recitazione congrue a tal contesto. In ciò sta il punto di forza di questa ripresa: un cast che fa del canto e dello stare in scena un tutt' uno, cantanti che sanno quel che stanno dicendo e perché dirlo in quel modo. Nel caso di Angela Denoke, la protagonista, ciò non stupisce. È interprete troppo brava, troppo intelligente, troppo donna da non capire tutto e subito. Nel caso degli altri (bravi Miro Dvorsky, Alan Opie, Peter Bronder, Eric Stoklossa, Jolana Fogas, ottimo Mark Steven Doss), significa che Ronconi (ovvero il suo braccio destro Ugo Tessitore) ha lavorato bene, come si trattasse di un nuovo allestimento. La rivelazione della serata però è Marko Letonja. Se il cast arriva a tali livelli è merito anche suo e dall' orchestra ottiene il meglio che si possa desiderare. L' opera è rognosa: il classico lavoro che non è più una cosa ma non è già l' altra. Mai altrove Janácek amplia così la gamma dal declamato puro al puro lirismo, mai scrive tanto brulicare di materia sonora in orchestra (forse solo in «Sinfonietta»). Letonja garantisce non solo equilibrio tra tali elementi ma anche ritmo e temperatura drammatica, colori rutilanti, squarci di torbido lirismo. Tanti applausi a lui e a tutti. Trionfo per la Denoke. Buona prova della Scala.

Enrico Girardi

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:12
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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