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RAYAHZONE - coreografia Ali Thabet, Hédi Thabet

Rayahzone Rayahzone Coreografia Ali Thabet, Hédi Thabet

Ideazione e coreografia: Ali Thabet, Hédi Thabet
Con: Ali Thabet, Hédi Thabet, Lionel About
Direzione musicale: Sofyann Ben Youssef
Voci Soufi tunisine: Mehdi Ayachi, Mourad Brahim, Nidhal Yahyaoui, Walid Soltan
Parco della Musica di Roma, all'interno del Festival Equilibrio, 5 febbraio 2013

www.Sipario.it, 9 febbraio 2013

La Tunisia sufi di Ali e Hédi Thabet

Rayahzone, "luogo di viaggio" o "terra di migranti". Un titolo franco-arabo per uno spettacolo creato da artisti afro-europei: sono i fratelli Ali e Hédi Thabet, nati a Bruxelles da madre belga e padre tunisino, gli interpreti e ideatori di questo spettacolo che dopo quasi un anno di tournée arriva per la prima volta in Italia. Anche il compositore Sofiène Ben Youssef vive a Bruxelles, anche lui è tunisino. Tunisini sono i cinque cantanti che riempiono la scena con le loro voci risuonanti d'armonici e con il suono vibrante dei bendir. Oltre ai tre danzatori (Lionel About, insieme ad Ali e Hédi Thabet), che incarnano "la ragione" "la follia" e "la morte", anche le musiche sono protagoniste di questa pièce. Perché si tratta di canti sufi, interdetti per anni in Tunisia, durante la dittatura di Ben Ali, e che solo ora, grazie alla Rivoluzione dei Gelsomini, sono tornati a farsi sentire, insieme alle voci dei tunisini, per strada: riproporli in scena è un modo per riappropriarsi delle tradizioni negate, di tornare alla Tunisia di un tempo. Con uno sguardo nostalgico si volgono ad essa, mentre raccontano dal di dentro e senza infingimenti, la Tunisia di oggi.
La scenografia naturalistica ci avvince alla scena come se fossimo in un film: muri bianchi consumati dal tempo, una saracinesca alzata, un ingresso senza porta. Siamo in una viuzza anonima del Maghreb. Un'impalcatura davanti ai muri bassi ci lascia immaginare lo stato di povertà: i lavori iniziati, sono poi mancati i soldi per completarli. Dovrebbe essere la foto di un momento di costruzione, e invece appare come una condanna all'incompiutezza, alla precarietà. Ricorda certi luoghi del Sud Italia, gli edifici imbastiti e mai finiti che campeggiano nelle campagne, che stanno a simboleggiare il degrado anche morale di una società corrotta.
"La ragione", "la follia" e "la morte" sono tre modi in cui reagire a questa vita. Sono tre giovani di paese, vicini di casa, che condividono la disoccupazione e il troppo tempo libero. Tre che sono rimasti in Tunisia, ma sarebbero potuti essere tra i tanti che sono partiti per l'Europa e hanno incontrato la morte sulle coste di Lampedusa. "La ragione", "la follia" e "la morte" danzano insieme, si sostengono, si intrecciano, si confondono.
Rayahzone procede lento, solenne, e nonostante le musiche fluide diano una parvenza di continuità alle scene in forma di quadri che si susseguono, si avverte una falla nella tessitura drammaturgica. A volte lo spettacolo ricade su se stesso, eppure l'impatto emotivo delle figure create dai corpi nello spazio è forte, come il coinvolgimento dello spettatore. E come il legame tra i fratelli Thabet che, dopo essersi formati insieme nelle arti acrobatiche, sono per la prima volta sulla stessa scena. Perché se Ali, il primogenito, ha avuto una vita artistica regolare lavorando soprattutto con Sidi Larbi Chercaoui, il più giovane Hédi, a seguito dell'amputazione di una gamba, ha dovuto attendere anni prima di riprendere la via teatrale. Prima di Rayahzone per Hédi solo un'altra creazione intitolata, in omaggio al fratello, Ali. Uno spettacolo di venti minuti, semplice poetico e virtuoso sul piano acrobatico, elaborato con l'amico Mathurin Bolze, anche lui artista circense. In quello spettacolo Hédi Thabet aveva superato se stesso e il suo handicap: manipolando e lasciandosi manipolare dal suo partner aveva saputo creare figure di grande valore estetico e al contempo pregne di significato. In Rayahzone ha cercato di fare un passo avanti nel suo processo artistico dedicandosi anche alla drammaturgia, creando uno spettacolo complesso, ricco di richiami culturali, di necessità comunicativa. Ma è mancata la semplicità e la chiarezza espressiva che avevano ammaliato il pubblico di Ali.

Bruna Monaco

Ultima modifica il Sabato, 16 Marzo 2013 08:19
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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