mercoledì, 29 gennaio, 2020
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PROMETEO: ARCHITETTURA-MILANO – coreografia Simona Bertozzi

"Prometeo: Architettura - Milano" coreografia Simona Bertozzi. Foto Luca Del Pia "Prometeo: Architettura - Milano" coreografia Simona Bertozzi. Foto Luca Del Pia

coreografia Simona Bertozzi
progetto Simona Bertozzi e Marcello Briguglio
interpreti  Letizia Ponti, Alicia Dias, Gaia Buono, Aurora Pasquali, Martina Brignola, Aleksandra Kumaraku, Rebecca Costa, Alice Ugetti, Bianca Ghezzi, Sofia Polizzi, Martina Carone, Jacopo Severini, Arianna Fioravanti
musica Cello Concerto in A minor op.129 di Robert Schumann
luci Antonio Rinaldi
organizzazione Beatrice Capitani
promozione Elena de Pascale
ufficio stampa Michele Pascarella
produzione Compagnia Simona Bertozzi /Nexus
con il contributo di MIBACT e Regione Emilia Romagna
con il sostegno di Associazione Danza Urbana, Associazione Cantieri Danza, Ater- Romagna
Visto al festival MilanOltre, Teatro Elfo Puccini, Milano, il 7 ottobre 2018

www.Sipario.it, 21 ottobre 2018

Il "Prometeo" di Simona Bertozzi visto all'Elfo Puccini per il festival MilanOltre presenta, all'ingresso del pubblico in sala, un gruppo di giovanissime danzatrici, selezionate la scorsa primavera per il progetto, coperte da un telo di plastica grosso e trasparente. Sorretto e tenuto sollevato con la testa e le braccia da chi in quel momento attende in piedi o in ginocchio, o adagiato sul corpo di chi è sdraiato a terra per il tempo dell'afflusso del pubblico in sala. "Adolescenza sotto vuoto" potrebbe essere il titolo del quadro, alludendo forse al fatto, se così si può liberamente interpretare, che i ragazzi di oggi li lasciamo troppo tempo lontani dalla vita? Dando loro della vita solo riflessi di plastica? A giudicare da come la danza viene spesso proposta ai giovanissimi, detrito televisivo di mossette mutuate dalla pestifera ideologia spettacolare del musical, che inquina anche la pratica pedagogica, riempiendo di sé programmazioni dei teatri, palinsesti di scuole, agendo come un virus pandemico che si riproduce secondo schemi fissi, e traducendosi, nella trasmissione agli allievi, in imitazioni di imitazioni di modelli stereotipati, si direbbe di sì. Così il moto lento di deconfezionamento, di spacchettamento, di splastificazione che terminerà con un'azione di con-piegamento e "messa al bando" del grande telo di plastica, cui una delle più piccole danzatrici dà l'avvio, scoprendo di volta in volta il resto delle compagne, prelude a una ritrovata libertà (certo, è ovvio, il telo è anche elemento concreto, povero, ma suggestivo, della generale concertazione visiva e sonora del pezzo e in quanto tale costringe ogni movimento e la stessa stasi iniziale a tener conto della sua ingombrante presenza e del suono che produce ). E' una libertà che fin da subito vediamo piena e creativa scorrere nelle sequenze delle giovani allieve: cellule gestuali e coreografiche, esplosioni nello spazio, alfabeto ripetuto e variato a una a due a tre a quattro, per poi diramarsi ancora e convergere nella lunga sequenza d'insieme, accompagnata dall'unico brano musicale che interviene nello spettacolo – tutto il resto accade nel silenzio o nel rintoccare amplificato di un metronomo o nel suono prodotto dal grande telo – dove il lavorìo fin lì protrattosi per scaglie di accumulazione s'ingemma in un cristalléggio di variazioni ripetute all'unisono e condotte ad un alto tenore energetico. E' un momento di condensazione emozionante in cui siamo stati condotti passo passo dalla sapiente regìa della coreografa, la quale, giustamente, ci ricorda anche il potenziale pedagogico del metateatro: è una delle ragazze che, al microfono, rivolge al tecnico precise richieste riguardo il cambio d'illuminazione. Ma se il gesto dell'impugnare e del parlare al microfono sottintende sempre una presa di potere, qui si configura piuttosto (sia lode) come un gesto di autodeterminazione. In questo modo rendendo evidente come anche al livello della tecnica audio-luci si possa lavorare, in ambito pedagogico, per una riappropriazione critica dei mezzi tecnici, o almeno per una consapevolezza del loro ruolo. Come se si dicesse alle giovani: "guardate che la tecnica siete voi che la manovrate, non è lei che manovra voi". Affermazione che, rivolta a ragazzine che vanno dai 9 ai 16 anni, si traduce in una simbolica messa in guardia, ci sembra, rispetto alle lusinghe che la "magia della tecnologia" (una rima inquietante salda i due termini in un doppio legame incantatorio) esercita ormai a livelli massivi sulle persone e sui giovani in special modo. "E la manovrate voi, la tecnica", verrebbe da aggiungere "non per imparare a manovrare gli altri attraverso di essa, ma perché voi possiate rimanere liberi". Questo tipo di affermazione, e i processi che ne conseguono, dovrebbero stare al centro di ogni prassi pedagogica, anche quando questa non dovesse raggiungere risultati artistici alti, ma si "limitasse" a una trasmissione onesta di tecniche e di saperi. Qui invece il risultato artistico c'è, ed è strepitoso, perché, pur trovandoci di fronte a un lavoro tutto sommato dimostrativo, dove le sequenze sono introdotte da titoli didascalici, detti a voce nuda, a turno, dalle danzatrici, che esplicitano l'obiettivo dell'esercitazione, pure vediamo all'opera un'energia sorgiva che scorre fresca, dirompente e tonificante attraverso la complessa trama della tessitura coreografica. La quale non s'intoppa mai in accademismi o in allusioni compiacenti alla danza mainstream, e dove assistiamo all'affermarsi e allo svilupparsi di una decisa coralità, senza che neppure per un momento – e questo è un altro elemento che aggiunge valore all'opera – si sia costretti a vedere in azione l'ideologia mercantile e piccolo borghese della competizione e il conseguente vezzo di mettere in vetrina prime ballerine. Tutto corre impetuoso come coralità pura e insieme problematizza i nodi che abbiamo evidenziato più sopra, in uno spazio vuoto, quadrato e nero, su tre lati del quale disposto, il pubblico acclama alla fine le giovanissime allieve.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Lunedì, 22 Ottobre 2018 11:12

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