giovedì, 14 novembre, 2019
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MENSKE - coreografia Wim Vandekeybus

Menske Menske Coreografia Wim Vandekeybus

regia, coreografia, scene: Wim Vandekeybus
creato con e interpretato da Laura Arís, Max Cuccaro, Konstantina Efthimiadou, Elena Fokina, Birgit Gunzl, Robert M. Hayden, Jorge Jauregui Allue, Manuel Ronda, Helder Seabra, Valéry Volf, Kylie Walters
musica originale: Daan
testi: Ultima Vez
Ferrara, Teatro Comunale, 30 e 31 ottobre 2008

Il Manifesto, 2 novembre 2008
Cortocircuiti emozionali nella terra di nessuno

Ferrara
Più danza, più danza, viene da chiedere ogni volta di fronte agli spettacoli di Wim Vandekeybus. E non per inseguire insensate nostalgie ballettistiche, al cospetto dei molti materiali eterogenei che il regista coreografo fiammingo introduce nelle sue creazioni, dai testi dialogati ai video e ai film. È che la danza di Vandekeybus è di per sé teatrale, cioè capace di raccontare, è teatro senza bisogno neppure di ricorrere alla ormai superata sigla protettiva di teatrodanza. Ché anzi quello spesso tessuto verbale, quel proliferare di immagini cinematografiche tese a precisare i contorni narrativi dei lavori rischiano poi di spingerli verso un contenuto «a tesi» che ne imbriglia la forza espressiva e la tonalità emotiva.
Succede anche in Menske, presentato a Ferrara insieme a una sorta di ventennale autobiografia scenica che raccoglie sotto il titolo Du feu dans le sang alcuni momenti esemplari di precedenti storici spettacoli della compagnia Ultima Vez, per altro in gran parte visti proprio qui, sul palcoscenico del Comunale (mancano però Blush e Scratching the inner fields, forse i più densi di emozioni intime). Succede che nell'oscurità della scena appena rotta dal baluginare di un neon, un uomo vestito di una tuta bianca corra avanti e indietro spargendo una sostanza fumosa. E una voce, la sua voce che sembra venire da fuori campo, in un dialogo continuato con un interlocutore invisibile o forse assente, chieda dove siamo finiti. Se c'è un'uscita. Se proprio bisogna fare saltare in aria tutto. Del sole è rimasto il ricordo.
Il luogo è una terra desolata, o una terra di nessuno, dove si accumulano liberamente sacchi di rifiuti come in una periferia napoletana. Uno spiazzo stretto fra barriere di pannelli metallici che si riempiono in fretta delle scritte dei writers. Dominato in altezza da un vecchio palo della luce, da cui si dirama una ragnatela di fili elettrici. E tuttavia qualcuno cerca di fare pulizia, per terra. Qualcuno si arrampica sul palo alla ricerca forse di un guasto. Che ci fa in questo bordello, si chiedono. Mentre si moltiplicano i riferimenti a progetti architettonici destinati evidentemente a mutare quel paesaggio urbano e umano. Sulla scena si va infatti presentando un'umanità metamorfica. Quella che «mi piace scopare», che poi rivelerà doti contorsioniste e acrobatiche da replicante di Blade runner. Quella dall'aria indifesa, vittima di approcci pesanti e esercizi di bondage. O l'altra, che porta sempre guanti di gomma, le sue mani vuote. I piccoli uomini del titolo, Menske. Ciascuno con una dose di sopraffazione da spacciare.
Provano piccoli assoli o lottano fra loro, avanzano a turno in proscenio per parlare a un microfono (sono dieci gli interpreti, di paesi e lingue diverse com'è consuetudine sulla scena di danza). Lanciano verso la sala i sacchi delle immondizie e lamentano di non riuscire a dormire o ripetono un inquietante «io sto bene». Ma a imprimere un segno più forte allo spettacolo è il distendersi della danza nelle ampie azioni corali che si appoggiano sul crescendo rumoroso delle musiche rockeggianti del gruppo belga Daan. Come quando volteggiano in un intreccio di cavi d'acciaio che loro stessi tendono attraverso lo spazio scenico o tentano la salita di una scala metallica che punta verso il cielo. O ancora, ormai verso la fine, una rabbiosa apocalypse now di guerrieri armati dei corpi delle donne, imbracciati come mitragliatrici nel rombo degli elicotteri e il fumo che si leva, sparato da un ventilatore, intorno al gruppo scultoreo che regge quella scala di Giacobbe come fosse la bandiera di Iva Jima. Da lì lo spettacolo non può che rifluire verso un finale sospeso in un'apparente incompiutezza. Calato il sipario di ferro, resta di qua solo una ragazza che danza con in mano un coltello, già apparso più volte come minaccioso elemento figurativo.
Prima c'era stato del resto l'aprirsi di uno squarcio verso una specie di futuro anteriore. Una cerimonia di figure mascherate allestita davanti a un fotografico fondale di vuoti corridoi convergenti, un rituale di iniziazione di esplicita violenza. Ma anche attraversato da una vena di ingenuità. Di certo nulla di simile aveva luogo dalle parti del venerabile Licio Gelli.

Gianni Manzella

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 07:28
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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