mercoledì, 13 novembre, 2019
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GISELLE - ripresa coreografica di Yvette Chauviré

Svetlana Zakharova e David Hallberg in "Giselle", ripresa coreografica di Yvette Chauviré. Foto Teatro alla Scala Svetlana Zakharova e David Hallberg in "Giselle", ripresa coreografica di Yvette Chauviré. Foto Teatro alla Scala

Balletto in due atti di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges da Théophile Gautier
Coreografia di Jean Coralli e Jules Perrot
Ripresa coreografica di Yvette Chauviré

Musica di Adolphe Adam
Scene e Costumi di Aleksandr Benois rielaborati da Angelo Sala e Cinzia Rosselli

Con: Svetlana Zakharova, David Hallberg, Vittoria Valerio,
Claudio Coviello, Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko
e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala diretto da Frédéric Olivieri
Produzione Teatro alla Scala

Orchestra dell'Accademia Teatro alla Scala
Direttore: David Coleman

MILANO, Teatro alla Scala, dal 17 settembre al 8 ottobre 2019

www.Sipario.it, 14 ottobre 2019

Giselle, poesia e grazia nel cuore dei ballettomani milanesi

"Centocinquantotto anni ci separeranno, nel giugno 1999, dalla prima rappresentazione parigina, e le oltre duecento repliche, tra passato e presente, sono destinate ad aumentare con quelle di oggi": così scriveva il compianto Alberto Testa esattamente vent'anni fa a proposito di Giselle. Un pensiero profetico che trova conferma nel vasto archivio storico del Teatro alla Scala: qui il nome di Giselle, infatti, percorre reiteratamente il corso storico del teatro incrociando epoche, trasformazioni e interpreti di prima grandezza. È certamente indicativo che il balletto dedicato a colei che è l'emblema della danza annoveri sul palco scaligero numerosissime rappresentazioni con particolare riguardo alla versione tradizionale firmata da Yvette Chauviré nel 1950. Per precisione sono, altresì, da menzionare le molteplici tournée della troupe scaligera con questo titolo che, senza dubbio, è enumerabile fra le più compiute versioni di quello che Théophile Gautier - autore del libretto, insieme a Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges -, amò definire come "il più bel successo coreografico dopo La Sylphide".
A distanza di tre anni dalle ultime recite al Piermarini torna, dunque, per otto rappresentazioni lo spettacolo più amato dai ballettomani milanesi dedicato all'eterna ed ineludibile dialettica che struttura il fertile dialogo tra l'amore terreno e l'amore ideale. Nelle recite di apertura di questo gradito ritorno a rispolverare i tratti peculiari della stagione romantica erano Svetlana Zakharova e David Hallberg, per la prima volta insieme alla Scala in questo titolo.
Lei, prima ballerina étoile, è una Giselle nota, solidamente radicata nel profilo peculiare della giovane "creatura onesta, dolce e incantevole", come descritta da Gautier. Briosa e limpida appare la verve che la danzatrice ucraina consegna fin dal suo primo ingresso in scena; vivacissima è la prima variazione: tecnicamente eseguita con precisione quantunque non impeccabili le plurime pirouettes che precedono la nota diagonale. Alla sua Giselle regala un'agonia solenne in cui trapela l'iroso tratto di un tormento psichico sorretto dalla dilaniante pena d'amore.
Il suo Albrecht è il nobilissimo David Hallberg che abbiamo seguito per la prima volta alla Scala nel 2014 nel Lago dei cigni firmato da Rudolf Nureyev. Impegnato con la troupe scaligera nel balletto di Adam in occasione della recente tournée in Australia, a Milano abbiamo scoperto un danzatore dal tratto fine, elegante e impreziosito dalla ricercatezza di un port de bras regale e mai lezioso. Se adamantina è la sua danza nei due atti di cui si compone il balletto, autentico è il rilievo drammaturgico affidato al principe Albrecht: da segnalare, per disinvoltura, pregnanza e veridicità l'interpretazione adottata nell'epilogo del primo atto e in quel segmento del balletto in cui imperano le nefaste voragini dell'umano. Notevole è il grand pas de deux finale, eterno emblema dell'ideale romantico in danza.
Nelle recite successive abbiamo seguito nei ruoli principali i medesimi interpreti della recente trasferta a Pechino: Vittoria Valerio e Claudio Coviello.
Con la ballerina solista del teatro milanese la giovane contadina vive una breve e iniziale briosità cui seguono con sorprendente ampiezza i brutali e spettrali presagi del suo triste destino. Il preludio della nota pazzia di Giselle è, fin dall'inizio, attraversato da quello sguardo pregno di orrore che accompagna la morte. Non vi è timorosa commozione in questi tratti ma pienezza del tetro volto notturno della Vila. Nel secondo atto la sua danza è colma di salde arabesque e reiterati equilibri protesi verso l'autentico anelito d'amore ultraterreno.
Nel primo ballerino scaligero torniamo a scorgere quei tratti del sospetto che notammo in occasione delle ultime riprese del titolo allorquando, nel primo atto, la sua amata Giselle mostra il dono offertole dalla principessa Bathilde: un breve segmento che vale, su tutto, a rendere manifesta la disinvolta stabilità conseguita e manifestata dal danzatore in questo ruolo. Nel secondo atto è convincente la contrizione svelata nella lugubre, ieratica e lenta entrata in scena che accompagna il pianto sulla tomba dell'amata. Precisi i tours en l'air nella variazione, nitidi gli entrechats della coda cui Albrecht è costretto dalla fredda regina delle Willi, qui finemente consegnata da Maria Celeste Losa. Da segnalare l'accuratezza esecutiva del pas de deux dei contadini del primo atto affidato a Martina Arduino e Nicola Del Freo, come pure la vivida tessitura drammaturgica donata da Christian Fagetti al guardiacaccia Hilarion.
La bacchetta di David Coleman si riconferma, ancora una volta, infallibile nel panorama della direzione delle pagine musicali appositamente concepite per la danza.
Dopo i grandi e recenti riscontri internazionali ottenuti da questo capolavoro del teatro coreutico romantico francese affidato agli scaligeri, la ripresa al Piermarini colleziona, ancora una volta, l'unanime approvazione. È una produzione salda, coerente e armonica, un dono che la Scala preserva quale emblema di un repertorio tersicoreo non destinato all'oblio ma che supera, parafrasando il libretto di Giselle, i limiti temporali ed empirici della limitata vita umana per guadagnare pienezza unicamente nell'imperituro e primordiale anelito al soprannaturale: esso vale più di ogni altra cosa.

Vito Lentini

Ultima modifica il Martedì, 15 Ottobre 2019 16:50

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