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FEMINA - coreografia di Antonella Bertoni

"Femina", coreografia Antonella Bertoni "Femina", coreografia Antonella Bertoni

Di MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI
Coreografia ANTONELLA BERTONI
Con SARA CAVALIERI, ELEONORA CHIOCCHINI, VALENTINA DAL MAS, LUDOVICA MESSINA POERIO
Disegno luci ANDREA GENTILI
Direzione tecnica CLAUDIO MODUGNO
Musiche DYSNOMIA - DAWN OF MIDI. Audio editing ORLANDO CAINELLI
Organizzazione, strategia e sviluppo DALIA MACII
Amministrazione e coordinamento FRANCESCA LEONELLI
Comunicazione e ufficio stampa FRANCESCA VENEZIA
Produzione COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI. Con il sostegno di  MiC - Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto
Si ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova.
Visto al Teatro degli Impavidi di Sarzana (SP), nell'ambito del festival “FISIKO” diretto da Maurizio Camilli, il 23 giugno 2024

www.Sipario.it, 24 giugno 2024

C'è un mistero condiviso tra la Danza, il cerchio magico che dà struttura all'intero universo interno ed esterno a noi, e il corpo femminile, ed è il mistero della 'vita' che a partire da quella si espande all'intera determinazione e formazione del genere nelle sue mille sfumature.

Femina, lo spettacolo di danza nato da una idea evidentemente condivisa di Michele Abbondanza e di Antonella Bertoni, ma interamente costruito in un 'tutto femminile' dalla coreografia di Antonella Bertoni, candidato come miglior spettacolo di Danza all'UBU 2023 (e lo avrebbe meritato il premio a mio avviso), questo mistero, doppio ma indissolubilmente intrecciato tanto da diventare metafisicamente uno, affronta bravamente.

È una splendida coreografia, che iscrive la spontaneità del 'moto' vitale nella elaborazione consapevole del sentimento e del pensiero che non ha bisogno di parole, una sorta di pietra di inciampo ovvero di 'paragone' che in una prospettiva concava, di precipitazione ed elaborazione, sottolinea da una parte la crisi di un patriarcato, ormai secondo alcuni al suo tramonto, che nelle convulsioni del suo perire colpisce con i ripetuti colpi di coda dei tragici e purtroppo attualissimi omicidi di donne, in una coazione a ripetere che ha perso anche il suo (se mai ci fosse stato) scopo di potere.

Dall'altra ci parla dell'energia, platonicamente e profondamente 'erotica', del femminile che è capace di trasfigurare gli schemi e le maschere che lo coartano, ribaltandoli in positivo e retierato movimento che alimenta una trasformazione la quale però, in fondo, è solo ritorno all'autentico simbolico ed esistenziale della 'fessura' (letta non a caso dagli studiosi anche nella ferita del costato di Cristo), religioso limes attraverso il quale transita, entrando ed uscendo, la vita.

Pensare il mistero danzandolo è dunque, per Antonella Bertoni, finalmente svelarlo prescindendo da quella ragione, da quel logos che il patriarcato ha imprigionato nelle sue finalità di potere, ma che può diventare altro nell'intimità di ogni singolo spettatore, cui non sono offerte o imposte risposte ma solo 'occasioni'.

Questo spettacolo infatti riesce esteticamente a condensare un pensiero sempre più diffuso e consapevole della condizione femminile attuale, che acquista tra l'altro nuova forza nell'identitario coinvolgimento ad ogni livello delle donne anche, se non proprio, nella lucididità del rinnovato contrasto a quel declinante, ma ancora feroce, patriarcato.

Vale la pena di citare al riguardo la filosofa non solo femminista Rosi Braidotti che nel suo ultimo libro “In metamorfosi” scrive tra l'altro: “Le tecniche che mirano a perfezionare il sé corporeo e a ripulire ogni traccia di  mortalità il sé corporale – chirurgia plastica, diete, la mania del fitness e altre tecniche per disciplinare il corpo – allo stesso tempo lo aiutano anche a soppiantare il suo stato 'naturale'.”.

La drammaturgia, perché di questo si tratta, dispiegata coreograficamente da Antonella Bertoni affronta per così dire “il toro per le corna” presentandoci corpi stereotipati nella figure bamboleggianti (che ricordano la Blondie capace di usare quello stesso corpo bambola per ribellarsi ad esso) che lentamente iniziano a reiterare i movimenti schematizzati del femminile oscurato (il trucco, il massaggio, la ginnastica rassodante e quant'altro) ma che proprio attraverso quella stessa ossessiva reiterazione ne smascherano il potente valore di oppressione non solo simbolica, riuscendo così a liberarsi fino ad attingere al senso ultimo del femminile che alla fine domina incontrastato la scena vuota.

Come non leggere in tutto questo, mistero nel mistero, anche l'enigma di Coppelia o l'ossessione della fiaba “Scarpette Rosse”, scontando certo le differenze per essere questi degli ultimi tentativi del patriarcato di legiferare sul 'moto' femminile, imprigionandolo.

Facendo una eccezione è qui opportuno citare il foglio di sala: “Femina è lo spazio di traduzione e allucinazione in quadro scenico di possibili forme e nomi del donnesco e femmineo mondo contemporaneo.”

Una parola meritano poi le quattro danzatrici (attrici) in scena che sanno fare l'uso più appropriato delle loro evidenti capacità tecniche, quell'uso cioè capace di nascondere la tecnica nell'espressività spontanea della loro mimica 'presenza', ma la meritano anche le scelte musicali che, più che accompagnarlo, sembrano essere state selezionate dallo stesso impianto coreografico e, man mano in un crescendo 'appassionante', dai suoi singoli e singolari movimenti.

Una armonia, quella della danza di Antonella Bertoni, costruita sulle dissonanze e sulla capacità di interpretare ciascuna con spirito originale anche i passi condivisi e collettivamente organizzati come in una galleria di specchi che rende le immagini infinite nel tempo e nello spazio.

Uno spettacolo intenso capace di consolidare 'consapevolezza' nel pubblico femminile ma anche, a partire da quello, nel pubblico maschile nell'aspettativa di una rinnovata e più armonicamente egualitaria loro relazione, ovviamente comprendendo tutto ciò che sta all'interno dell'ampio spazio di questa stessa relazione. In grado cioè di così portarci 'tutti' un poco più avanti in una tale nuova consapevolezza.

Credo che ci sia riuscito, e la sala piena ha a lungo e profondamente condiviso nei molti minuti di applausi finali con standing ovation di molti.

Maria Dolores Pesce

Ultima modifica il Giovedì, 27 Giugno 2024 19:27

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