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FAVOLE SENZA FILI + 1 - regia e coreografie Marianna Moccia

"Favole senza fili + 1", regia e coreografie Marianna Moccia. Foto Sabrina Cirillo "Favole senza fili + 1", regia e coreografie Marianna Moccia. Foto Sabrina Cirillo

Spettacolo di danza, prosa e danza aerea – adatto anche a ragazzi e bambini
Liberamente tratto da Favole al telefono di Gianni Rodari
Scritto da  Martina di Matteo
Regia e coreografie Marianna Moccia
Aiuto regia  Sara Lupoli

Con  Maria Anzivino, Chiara Barassi, Alessia di Maio, Valeri Nappi, Viola Russo

Musiche Valerio Middione, Giuseppe di Taranto, Alfredo Pumilia

Video e foto Sabrina Cirillo

Costumi Dario Biancullo 
Produzione  FUNA con Teatri associati di Napoli, Art garage, Ex Asilo Filangieri
Al Piccolo Bellini di Napoli, il 30 Novembre 2021

www.Sipario.it, 4 dicembre 2021

C’era una volta …
Eccolo, l’inizio più usato e più citato di sempre e da sempre, quello che ha fatto sognare ed appassionare milioni di lettori, spettatori ed amatori di favole, di fiabe, di racconti, insomma in generale di storie. Quelle che raccontiamo ancora e continuiamo a portare avanti come una tradizione orale (e poi anche scritta) infinita, senza tempo, come quell’imperfetto utilizzato per sospendere la narrazione, che rende l’idea anche di qualcosa di non definito e quindi per questo, ancora più preciso. Sembra una contraddizione? Sì, ma in realtà non lo è perché il tempo sospeso di una storia è perfetto così com’è, ci trasporta nel mondo irreale che esiste grazie a noi, alla nostra voce, alle nostre parole che nel momento stesso in cui iniziano a pronunciare quel famoso “c’era una volta”, lo rendono perfettamente reale e perfettamente presente. Favole senza fili + 1 è ispirato ad uno dei libri più conosciuti del noto favolista Gianni Rodari, Favole al telefono, traendone liberamente il senso, ma ci si può ritrovare all’interno anche un po’ di quel Pirandello di Sei personaggi in cerca d’autore, nel momento in cui i protagonisti di questa pièce si ritrovano un po’ spaesati, destinati inizialmente ad esistere soltanto nella loro chiusa fissità data dalla penna di uno scrittore che non ha permesso loro di esprimersi e confrontarsi né con lui né con gli altri, ma gli ha donato caratteri da cui non possono liberarsi. Sarà il dialogo con un narratore che non riesce a dar loro né corpo né forma e strappa continuamente quella pagina scritta, a permettere il movimento libero e comune, come un racconto collettivo di quelli che anticamente coinvolgevano intere comunità e villaggi, pronti, in ascolto delle leggende e storie reali più varie e più strabilianti. Di questi personaggi, forse più di tutti il topo colpisce, perché spunta direttamente dalle pagine di un libro, salta fuori da lì, ma la tempo stesso resta lì, indeciso tra l’essere prigioniero di quei fogli e l’esserne semplicemente legato, l’esserne parte. Risulta complessa la resa scenica, ma anche d’interpretazione molto personale, perché è proprio questo che s’intende sottolineare: ogni favola raccontata e ascoltata, ha un’interpretazione sempre diversa a seconda di chi la racconta e di chi la ascolta, ma anche a seconda del momento in cui viene raccontata e una stessa favola, una stessa storia cambia continuamente, ha sempre una nuova versione, proprio come quel “+ 1” del titolo dello spettacolo. Il racconto è prevalentemente coreografico, in un dialogo di danza contemporanea, di quella certamente più pura ed esasperata e danza aerea, dai tessuti su cui salgono e danzano, raccontando con i loro corpi, le singole protagoniste, fino ai pezzi d’insieme, in cui risorge la collettività, che prevale sul singolo. Le favole, (narrate al telefono sono state anche un’iniziativa nella pandemia del nostro tempo) devono essere il nuovo spunto per un’immaginazione messa spesso a dura prova nei mesi difficili di questi anni, il recupero di un creare e ricreare, sempre, partendo dalla tradizione di ciò che già esiste, ma che cambia continuamente. Hanno bisogno di un pubblico, di ascoltatori, di lettori, proprio come lo spettacolo ha bisogno di chi sia lì ad assistere, a dare corpo e forma ai personaggi, alla volontà degli autori, alla compartecipazione da un lato all’altro di quella che un tempo era la quarta parete, sempre meno delineata oggi. «Ho scelto di abitare il mondo dell’illusione» dice alla fine il narratore. L’illusione spesso più reale e più viva della realtà stessa, se non altro quella di cui abbiamo ancora un estremo bisogno per alimentare i sogni sempre nuovi, le favole sempre diverse.

Francesca Myriam Chiatto

Ultima modifica il Domenica, 12 Dicembre 2021 12:54

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