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CUOCERE IL MONDO - coreografia Raffaella Giordano

Cuocere il mondo Cuocere il mondo Coreografia Raffaella Giordano

ideazione e scrittura del gesto: Raffaella Giordano
con Aurélien Zouki, Elisabetta Sbiroli, Fabio Pagano, Raffaella Giordano,
Olivier Maltinti, Paola Comis, Valentino Infuso
Modena, Teatro Comunale, 3 e 4 aprile 2007, prima italiana
collaborazione al progetto: Claudio Conti
luci: Bruno Goubert
Modena, aprile 2008

Il Manifesto, 8 aprile 2008
«Cuocere il mondo», danzare come necessità

Gestualità pittorica, silenzio, la ricerca del mistero dell'essere umano. Nel nuovo lavoro, Raffaella Giordano ritrova i segni del gesto e il respiro che sono il senso del suo universo d'artista

Modena
È L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci ad ispirare da lontano la nuova creazione di Raffaella Giordano, Cuocere il mondo, titolo preso da un libro di Charles Malamoud sul rito e pensiero nell'India antica. Uno spettacolo in cui è in gioco l'umanità, l'incontro con l'altro, la fede non come credo acritico ma come interrogativo aperto, il termine religione nel significato originario del latino «religere», riunire, ricollegare, sentirsi parte di un tutto con laica fratellanza.
Il debutto italiano è avvenuto proprio in questa settimana di Pasqua al Comunale di Modena, coproduttore del lavoro insieme al théâtre Garonne di Tolosa, a les Bernardines di Marsiglia e al festival delle colline torinesi dove lo spettacolo sarà ai primi di luglio.
Raffaella Giordano, militante della danza contemporanea italiana da oltre vent'anni, co-fondatrice storica della compagnia Sosta Palmizi, è un'artista il cui segno in scena ha pregnanza indiscutibile, sarà anche per quel desiderio forte come una necessità di perseguire nel teatro, nella danza una verità della presenza che non ammette forme estetizzanti, forme non abitate dal mistero della condizione umana, per dirla con la stessa coreografa. Un mistero che per aprirsi al mondo chiede tempo e silenzio.
La memoria va a vent'anni fa, alla prima creazione autonoma di gruppo firmata da Giordano, si intitolava Ssst... ed era il 1987. Quest'esigenza di concentrarsi sull'intimità del sé per poi aprirsi all'altro grazie ad una disponibilità di ascolto introvabile senza silenzio è una costante del lavoro dell'artista torinese che in Cuocere il mondo, al cui progetto ha collaborato il regista Claudio Conti, si avvalora di un forte senso di condivisione.Verso la fine dello spettacolo un interprete dirà: "«uesto silenzio mi accompagna (...) questo silenzio che segue la battaglia...».
C'è un respiro di desolazione e di abbandono in Cuocere il mondo, spettacolo per il quale Lorenzo Brusci ha creato un ambiente sonoro che avvolge il silenzio di fruscii, rumori sordi, voci lontane, e nel quale il rimando al cenacolo vinciano ha significato per Giordano riflettere sulla presenza della morte, sullo stordimento che dà tradire ed essere traditi, sulla sensazione che bisogna ripartire da zero. Temi ripensati senza voler aderire insieme agli altri sei interpreti dello spettacolo ai personaggi del dipinto.
Eppure per il pubblico che ha voglia di lasciarsi prendere dalla densità radicale del lavoro (c'è chi si irrita di fronte alla lentezza sospesa dello spettacolo ed esce prima) è un continuo entrare e uscire da quello che il quadro ci dice. I sette, che salvo Giordano, vengono dal teatro e non dalla danza, hanno una gestualità dilatata, fuori dal tempo, materica e pittorica nell'attenzione ai palmi concavi delle mani, allo sguardo che va al di là della scena, al restare fermi, in attesa. Quando Giordano avanza al centro all'inizio dello spettacolo e appoggia lentamente le dita sul tavolo o quando alla fine del lavoro abbraccia con le mani verso l'alto la lunga asse di legno a cui appoggia la schiena, le associazioni a Cristo e alla passione sono evidenti, ma, come avviene anche con gli altri interpreti, si alterna con ritmo ondivago la percezione dell'attore tout court e il ricollegarsi a Gesù e agli apostoli. In realtà emerge più di ogni altra cosa l'umano ed è spiazzante come i sette ce lo presentano, finendo tutti seduti in semicerchio, lo sguardo calmo su di noi, e quel limone aperto in due e appoggiato per terra, simbolo forse di una cena che lascia l'aspro in bocca.

Francesca Pedroni

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 07:45
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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