martedì, 19 novembre, 2019
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(CINEMA) - "Midsommar – Il villaggio dei dannati", di Ari Aster. Viaggio nell'oscurità della luce

Florence Pugh in "Midsommar – Il villaggio dei dannati", di Ari Aster Florence Pugh in "Midsommar – Il villaggio dei dannati", di Ari Aster

Midsommar – Il villaggio dei dannati
di Ari Aster
Con Florence Pugh, Jack Reynor, Vilhelm Blomgren

Viaggio nell'oscurità della luce

Dopo aver vissuto un devastante trauma familiare, Dani parte per la Svezia con il fidanzato Christian, unendosi a un gruppo di amici di lui in un viaggio che ha come meta un festival estivo in un remoto villaggio. Midsommar- Il villaggio dei dannati segna il ritorno alla regia di Ari Aster (Hereditary), che nuovamente costruisce un horror sofisticato e da brividi, che ha il suo fulcro in antichi rituali e tradizioni pagane. Il miraggio soave di un eden ritrovato, contraddistinto dalla dedizione dei suoi abitanti alla vita bucolica, si trascina dietro da subito un retrogusto amaro di presagio di morte. Se il film si apre con un paesaggio cupo e invernale, romantico e tempestoso, che manifesta palesemente il carattere disturbante e tetro della vicenda che si viene a presentare, la limpida luminosità del villaggio svedese produce un contrasto perturbante e l'esasperata armonia e perfezione lascia presagire l'esistenza di segreti laceranti. L'esasperante presenza della luce del sole rivela il suo potenziale destabilizzante, disorienta i personaggi e insospettisce lo spettatore, dimostrandosi per l'horror un elemento valido quanto l'oscurità visiva a cui siamo abituati.
Midsommar è un saggio antropologico che si esprime per immagini cinematografiche, ma anche un'analisi psicoanalitica di un personaggio, Dani, che si trova travolto dalle condizioni del lutto e della depressione, così come dall'incertezza di una relazione amorosa troppo fragile. Si assiste a un lento delinearsi di un percorso catartico, che coincide con la liberazione nella distruzione del passato e nella perdita della lucidità. In questo processo è fondamentale anche lo scioglimento di una relazione amorosa ormai consumata e piena di ipocrisie. Nel prologo iniziale, sopra a una Dani piangente, si erge un dipinto fiabesco che ritrae l'abbraccio di una bambina- regina e un orso, figure allegoriche che nel finale del film si riproporranno in tutta la loro forza.
Immergersi in un luogo di morte permetterà a Dani di riconciliarsi con la morte e con il ricordo dei propri familiari ? Questo viaggio interiore di liberazione assumerà le sembianze di un incubo in bilico tra il paradiso e l'inferno. La splendida fotografia e i sinuosi movimenti di camera, con soluzioni visive geniali, riconfermano Ari Aster un regista dotato della grande capacità di comunicare attraverso la potenza magnetica delle immagini sensazioni e concetti concernenti l'inconscio.
L'ambientazione rurale e lo svolgersi dell'azione in una piccola comunità isolata e custode di inquietanti segreti riporta alla mente tanti capolavori del cinema horror, fra cui The Village di M. Night Shyamalan. Se in The Village erano però alcuni stessi membri della comunità a dover ricercare la verità, qui lo sono degli esterni inizialmente certi della loro posizione voyeuristica di spettatori, ma che si ritroveranno coinvolti in un gioco imprevedibile e letale.
Parlando della metodologia di lavoro adottata, lo scenografo Henrik Svensson ha dichiarato: "Abbiamo cercato di capire come vivevano le persone nelle comunità scandinave rurali e religiose, da 500 anni fa fino ai nostri giorni. Abbiamo esaminato gli elementi naturali: come la gente si prendeva cura della natura, comprese le piante e gli animali, così come gli elementi strutturali e l'arte che li circondavano, compresi i dipinti murali. La cultura è molto forte da queste parti, volevamo avere un'idea di come comunicassero, il che avveniva più spesso attraverso la musica". La musica è presentata effettivamente come mezzo di comunicazione più efficace e significativo per la comune. Attraverso il suono della voce si condividono emozioni e stati d'animo che da individuali divengono collettivi, nel rispetto di un'ideale di totale condivisione, che include i sentimenti, i corpi e la morte stessa. Il villaggio svedese è costellato di oggetti architettonici dalla geometria evocativa ed ermetica, che danno forma visivamente ai misteri trascendenti che animano questa imperscrutabile comunità. Le pitture murali, con il loro contenuto narrativo e la loro inquietante simbologia, sono parabole oscure che lasciano presagire l'avvenire imminente.
La protagonista Florence Pugh riconferma quel grande talento che aveva rivelato in Lady Macbeth, regalando un'interpretazione intensa e ricchissima di sfumature. Movimenti di macchina e raccordi sono sublimi e lo stile di Ari Aster si dimostra sempre più inconfondibile, ricalcando le orme estetiche di Hereditary. Lo stesso inizio di Midsommar si riallaccia alle tematiche luttuose di Hereditary, questa volta portandole avanti in un nuovo contesto e sganciandosi dall'ineluttabilità del vincolo di sangue.
Midsommar è una meravigliosa e angosciante fiaba oscura su un'esperienza catartica dalle simbologie inquietanti, che ha luogo in un misterioso villaggio devoto a enigmatici culti tribali. Un mondo ermetico in cui Ari Aster ci immerge lentamente e in cui la nostra consapevolezza di spettatori coincide con quella di Dani e i giovani americani, anche loro non iniziati ai misteri di questa realtà.

Corinne Vosa

Ultima modifica il Domenica, 28 Luglio 2019 17:17

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