venerdì, 20 settembre, 2019
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(CINEMA) - 69. Festival del cinema di Berlino. -di Franco Sepe

"Synonymes" di Nadav Lapid "Synonymes" di Nadav Lapid

69. Festival del cinema di Berlino
di Franco Sepe

Dopo diciotto anni – un periodo eccessivamente lungo, per qualsiasi monarca, capo di un governo, segretario di un partito, direttore di una banca, e anche per un direttore artistico – Dieter Kosslick lascia, con quest'ultima edizione, la guida della Berlinale. Guida che passerà, a partire dal 2020, al torinese Carlo Chatrian, già direttore del festival di Locarno, e all'olandese Mariette Rissenbeek. Tra i meriti del direttore uscente sono certamente da annoverare l'apertura verso quelle cinematografie rimaste spesso ai margini perché provenienti da Paesi considerati irrilevanti sul piano commerciale e politico internazionale, e dunque regolarmente escluse dai circuiti e dalle distribuzioni ufficiali; la drastica riduzione delle pellicole statunitensi, che in passato spadroneggiavano nella conquista degli Orsi; l'accento posto, nella selezione delle opere, sulle questioni che alimentano il dibattito politico e ideologico del momento (diritti umani, discriminazione razziale e sessuale, soprusi e abusi nella sfera privata e politica ecc.); l'incremento del numero degli spettatori nelle varie sale adibite alle proiezioni con circa quattrocento film per edizione. Tuttavia, le sue scelte sono state costantemente oggetto di critica, e per varie ragioni; una tra le quali è il fatto di aver spesso e volentieri privilegiato i contenuti, le idee, il politicamente corretto a discapito della qualità artistica delle opere.

E' successo ancora una volta nella odierna Berlinale, costellata di prodotti medi, di buona fattura, pellicole, per le tematiche trattate, interessanti e avvincenti, che incontreranno sicuramente il favore del grande pubblico, ma scarsamente innovative (tranne qualche eccezione, come vedremo più avanti) in fatto di estetica e di originalità di stile. La conferma di questa tendenza in voga ormai da anni, quelli appunto della gestione Kosslick, arriva puntualmente con l'assegnazione a sorpresa dell'Orso d'oro al film israeliano Synonymes di Nadav Lapid, che ha diviso, e nella stragrande maggioranza dei casi deluso, tanti critici, i quali a frotte hanno abbandonato la sala durante la proiezione in anteprima. Perché convince poco questo racconto, in gran parte autobiografico, di un giovane di nome Yoav (Tom Mercier) giunto a Parigi ben determinato a cancellare la sua identità di ex soldato israeliano, per barattarla senza mezzi termini con una francese, da acquisire il prima possibile? In breve, dopo un inizio folgorante che descrive l'ingresso di Yoav in un appartamento signorile della capitale, la doccia, la scoperta che nel frattempo indumenti e effetti personali sono stati rubati, l'inutile corsa su per le scale in cerca di che coprirsi, il soccorso di una coppia di giovani inquilini che lo trovano nella vasca quasi assiderato, lo massaggiano e lo rivestono con i loro abiti, dopo questo promettente incipit, fortemente simbolico, la storia si sdipana in una serie di episodi strampalati che ambiscono a diventare paradigmatici, costellati di dialoghi noiosi ed incongrui, soprattutto quelli tra il protagonista e la coppia francese, dialoghi che sembrano fare il verso ai pionieri della Nouvelle Vague. Dunque la ricerca di nuove radici, il ripudio del proprio passato israeliano (e degli stessi connazionali incontrati presso l'ambasciata), le difficoltà incontrate con la burocrazia francese, motivi per un buon soggetto, restano velleitaristici se commisurati all'esito drammaturgico e filmico; le battute, talvolta viziate da certo sociologismo, e le situazioni da cui esse nascono, non riescono a fornire un solido impianto alla commedia, così che ad un certo punto la storia finisce per sfuggire completamente di mano al regista.

Un Orso d'argento è andato a Graçe à Dieu del regista François Ozon, unico film francese in concorso che, in stretta concomitanza con il processo che si tiene in questi giorni a Lione, prende spunto dal caso del parroco di Lione Preynat, accusato nel 2016 ed egli stesso reo confesso di abusi sessuali su almeno 70 minori. Quello che Ozon stavolta ha deciso di affrontare, è un argomento assai spinoso per la Chiesa cattolica e apostolica romana. E lo fa partendo dal personaggio di Alexandre Guérin (interpretato da Melvil Poupaud), padre di cinque figli, il quale a distanza di qualche decennio viene sopraffatto dal suo passato di vittima di un sacerdote pedofilo. L'uomo, fervente cattolico, chiede e ottiene dalla curia di potersi confrontare con il suo aguzzino, e scopre nel frattempo che le sue turpi pratiche sono state ripetutamente coperte dall'autorità ecclesiale. Da qui la necessità di entrare in contatto con individui che hanno subìto da ragazzi la medesima sorte, per creare insieme a loro un comitato vòlto a infrangere quel muro di silenzio e omertà, complici genitori increduli e perpetue timorate, che aveva circondato e protetto il carnefice all'epoca in cui abusava incontrastato, negli angoli più appartati della parrocchia e nel campo scout, del suo sacro ufficio e dei minori. Scandito nella descrizione e successione dei fatti con la concretezza di un reportage, privo di eccessi scandalistici o di esagerate sottolineature emozionali, il film di Ozon, senza pretese di originalità, porta sullo schermo in maniera sobria e onesta una problematica civile e religiosa con la quale oggigiorno l'intera società è tenuta a confrontarsi.

Out stealing horses

Un Orso d'argento per la fotografia è stato assegnato a Rasmus Videbæk per il film norvegese Ut og stjæle hester (Out stealing horses) di Hans Petter Moland, tratto dall'omonimo romanzo di Per Petterson, storia dell'anziano vedovo Trond Sander (Stellan Skarsgárd), deciso, dopo la tragica morte della moglie, a trascorrere il tempo che gli resta in completa solitudine in una baita sperduta dentro un paesaggio immerso nella neve. L'incontro casuale a fine anno con un vecchio conoscente dà la stura a una serie di ricordi che catapultano l'uomo nell'estate lontana in cui, quindicenne, si trova ad affrontare il duro lavoro del boscaiolo insieme a suo padre e a scoprirne anche alcuni segreti, come ad esempio le attività clandestine durante l'occupazione nazista della Norvegia. Vivendo in mezzo a una natura di sconvolgente bellezza, si trova in quel breve arco di tempo a partecipare con la piccola comunità alla tragica morte di un bambino. E intanto avverte anche le prime pulsioni sessuali. Suo padre, finita la stagione, sparirà per sempre, senza lasciar tracce, con la madre del bambino ucciso per una fatalità dal fratello, la stessa donna di cui il ragazzo nel frattempo si era ingenuamente invaghito. Sulla falsariga del racconto otto-novecentesco di formazione, il film vive soprattutto del fascino di una natura scandinava stupendamente ritratta, talvolta anche un po' di maniera, espandendosi qui e là però in vicende collaterali che finiscono per appesantire la narrazione.

Solong myson

Per la migliore interpretazione maschile e femminile, vincitori di un Orso d'argento sono risultati Yong Mei e Wang Jingchun, i due attori protagonisti del film cinese Di jiu tian chang (So long, my son) di Wang Xiaoshuai, storia di una coppia di genitori devastati nel loro intimo dalla morte tragica del proprio figlio, unico, come stabilito dalla politica demografica del regime. L'Orso d'argento Premio Alfred Bauer lo ha ricevuto Nora Fingscheidt per il suo film intitolato Systemsprenger (System crasher), che ha per protagonista una bambina dai tratti psicotici e soggetta a frequenti e incontenibili crisi di violenza. Ad Angela Schanelec è andato l'Orso d'argento per la migliore regia. Il suo Ich war zuhause, aber (I was at home, but) mette in scena la storia di una donna rimasta sola e in balìa dei propri indomabili figli. L'unico film italiano in concorso, La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, ha ricevuto l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura. Roberto Saviano, al cui libro omonimo si è ispirata la pellicola, ne è co-autore, insieme allo stesso regista e a Maurizio Braucci. Bene per l'Italia, ma dalle reazioni della stampa tedesca e straniera risulta questo premio una sorta di „omaggio dovuto" a Saviano, scrittore dovunque gettonatissimo per il suo coraggio civile.

Mr Jones

Tra i film non premiati ma che meritano di essere menzionati, ci preme ricordare Mr. Jones della regista polacca Agnieszka Holland, che ripercorre un momento cruciale della vita del giovane giornalista britannico Gareth Jones (James Norton), il quale nel 1933, dopo essere riuscito a intervistare Hitler, parte per Mosca nell'illusione di poter fare lo stesso con Stalin, ma al suo arrivo scopre e sfida la menzogna della propaganda di regime, tenuta nascosta anche dal capo della delegazione giornalistica accreditata in URSS, Walter Duranty, poi paradossalmente vincitore del premio Pulitzer. Viaggiando clandestinamente in Ucraina, granaio d'Europa fino a poco prima della collettivizzazione forzata ma ora devastata da una terribile carestia (si parlerà in seguito di alcuni milioni di morti), osteggiato e discreditato dai colleghi al suo ritorno in patria, Jones riuscirà solo dopo aver accumulato una serie di sconfitte e grazie all'editore Hearest a far trionfare quella verità vista con i suoi propri occhi e che la complicità di uomini politici e giornalisti corrotti aveva tentato in tutti i modi di occultare. Gareth Jones morirà a soli trent'anni, nel 1935, in circostanze misteriose.

Elisa Marcela

Da segnalare ancora Elisa y Marcela della regista spagnola Isabel Coixet, film in bianco e nero dalle immagini a tratti poetiche, ben interpretato da Natalia de Molina e Greta Fernández, basato sulla storia vera di un matrimonio omosessuale avvenuto nel 1901 a La Coruña (in Galizia) tra due donne, una delle quali essendo riuscita a spacciarsi per un maschio e poi però scoperta e punita, insieme all'altra, con la pubblica diffamazione e la prigione.

Di ispirazione cechoviana ma ambientato in un piccolo villaggio sperduto sulle aspre montagne dell'Anatolia, è invece Kız Kardeşler (A tale of three sisters) del regista turco Emin Alper, storia di tre sorelle orfane di madre che non sognano Mosca ma aspirano a trasferirsi ad Ankara, la città-miraggio dove però, a servizio da famiglie benestanti, non hanno avuto finora fortuna. Reyhan, la più anziana, tornata incinta, per riparare ha dovuto sposare uno sciocco; Nurhan, la sorella ribelle, soccomberà in seguito a una polmonite difficile da curare. Solo per Havva, tredicenne, forse c'è ancora qualche speranza. Un film modesto ma che rivela doti liriche e un incanto narrativo rari, o quasi, nelle altre pellicole passate in rassegna.

Ultima modifica il Martedì, 26 Febbraio 2019 21:35

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