giovedì, 12 dicembre, 2019
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Festival MARCHE Pesaro. UN PALADINO, UN BARBIERE, UN CONDOTTIERO O DUE di Piero Mioli

"Armida" - regia Luca Ronconi "Armida" - regia Luca Ronconi

Dall'arcinoto all'ignoto, propriamente. Questa XXXV edizione del Rossini Opera Festival è riuscita ad accoppiare l'opera di gran lunga più popolare del suo nume a quella, se non sconosciuta alla lettera, almeno, nella fattispecie, non ancora rappresentata: in breve, Il barbiere di Siviglia e Aureliano in Palmira, due lavori piuttosto vicini nel tempo giacché risalenti l'uno al febbraio del 1816 e l'altro al dicembre del 1813, due partiture qua e là amichevolmente identiche, due drammi di genere opposto ovvero il primo comico e il secondo serio. Simili e dissimili, i due titoli non potevano bastare all'ormai classica trilogia pesarese, donde un terzo titolo che poi è diventato quello inaugurale: Armida, opera seria, serissima, tragica, dal finale funesto (secondo il punto di vista di colei), evidentemente molto diversa dalle altre due (ancorché non lontana nel tempo, datata com'è al novembre del 1817). E siccome festival deve essere, al quadro delle tre opere s'incorniciassero altre manifestazioni: così è stato, fra concerti, mostre, spettacoli, conferenze di insospettabili "editori critici" e altri studiosi di profonda se non sempre larga esperienza. L'inossidabile Viaggio a Reims, la tarda Petite messe solennelle, programmi a quattro strumenti o due voci, qualche recital, l'avanzante integrale dei Péchés de vieillesse hanno composto la bella cornice; e ora, un'occhiata al quadro.
Dunque il 10 agosto l'Adriatic Arena ha messo in scena l'Armida, in verità la seconda Armida di Ronconi. Un allestimento complesso, com'è nel carattere di una partitura molto virtuosistica, molto sceno-coreografica, molto orchestral-corale, e anche nella poetica ronconiana. Lo spunto fondamentale era il teatro dei pupi, con i crociati tutti belli rosa di pelle, fissi di espressione, truccatissimi, stecchiti come manichini, e con un'enorme quantità di mostri invece scuri, lucidi, veramente e realisticamente paurosi. In tale contenitore, tendente all'arancione (già la prima Armida si svolgeva in un deserto cotto dal sole) o al nero, i momenti lirici, amorosi, passionali erano delle piccole oasi chiare, magari gialle e illuminate, come ostriche preziose, auree ma purtroppo effimere. Qualche macchina in meno, qualche sfumatura in più avrebbe giovato allo spettacolo, indubbiamente molto originale e come sempre in Ronconi volto non a dissacrare ma a reinterpretare, arricchire, aggiornare con intelligenza (non sempre ineccepibile il gusto, forse). Margherita Palli alle scene, Giovanna Buzzi ai costumi.
A onorare una scrittura orchestrale a suo tempo, addirittura, accusata di germanica prepotenza era Carlo Rizzi, placido signore dei complessi del Comunale di Bologna pronto a far suonare anche le frizzanti musiche da ballo. Simpatica la coreografia, impegnata in movimenti complicati ma sempre capace di imprimere loro scioltezza: simpatica alla lettera, perché divertente e divertita, quasi fatta da giocondi adolescenti in agile vena cameratesca e ancora un po' da pupi siciliani. Notoriamente difficile, la vocalità destinata ai grandi divi dell'epoca non è stata maltrattata: il tenore Randall Bills ha squillato come Goffredo, il tenore Dmitrij Korchajk ha squillato e anche intenerito come Gernando, il tenore Antonino Siragusa (un paladino ancor giovane cui si poteva lasciare più a lungo l'elmo coprente la calvizie) ha squillato anch'egli, grazie a una limpida voce di contraltino che gli ha anche permesso di effondersi in squisiti duetti d'amore. Primadonna assoluta, Armida era la catalana Carmen Romeu, cui non si sono risparmiate le critiche: voce buona anche se non molto estesa, coloratura ben studiata, personalità non grandiosamente magica, sovrannaturale, erotica e così via. Ma che si pretendeva? la Callas, che da par suo interpretò il personaggio nel lontano 1952, era un fenomeno irripetibile; lo stesso ROF va cercando da sempre una voce adatta alle parti di Isabella Colbran dirimendosi e confondendosi fra soprani leggeri e mezzosoprani; né la Romeu soccombe al confronto con precedenti quali Gasdia, Antonacci, Futral, Ganassi e così via.
Due parole per il Barbiere, se non per altro perché dato in forma solo semiscenica con elementi dell'Accademia delle Belle Arti di Urbino (al Teatro Rossini l'11 agosto): una lettura corretta da parte di tutti, strumentisti e coristi e solisti; e una lettura, soprattutto, fresca, brillante, comica, all'occasione anche buffonesca, tale da coinvolgere il pubblico ridente e sorridente anche senza l'ausilio del palcoscenico. Giacomo Sagripanti ha diretto l'orchestra del Comunale e il Coro San Carlo istruito da Salvatore Francavilla; e sotto la sua guida Florian Sempey ha dato vita a un Figaro più scuro della media, probabilmente modellato sulla prestazione di Hermann Prey (il Figaro di Abbado), ma incisivo, pieno di spirito e di baldanza, di notevole carattere; Juan Francisco Gatel è stato un Almaviva all'antica, leggerissimo, un po' querulo, ma molto gentile; Paolo Bordogna ha disegnato un Bartolo totalmente buffo, certo, ma sincero, immediato, senza rovelli né artifici; Alex Esposito si è dedicato a don Basilio con ogni sua musicalità, ripulendo il personaggio da certi eccessi della tradizione (una tradizione non malvagia, però, se non per altro perché irrobustita da bassi veri, profondi e tonanti); Felicia Bongiovanni ha schizzato l'aria della seconda donna (Berta) con autoironia e qualche giusto guizzo da quel soprano che è. Caso a sé Chiara Amarù, Rosina: bravissima, capace di sciogliere tutta la coloratura, pronunciare tutto a dovere, far correre tutti i recitativi con ogni naturalezza loro occorrente; e in particolare di conferire al personaggio una personalità diretta, sicura, né ridicola né aristocratica ma saggiamente, francamente borghese. Un mezzosoprano comico di buon avvenire.

"Aureliano in Palmira" - regia Mario Martone
Ancora l'antico teatro lirico della città ha accolto Aureliano in Palmira (11 agosto), una sorta di omaggio d'autore all'allora recente e trionfante Tancredi. Un libretto assai migliore di versi che di intreccio (anche per questo difetto, forse, si è durata fatica a riconoscerlo opera di Felice Romani), che la regia di Mario Martone ha cercato in tutti i modi di rendere verosimile con gesti, movimenti, entrate e uscite ragionate (ma mica tanto in sintonia con le forme musicali, ché un'aria è pur sempre un "numero" e va data tutt'una, in un unico blocco), nello spettacolo volutamente (meglio, forse, necessariamente) povero di Sergio Tramonti (scene) e Ursula Patzak (costumi). Bravo il coro bolognese, alterna l'orchestra pesarese (la "Rossini", causa certi ottoni un po' spaesati), degna la direzione di Will Crutchfield, decorosa la compagnia di canto riducibile e tre prime voci. Lena Belkina (il condottiero Arsace) non è ancora proprio matura, specie per una parte scritta per il grande musico Giambattista Velluti; e Jessica Pratt (Zenobia) deve maturare nell'equilibrio della coloratura ma non nella dolcezza del cantabile, dove sa esibire una delizia di voce chiara. Trionfatore della serata e vero protagonista dell'opera il tenore Michael Spyres, che intanto canta all'antica (gravi di petto, acuti al limite del falsettone) e poi canta convinto, intende a fondo lo stile, gioca sul personaggio del condottiero fino, una volta, a ridere apertamente in scena. Bravo, certo su proposta o col permesso del regista.

Ultima modifica il Sabato, 13 Settembre 2014 10:16

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