mercoledì, 23 settembre, 2020
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64. Festival del Cinema di Berlino di Franco Sepe

"The Little House" regia Yoji Yamada "The Little House" regia Yoji Yamada

A Berlinale conclusa, è giunto il momento del consueto bilancio. L'odierna edizione, conti alla mano, ha stabilito un nuovo record di affluenze con 330.000 biglietti venduti. E', questo successo in termini di partecipazione di pubblico, il primo dato inequivocabile registrato ai botteghini. Un dato non trascurabile per un festival internazionale quasi interamente sovvenzionato dagli sponsor (tra i principali, Audi, L'Oréal e Tesiro), se si tiene conto della situazione finanziaria tutt'altro che florida in cui versa la scena culturale berlinese, messa negli ultimi anni a dura prova da una più generale crisi dei consumi, e ora, per fortuna, in lenta fase di ripresa. Ma è pur vero che l'attrazione esercitata su ingenti masse di spettatori da una importante rassegna cinematografica come questa non può che in prima istanza prescindere dalla qualità dell'offerta, trattandosi di pellicole ancora inedite e dunque non ancora sottoposte al vaglio dei critici e al passaparola dei comuni fruitori. Tuttavia un merito degli organizzatori è stato senz'altro quello di aver incrementato nel corso degli anni le repliche dei film presenti nelle varie sezioni, nonché le sale di proiezione, alcune delle quali situate ben oltre il centro pulsante del festival. Un altro dato, in questo caso qualitativo, emerso dalla selezione delle opere ammesse nel concorso ufficiale, è quello di uno speciale rilievo dato alla cinematografia cinese, la quale sembra aver soppiantato il tradizionale genere storico-epico per incamminarsi in un nuovo filone di ricerca visibilmente più eclettico che, strizzando l'occhio ai generi più praticati da generazioni di cineasti occidentali, ricrea o semplicemente stravolge i moduli narrativi presi a prestito lasciando sempre più spazio alle nuove problematiche sociali finora sottaciute o a soltanto accennate. Lo spostamento del baricentro dal cinema europeo e statunitense a quello latino-americano alle cinematografie emergenti dell'est europeo e del medio ed estremo oriente era del resto già uno dei tratti dominanti della Berlinale, e gli esiti delle ultime annate ne sono la riprova. Ma non va comunque dimenticato, e in ciò il festival tedesco appare in linea con i dettami dell'economia mondiale, che il colosso asiatico è divenuto ormai un partner imprescindibile nelle operazioni internazionali di mercato presenti e future – e non a caso tra gli sponsor principali di questa edizione figurava anche un marchio cinese.

"Black Coal, Thin Ice" regia Diao Yinan, vincitore dell'Orso d'oro

Partiamo dunque, per restare in tema, dal film vincitore dell'Orso d'oro, Black Coal, Thin Ice, del regista Diao Yinan: ambientato nella provincia settentrionale della Cina e collocato cronologicamente tra il 1999 e il 2004 – come risulta dalle didascalie che scandiscono emblematicamente le due parti del racconto – racconta di una serie di omicidi irrisolti e di un poliziotto, sospeso dal servizio in seguito a un sanguinoso incidente, che per redimersi dalle sconfitte professionali e private si affida una giovane donna, figura chiave nelle vicende delittuose e insieme vittima e femme fatale; tutto ciò viene mostrato attraverso un percorso investigativo nel quale la ricerca della verità e del colpevole vengono subordinate a delle priorità descrittive che travalicano la cornice e le regole del noir. Il personaggio travagliato del poliziotto (Liao Fan, vincitore di un Orso d'argento per la migliore interpretazione maschile) che finisce per innamorarsi fatalmente della malinconica e ambivalente commessa di lavanderia; l'umanità dimessa di una cittadina fatiscente sospesa nel suo enigmatico presente; le improvvise accensioni che gettano una luce effimera sulle vite comuni bramose di un migliore destino, sono indizi più o meno evidenti della transizione avviata in quel fatidico quinquennio, e tuttora in corso, di un assetto sociale che fatica a redimersi da un passato opprimente. Il tutto non senza momenti di tenerezza e di sobria sensualità, che contrastano, ma mai apertamente, con l'atmosfera di durezza e violenza che domina oscuramente in quasi ogni sequenza. A mo' di epilogo, una anonima e diurna provocazione pirotecnica, che crea perplessità e scompiglio fra le forze dell'ordine, chiude il film con una sequenza surreale servendosi dell'ironia e del paradosso (le armi del resto più efficaci per una critica eversiva che voglia sfuggire ad ogni eventuale censura), piuttosto che con l'usuale lieto o amaro finale del genere poliziesco.

Un dichiarato omaggio in forma di parabola, e non una semplice rivisitazione, al western all'italiana di Sergio Leone, è No Man's Land di Ning Hao, dove un avvocato, costretto ad attraversare 500 chilometri di deserto per via di un processo che lo attende, si trova di fronte ad ogni genere di sorprese, e a confrontarsi, soprattutto, con l'avidità di denaro e di potere, l'unica realtà, in quella terra di nessuno, a dettar legge. Mentre in Blind Massage di Lou Ye viene descritta, facendo ben risaltare nelle riprese con accorgimenti tecnici e mimetici la dimensione sensoriale, la vita di una comunità in un centro di massaggi gestito da ciechi. I rapporti tra una vasta clientela di individui fisicamente logorati dalla caotica Nanchino e il gruppo dei non vedenti, non appaiono privi di incomprensioni e attriti, ma dalla menomazione di uno dei sensi principali per esperire il mondo, sembra scaturire una sapere nuovo capace di illuminare il buio di coloro che, per essersi troppo affidati alla vista, nell'oscurità fisica appaiono disarmati e avviliti. A Ning Hao è andato un Orso d'argento per la migliore fotografia.

"Aimer, boire et chanter" regia di Alain Resnais

Di un maestro del cinema giapponese, Yoji Yamada, reca invece la firma The Little House, raffinato melodramma a sfondo storico affidato alle pagine diaristiche di una ex donna di servizio presso una famiglia agiata residente nella Tokio fine anni '30, quella della corsa agli armamenti. Sollecitata dal nipote a mettere per iscritto le sue memorie, l'anziana Taki, nel ricomporre il quadretto famigliare della piccola casa rossa, nella quale sembra aver vissuto gli unici momenti gioiosi della sua vita, confessa di essersi a quel tempo segretamente innamorata del giovane amante della padrona – deceduta poi, insieme a suo marito, durante i bombardamenti che precedettero la capitolazione nipponica. A Haru Kuroki, l'interprete del personaggio della cameriera da giovane, è stato assegnato l'Orso d'argento come migliore attrice.
Un altro venerando cineasta, l'ultranovantenne Alain Resnais, è tornato alla ribalta con la sua ultima creazione Aimer, boire et chanter, trasposizione cinematografica di una pièce di Alan Ayckbourn (già autore di Smoking/No Smoking). Commedia da palcoscenico, che del palcoscenico mantiene le quinte dipinte facendole interagire con delle effimere riprese paesaggistiche, questa ulteriore riflessione sul mistero della morte scandita in forma dialogica e con ricercati effetti comici, prende narrativamente le mosse da una triste scoperta che scatena nei suoi sei protagonisti sessantenni un carosello di passioni, gelosie, tradimenti attorno a un certo George, prossimo ad estinguersi per una male incurabile, fisicamente assente ma onnipresente nella mente e nei cuori dei suoi amici e delle sue bellicose amanti grazie al potere e al fascino evocato dal suo nome e dai suoi eroici trascorsi. Per quanto paradossale il riconoscimento possa apparire, data la longeva attività artistica del regista francese, Resnais è risultato vincitore di un Orso d'argento "per le nuove prospettive che il film schiude".

Un altro Orso d'argento alla regia è andato a Richard Linklater, che con il suo Boyhood descrive i momenti salienti della vita di un ragazzo (Ellar Coltrane) dall'infanzia fino al suo ingresso al college, estendendo per circa un decennio il set, ovvero seguendo rapsodicamente la crescita (reale) di Mason e sua sorella Samantha, nonché la maturazione e il destino dei due genitori separati (Patricia Arquette e Ethan Hawke). Rappresentazione genuina di una vita famigliare collocata, senza eccessivi criticismi e con grande umanità, in un sistema di valori e nella storia più recente degli Stati Uniti, l'opera di Linklater persevera in quello che era e resta tutt'oggi il suo vero interesse: la ricerca di un linguaggio semplice e autentico, capace di far tralucere il vero dalla verosimiglianza delle forme relazioniali, iniziata circa un ventennio prima con Before Sunrise.
In una maniera ben diversa Lars von Trier, con il suo tanto discusso Nymphomaniac, Volume I, attraverso la confessione di una ninfomane pentita (Charlotte Gainsbourg) e le considerazioni di un uomo maturo (Stellan Skarsgard) – il quale, dopo averla tolta esanime all'addiaccio e curata, a quelle esperienze erotiche estreme dettate da un incolmabile vuoto di affetti cerca di applicare, per meglio intenderle, modelli esplicativi di tipo matematico –, mette a nudo, tra il disarmante e il sardonico, il desiderio, il corpo, l'immaginario femminile e se stesso in un reciproco gioco di travestimenti.

The Monuments Men, diretto e interpretato da George Clooney

Ad inaugurare il festival è stato The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson (vincitore di un altro Orso d'argento), ispirato alle opere di Stefan Zweig, e a Lubitsch, del quale si avvertono gli echi nella caratterizzazione dei personaggi e nei continui stravolgimenti della vicenda tragicomica. Dell'eccezionale cast fanno parte, tra gli altri, Ralph Finnies, Willem Dafoe, Jude Law e Tilda Swinton. Tra i polizieschi, che in questa rassegna abbondavano, sono da ricordare invece, oltre al film vincitore dell'Orso d'oro, La Voie de l'Ennemie di Rachid Bouchareb (remake di Deux Hommes dans la Ville di José Giovanni, del 1973), nel quale spicca Forest Whitaker nel ruolo di un detenuto in libertà vigilata che cerca invano di rifarsi la vita; In Order of Disappearance del norvegese Hans Petter Moland, calibratissimo racconto a metà tra la commedia e il thrilling, magnificamente interpretato da Stellan Sgarsgard e Bruno Ganz; e il meno riuscito Stratos, del regista cipriota Yannis Economides, storia di un killer solitario, spietato e benefattore, santo e assassino. In gran parte deludenti sono risultati il film Aloft, della regista peruviana Claudia Llosa, vincitrice di un Orso d'oro nel 2009, nel quale una ignara guaritrice (Jennifer Connelly) che dopo aver abbandonato il figlio, responsabile della morte del suo fratellino, si trasforma in consapevole santona – l'aspetto esoterico è qui affrontato con una serietà quasi ridicola; e The Monuments Men, fuori concorso, diretto e interpretato da George Clooney, che affida a un cast di attori, tra i quali brillano Matt Damon, Bill Murray, e Cate Blanchett, una sceneggiatura bislacca: un'occasione sprecata che fa di un buon soggetto – una missione eroica per ovviare al colossale furto di capolavori artistici messo in atto da Hitler – una commediola intrisa di melensa retorica sull'arte e, peggio ancora, di fatuo patriottismo.
A Ken Loach è stato infine consegnato dal direttore Dieter Kosslick un Orso d'oro alla carriera.

Ultima modifica il Venerdì, 28 Febbraio 2014 18:06

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