martedì, 19 novembre, 2019
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Festival Internazionale di Cinema, La Biennale di Venezia 70: MOEBIUS di Andrea Pizzalis

Moebius di Kim Ki-duk Moebius di Kim Ki-duk

Venezia 70
MOEBIUS
di Kim Ki-duk
con Cho Jae-hyun, Seo Youngju, Lee Eunwoo
(Corea del Sud 2013, drammatico 90′)

Se le relazioni tra esseri umani sono un movimento continuo di dare e ricevere, azione di dono in cui ci si consuma nel desiderio, non c'è dono in sé che non preveda un nastro: per abbellire, per legare, per tenere assieme e non lasciar disgregare questa frattura di cui siamo fatti.
Lo ricorda la fede nuziale che cinge gli anulari degli sposi legandoli insieme, come un fiocco, nella promessa di un'unione che supplisca a quel corpo incapace di contenere, di abbandonarsi definitivamente all'altro, di fondersi in un'unica materia inscindibile. Lo ricordano i pacchi ai compleanni, a Natale sotto l'albero, quel rituale che sigilla un'invisibilità intoccabile è luogo esclusivo di un ideale appartenersi.
Il nastro di Moebius si piega su se stesso, genera l'infinito nella perfezione di un abbraccio; si chiude sulla sua struttura da fontana che tracima, rimettendo in circolo il suo stesso elemento. Questo nastro, che somiglia all'elica del DNA ha la forza sigillante del sangue, del tramandarsi imperfetto dell'individualità di padre e madre in quell'alterità di figlio, essere indipendente che è mescolamento, trasfusione "ex pluribus unum" nell'irriducibile dannazione del sapersi somma autonoma: la natura è unicità divisa nei suoi figli. Il nastro di Moebius è in definitiva un sogno d'unione perduta, un paradiso da cui siamo stati espulsi, quello nostro di esseri placentari tagliati via da un cordone di donna, spezzati nella violenza dalla completezza di questo nastro.
Kim Ki-duk tesse una storia dall'afflato tragico, che riporta alla mente antiche strutture sofoclee e si fa domanda grave sul significato ultimo dell'uomo come essere erotico. Una famiglia, un padre che tradisce la propria sposa e il figlio dei due, evirato dalla donna con un pugnale nascosto sotto la testa di un Buddah (eunuco nei cieli in equilibrio sull'assenza di desiderio) dopo il tentativo fallito di punire il marito, gesto di vendetta su chi di loro porta per destino un'eredità involontaria. 
Sembrano la regale stirpe dei labdacidi questi uomini costretti a espiare le colpe dei padri, dei padri di tutti gli uomini. Questo figlio senza genitali, privato dell'arma che fa del maschio il principio di forza predominante, sbattuto sulla strada di una vita violenta basata su schemi precisi di dominio fallico da parte dei propri simili, schernito dai coetanei e vessato dal branco, umiliato a servile iniziando nella scena dello stupro miserabile della ragazza e ridotto a un gesto di sfregamento, come un verme impegnato ad aderire sulla superficie terrestre, impossibilitato a penetrare nella profondità del mistero del corpo. 
Al vertice di questa piramide il padre si fa guida alla riscoperta del piacere cercando metodi suppletivi per riavvicinarsi all'orgasmo e trovando risposta in pratiche che vedono nel dolore il massimo avvicinamento a quella vertigine di godimento. Questo padre che con le proprie mani neutralizza il suo stesso sesso ponendosi alla stregua di quel figlio che dimora nel desiderio ai margini del piacere, offrendolo a lui nel più alto e condizionante dono possibile: un primo lembo a ricomporre la completezza di quel nastro, il punto stesso cui porta ogni forma di erotismo, vale a dire l'indistinto, alla confusione degli oggetti separati. 
Nella sua opera Ki-duk ci parla di un eccesso, in primo luogo di quell'eccesso da cui procede la riproduzione, da cui si genera la vita, attraverso cui passa l'angoscia, ogni angoscia legata allo sparire, e quell'eccesso che è la morte, vertigine impossibile attraverso la quale transita l'esistenza, eventi che non possono essere compresi che l'uno mediante l'altro: la vita è sempre un prodotto della decomposizione della vita.
Torna a casa la madre, quell'archetipo che è "colpevolezza" per la vita, che è coppa amniotica, materica, completezza con il proprio figlio disgiunto.
Ci si unisce in un incesto simbolico che sembra un prodotto onirico, quasi un desiderio di tornare in quella notte liquida da cui proveniamo, in quel tutt'uno col piacere che è lento cullarsi in uno stato d'ingestibile abbandono. 
E la madre ritorna, così, anche al sesso dell'uomo amato, perfetta combinazione incastonata nel corpo del figlio, essere molteplice finalmente ridotto a uno. E poi l'angoscia avanza generata dalla gelosia del marito, patto ultimo di quell'eccedere che sfocia nel sigillo di sangue, in un bagno di morte catartica che abbatte il tetto e le mura domestiche, realizzando il sogno di una parità orizzontale.
"È ritrovata. Che cosa? L'eternità. È il mare convenuto con il sole" (Arthur Rimbaud).
Diventano chiare, in questo modo, anche quelle risate che hanno permeato la sala nella prima proiezione ufficiale a Venezia e che hanno reso palese il nostro corazzarci contro la paura disgregatrice dell'inquietante riconoscerci in ciò che vediamo. Come dice Georges Bataille: "Il ridere ci impegna per quella via in cui il principio di una interdizione, di certe decenze necessarie, inevitabili, si muta in un'ipocrisia chiusa, in incomprensione di quello che è in gioco. L'estrema licenza legata allo scherzo s'accompagna a un rifiuto di prendere sul serio – e intendo: sul tragico – la verità dell'erotismo".

Ultima modifica il Lunedì, 09 Settembre 2013 06:38

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