martedì, 10 dicembre, 2019
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Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - La Biennale di Venezia 2012

Pietà Pietà Regia Kim Ki-duk

PIETA regia Kim Ki-duk,
con Jo Min-soo e Lee Jeong-jin

Il diciottesimo film di Kim Ki-duk si apre con un gancio che cala dall'alto lento e inesorabile, un uomo lo lega a sé e si abbandona alla morte lasciandosi sollevare definitivamente dalla sua sedia a rotelle. Fine della sua paralisi terrena, libero di elevarsi in cielo. Amen? No, la sua fine non è scevra di conseguenze. La sua morte si aggancia alla vita di un altro giovane. Un ragazzo che al risveglio vive il suo piacere solitario tra le lenzuola, si alza, esce, attraversa una fitta rete di vicoli e di bottega in bottega riscuote, per conto di un usuraio, i debiti di quei poveracci che si sono incastrati con le proprie mani nella morsa dello strozzinaggio. Questo freddo esecutore non mostra alcun segno di pentimento nello storpiare la vita altrui per incassare il saldo assicurativo. Si rifugia nella sua solitudine e tutto nel suo aspetto denota rabbia e durezza. Niente lo commuove, nemmeno le preghiere disperate di una madre che implora pietà per il figlio debitore. Amen.

Ma un giorno Kang-Du (Jung-jin Lee) non è più solo. Nel suo percorso è seguito da una donna (Min-soo Jo), lei lo osserva, lo emula, si rende complice di un' ''estorsione'' infierendo con violenza sul povero cristo costretto a buttarsi da un'altezza che non lo può e non lo deve uccidere ma solo rovinare. Questa donna è misteriosamente accondiscendente, sembra provare pietà per Kang-Du e se ne professa la madre. Lui la respinge, la sottopone ad ogni sorta di prova e provocazione arrivando anche a rientrare con forza nel grembo che lei dice averlo generato. L'impenetrabilità di Kang-Du vacilla davanti ad una tale determinazione. Prevale in lui il desiderio di ricevere dopo trent'anni l'amore materno che mai aveva assaporato. Si apre a lei e le permette di insinuarsi nella sua abitazione, nelle sue abitudini, nei suoi ricordi, nelle sue emozioni.
Da qui un cambio repentino. Kang-Du accusa immediatamente l'effetto positivo di questo ritorno: mostra pietà e misericordia verso le sue vittime, si lascia trasportare da una ritrovata vitalità, presta cure e attenzioni ad un albero che sua madre gli regala e si sente libero di aggirarsi con lei per la città divertendosi come chi tenta troppo tardi di recuperare un'infanzia negata. Fino al giorno del suo compleanno. Giorno in cui scopriamo una parte della verità: la donna non è una madre mossa dal pentimento di un abbandono,ma una madre motivata dal desiderio di vendetta per una perdita. La perdita di quel figlio vittima di Kang-Do che sceglie il suicidio come uscita di scena all'inizio del film. E che sul finale ritorna come presenza ossessiva nella mente di una donna che sceglie come vendetta la legge del contrappasso: dare una madre a Kang-Do per poi togliergliela sotto gli occhi. Lanciarsi da un'altezza che non permette di rialzarsi facendo credere ad una vendetta da parte di una vittima diventata nemico. Lasciare Kang-Do ad una solitudine ormai non più sopportabile. Non provare nessuna pietà e infliggere una pena senza assoluzione.
Kim Ki-duk con PIETA (applauditissimo all'unanimità da pubblico e critica) si destreggia con una trama decisamente originale simbolica imprevedibile ed è impossibile non farsi coinvolgere dai continui depistaggi. Ma si avverte anche una distanza: si ha la sensazione che in questo lavoro Kim Ki Duk abbia messo la sua maestria troppo spesso a disposizione dell'effetto senza considerare una serie di sfumature che avrebbero giovato ad una sospensione dell'incredulità rendendo la storia inevitabilmente più toccante.

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Paradise: Faith / Titolo originale: PARADIES: Glaube
Regia: Urich Seidl
con Maria Hofstaetter, Nabil Saleh / Produzione: Ulrich Seidl Film
Produktion/ Distribuzione: Archibald Film / Paese: Austria, Germania, Francia 2012 /
Durata: 113'

Ognuno ha la sua croce da portare. Ma cosa accade nella vita di una donna quando la sua croce la porta lontana dalla realtà, la porta ad una paralisi emotiva e la chiude in una prigione di simboli in cui non c'è più spazio per nessuno, tantomeno per lei? ''Paradise:Faith'' il film scandalo di Ulrich Seidl. Secondo della triologia del ''Paradiso'', ci mostra la vita di una donna, Anna Maria, che cerca nell'adesione maniacale ai precetti della sua religione una sorta di completezza e felicità, il suo Paradiso terreno.
Finalmente in vacanza dal reparto di radiologia in cui lavora, Anna Maria, (una toccante e rigorosa Maria Hofstatter) riempie le sue giornate di solitudine con il suo amore totale per Dio: intona canti religiosi a cui alterna autoflagellazioni, indossa il cilicio e si aggira in gionocchio per la sua casa in cui ogni parete le fa da monito per il suo credo.Le uniche uscite possibili sono per le visite agli appartamenti degli stranieri del quartiere all'interno dei quali Anna Maria, accompagnata dalle statuette della Madonna pellegnina, tenta di insinuare il suo credo. "l'Austria tornerà cattolica!" questo il motto del gruppo di fanatici a cui Anna Maria appartiene e che accoglie nel suo salotto con regolarità, gruppo che sfonda la quarta parete e si rivolge direttamente a noi spettatori, generando un sottile disagio. Ulrich Seidl radiografa la vita della sua protagonista inserendo momenti esilaranti in cui Maria Hofstatter improvvisa egregiamente con non attori, ma senza rinunciare mai al rigore di inquadrature fisse che sottolineno un'asfissia e una totale assenza di vie d'uscita. La rottura di questo devastante equilibrio, infatti, viene affidata all'entrata in scena del marito Nabil musulmano e paralitico, che rincasa dopo due anni di assenza. Questo ritorno sconvolge l'ordine della casa di Anna Maria che diventa teatro di un'ironica guerra di simboli: ad esempio, al quadretto di Gesù che Maria bacia amorevolmente ogni sera prima di coricarsi, Nabil, cerca invano di sostituire quello del loro matrimonio, insieme ai canti di chiesa cerca di far risuonare l'adhan, il richiamo alla preghiera.

Paradise, Faith

Ma quello che il marito mette veramente in luce con il suo rientro nella vita di Maria, è la totale assenza di amore: Maria non vuole avere alcun contatto con lui e la sua aridità emotiva risulta lampante anche nel rapportarsi con un gatto che una militante del gruppo le affida. Incapacità di amare e negazione totale dei desideri e bisogni del corpo: Anna Maria si rapporta ai corpi degli altri solo attraverso le radiografie,non ha contatti se non che gli strumenti religiosi con cui si punisce e il suo amore è eslusivamente rivolto a Dio. Ed è nel momento in cui Nadil, il cui corpo è morto solo per metà, si ripresenta a lei che avviene il cortocircuito. Maria rientra nel suo corpo e cerca di rivolgerequesto risveglio di sensi all'unico amore che si è concessa. Gesù. Stacca il crocifisso dalla parete e lo porta tra le sue lenzuola. Tenta poi di ritornare alla sua normalità, ma qualcosa in lei si è rotto, la sua prigione si è svelata e questa consapevolezza non può essere ignorato. Il suo dialogo con Dio sfociain un finale sfogo in cui Maria espelle il suo odio e la sua frustrazione tra sputi e pianto.
Un film in cui ogni provocazione è necessaria, in cui ad ogni eccesso dovrebbe corrispondere una riflessione.

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The Weight (Il peso)
regia Jeon Kyu-hwan
con Cho Jae-hyun

Giornate degli Autori

Un obitorio come luogo di rinascita. Di trasformazione. Di liberazione. Tre uomini e il peso delle loro deformità: Jung è orfano, gobbo e soffre di artrite e di tubercolosi. Ha un fratello adottivo, un transgender che non può permettersi l'operazione di passaggio definitivo e un giorno, all'obitorio in cui lavora, arriva per l'ultimo saluto alla madre defunta un uomo misterioso, il volto celato da un grande casco da moto nero.
Non c' è spazio per l'amore in queste vite distorte: per Jung e suo fratello non c'è modo di trovare conforto in una madre che li rinnega per quello che sono, per l'uomo dal grande casco la morte della madre coincide invece con la fine dell'unico affetto possibile. Il sesso è solo un istinto a cui dare sfogo e di cui anche i corpi ''normali'' sono vittime, nessun contatto dà modo all'umano di emergere.
Emarginati, costretti a nascondersi e a non poter esternare alcuna emozione quasi che il loro corpo non ne fosse degno, questi tre uomini trovano nel limbo dell'obitorio un posto dove esprimersi: il fratello di Jung dandosi fuoco ad una mano, l'uomo senza volto espellendo la propria frustazione sessuale eiaculando in un corpo morto sotto gli occhi impassibili di Jung e Jung stesso che in quell'obitorio realizza il suo desiderio di integrazione sulle note di uno splendido valzer che danza con i cadaveri. Una scena memorabile che accompagna il procedere di una storia spietata i cui protagonisti passano la vita a sopportare il peso degli sguardi di disprezzo, di disgusto e di derisione per poi, ironicamente, trovare la morte nell'indifferenza generale, in una leggerezza devastante che mette il punto all'insensatezza di quelle vite. Il sudcoreano Jeon Kyu-hwan firma la regia di un film di raffinata unicità, in cui la violenza viene mostrata con delicatezza commovente, senza sfociare mai nella provocazione. Anche le scene più estreme, e che spesso vengono allontanate da giudizi come 'scioccanti', affidate ad un attore di grande sensibiltà e di disarmante verità (Cho Jae-hyun) ci vengono regalate con una poesia ammirevole. L'evirazione post-mortem del fratello, ad esempio, arriva come momento di estrema liberazione a cui è impossibile non partecipare proprio per la distanza con cui ci viene.

The weight

Jeon Kyu-hwan riceve il Queer Lion con la seguente motivazione: "per aver saputo trattare con un linguaggio estremo, ma poetico e convincente, una straordinaria varietà di temi spesso frutto di insuperabili tabù, e per aver mostrato con convinzione e senza autocompiacimento una galleria di personaggi borderline alla ricerca di un angolo di mondo dove poter vivere senza essere giudicati per le proprie diversità" e a fine proiezione ci spiega come la gobba di Jung in questa vita rappresenti una specie di Karma di trasformazione, un baco da cui prenderà il volo una stupenda farfalla una volta attraversata la morte. Ma in questo mondo che lo rifiuta Jung non può che chiudersi nella bara del fratello, condividere con il corpo dell'ormai sorella l'ultimo residuo d'aria e ardere di tutte le sue passioni negate senza che nessuno se ne accorga.
Una fine che ci riporta al prologo, in cui in un vortice di immagini di esplosioni di goie collettive appare l'epitaffio: ''QUESTO NON è IL MONDO A CUI LUI APPARTIENE.''
Un film che in molti non vorrebbero vedere ma che in troppi dovrebbero vedere.

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L'INTERVALLO
di Leonardo di Costanzo
con Francesca Riso, Alessio Gallo, Carmine Paternoster, Salvatore Rucco

Premio Fipresci (Federazione Internazionale dei Critici Cinematografici) e Premio Pasinetti (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani)

L'intervallo, quel lasso di tempo che è sospiro di sollievo, è uno scrollarsi di dosso imposizioni,costrizioni e tensioni, per tornare ad essere, semplicemente, senza nessun ruolo da sostenere.
Per Salvatore (Alessio Gallo) e Veronica (Francesca Riso), due adolescenti napoletani, l'intervallo non è sancito dal suono di una campanella, non è il momento di libertà inoculato nelle ore di scuola. Per Salvatore e Veronica l'intervallo si consuma in un ex-ospedale psichiatrico abbandonato, carceriere lui, prigioniera lei. Non sanno il perché sono lì. Salvatore, un ragazzino in carne, dagli occhi blu, lavora con il padre al carretto delle granite, viene incaricato dai padroncini del quartiere di custodire Veronica, una ragazzina irriverente conosciuta da tutti come una che porta guai. All'inizio diffidenti, sulla difensiva e perfettamente calati nel ruolo che gli è stato affidato, i due si ritrovano a condividere un'intera giornata in questo stabilimento fatiscente, inquietantemente affascinante in attesa di spiegazioni che forse non arriveranno mai, neanche con il ritorno dei loro aguzzini.

L'intervallo

L'intervallo di Lorenzo di Costanzo è un film prezioso: con una semplicità disarmante mostra un dettaglio di questa realtà napoletana, camorristica che Matteo Garrone ha fedelmente riportato nei suoi film, offrendo, però, un dettaglio che apre uno squarcio verso una universalità, svincolandosi dalle questioni regionalistiche. Salvatore e Veronica a poco a poco ritrovano loro stessi, si liberano da ciò che la società vuole che loro siano e ritrovano per un attimo la dimensione infantile, innocente, immaginifica possibile, paradossalmente, solo nell'irrealtà di quella reclusione. Il ritorno del clan e lo svelamento delle ragioni di quell' "intervallo" (Veronica, molto banalmente, aveva iniziato a frequentare un ragazzo del quartiere scatenando la gelosia del capo-branco che su quella sposa bambina aveva messo gli occhi) riportano i ragazzini alla loro quotidiana prigionia.
Dice di Costanzo : "Non è un film su una banda criminale, ma sulla camorra quale mentalità camorristica, sistema di valori condiviso in quei quartieri," Interessante anche l'iter che ha portato alla realizzazione del film: una fase di preparazione in cui i due giovani protagonisti, non attori, hanno avuto modo di lavorare con il regista (nonché autore insieme a Mariangela Barbanente e Maurizio Braucci) all'interno di un laboratorio che ha visto coinvolto una decina di ragazzi dei quartieri spagnoli selezionati su duecento aspiranti, potendo così improvvisare, attingere alle proprie esperienze e contribuire ad arricchire un copione ben congeniato e indubbiamente pregno di verità.

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BELLA ADDORMENTATA

regia Marco Bellocchio
con Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi
Drammatico, durata 110 min

Febbraio 2009: dopo diciassette anni di coma, Eluana Englaro, viene fatta trasferire dal padre in un ospedale di Udine dove il suo corpo, tenuto in vita fino ad allora artificialmente, potrà naturalmente spegnersi. Questa decisione accende inevitabili consensi e contestazioni e da questo punto parte la storia corale di Marco Bellocchio: la vicenda di Eluana riverbera nel percorso politico di Uliano Beffardi (un intenso e misurato Toni Servillo), senatore PDL, chiamato a Roma per la votazione del decreto d'urgenza voluto da Berlusconi per impedire l'attuazione della volontà di Beppe Englaro, e si ripercuote sul suo rapporto con la figlia Maria (Alba Rohrwacher), una ragazza devota il cui credo non permette di contemplare l'eutanasia. Maria, infatti, parte per Udine per raggiungere il gruppo di fedeli riuniti in preghiera davanti alla clinica dove è ricoverata Eluana. Mai avrebbe immaginato, Maria, che in quella occasione avrebbe incontrato l'amore schierato dalla parte opposta.

La bella addormentata

Il 'caso Eluana' si insinua attraverso lo schermo televisivo anche nel regno dorato di una ex-attrice (l'ineguagliabile Isabelle Huppert) che, seppellita in casa, esclude dalla sua vita il figlio aspirante attore e il marito, per soffocare di dedizione religiosa la figlia Rosa, una ''bella addormentata'' che giace a letto da anni in una sospensione inquietante tra i suoi boccoli d'oro. Il racconto degli ultimi giorni di Eluana riecheggia anche tra i corridoi dell'ospedale in cui lavora il dottor Pallido, un uomo che nei suoi abiti da medico rinuncia al distacco professionale per vegliare sul corpo martoriato dalla droga e dai tentati suicidi di Rossa (Maya Sansa), addormentata anche lei, ma in un torpore esistenziale che si rivela reversibile. Intanto Uliano, divorato dai dubbi, decide infine di non sottostare alle logiche di partito e di riaffermarsi come individuo presentando le dimissioni e preparando un discorso che non farà in tempo ad esporre in Parlamento. Eluana è morta.
Bellocchio con 'Bella addormentata' filtra il ''caso Englaro'' attraverso la storia di altri personaggi e ne mette in luce gli effetti in modo che un ''caso'', appunto, si possa estendere in modo universale. Quindi la coralità del film permette di avere una visione caleidoscopica: i punti di vista, le opinioni dei personaggi, anche laddove posso sembrare irremovibili, sono invece soggetti a dubbi e spostamenti, mentre la posizione del regista emerge solo in sporadiche occasioni (da ricordare l'inserimento di un commento di Berlusconi sulla presunta fertilità di Eluana e l'ironia con cui viene disegnato il personaggio di Roberto Herlitzka, senatore-psicanalista con cui Uliano si confronta in una delle scene memorabili del film: la sauna dei senatori). Si rimarca dunque una certa distanza che in molte parti costituisce il perno di una lodevole obiettività, ma che in altre porta ad un distacco sancito anche dalla scarsa credibilità di alcuni dialoghi e dalla scelta di teatralizzare alcuni momenti chiave (in primis il monologo del fratello di Rosa, che una volta lasciato solo con lei si abbandona all'interpretazione di un perfetto anti-principe). Questa sorta di discontinuità, comunque, si supera se si considera la nobiltà degli intenti. E non si può che concordare sul fatto che Marco Bellocchio abbia aperto un dialogo,abbia voluto svegliare l'attenzione su un argomento che non può più essere ignorato.

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GIORNATE DEGLI AUTORI

STORIES WE TELL
regia Sarah Polley

"La vita non è quella che si è vissuta,ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla". Gabriel Garcia Marquez

Sarah Polley, giovane attrice e regista canadese, sembra avere in mente queste parole quando decide di ricostruire le sue origini attraverso un documentario in cui non si ha unicamente il punto di vista di chi cerca l'inizio della propria storia, ma in cui si può assistere all'emergere degli eventi attraverso l'esposizione di una molteplicità di voci.
Stories we tell è un racconto corale, è l'unione della versione di tutti i testimoni, senza predilizione alcuna per chi ha vissuto, per chi ha visto o per chi ha solo sentito dire. Tutti sono degni di ascolto, tutti costituiscono un pezzo fondamentale per completare un puzzle nato da un dubbio.
Sarah Polley, ultimogenita di Micheal e Diane, entrambi attori, apre il suo film, presentato a Venezia69 per le Giornate degli Autori, con una sorta di commemorazione della madre morta prematuramente di cancro. Ne affida la descrizione ai fratelli e al padre che, convocato in sala registrazione, dà voce al libro che lui stesso ha scritto sulla famiglia.

Stories we tell

La figura di Diane, disegnata all'unisono come vitale, energica, inarrestabile, vede emergere lentamente delle zone d'ombra dal suo passato: giudicata non idonea per via della sua professione, al momento del divorzio dal primo marito, perde la custodia dei due figli e si ritrova qualche anno più tardi unita a Michael sulla scena e nella vita e madre di un'altra coppia di figli. Ma la passione per il palcoscenico la porta ad un nuovo allontanamento dalla famiglia, questa volta non per un ordine giudiziario, ma per una tourné a cui decide di non rinunciare. Ma questo non è un allontanamento irreversibile: Diane torna, ravviva il rapporto con Michael, e si riscopre incinta. Una gravidanza inaspettata, che genera in lei una profonda crisi, ma che infine Diane decide di portare a conclusione. E da qui entra in scena Sarah, cresciuta dal solo amore paterno, dopo che Diane si spegne portando con sé la verità. Verità che, Sarah, non potendo domandare direttamente alla madre, opta per svelare attraverso i racconti degli altri.
Mai scadendo in autocommiserazioni, in facili sentimentalismi e senza avvalersi di inutili orpelli, Sarah Polley ci mostra con precisione e rigore affascinanti, la ricerca e la scoperta del proprio padre biologico. I ricordi e le ricostruzioni sono talmente ben amalgamati, curati con una tale attenzione, da non destare quasi sospetto di artificio. Il risultato è un film che incanta ed emoziona e che sprona a voler raccontare la propria di storia, qualunque essa sia.

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The Iceman (fuori concorso) regia Ariel Vromen
con Michael Shannon, Winona Ryder, Ray Liotta, David Schwimmer, Chris Evans,
James Franco

Una storia vera. Una storia vera trasportatata in una biografia (Philip Carlo: The Ice Man: Confessions of Mafia Contract Killer), riadattata in un romanzo (The Iceman: the True Story of a Cold-Blooded Killer di Anthony Bruno) e in fine portata sul grande schermo (The Iceman diretto da Ariel Vromel). La storia di un uomo di origini polacche Richard Kuklinski, uno dei più prolifici serial killer americani: il numero delle vittime non è concorde: tra le 40 e le 250 o comunque più di 100 e la totale assenza di testimoni ha determinato una condanna a 6 ergastoli ma non alla morte. Richard Kuklinski ha potuto raccontare, senza sconti senza omettere dettagli, l'iter della sua doppia vita:partendo da un'infanzia tormentata, in cui un padre violento spartisce soprusi ad entambi i figli e genera due uomini legati dal medesimo epilogo, passando per una carriera nell'ambiente mafioso al servizio di più famiglie e la gestione della sua famiglia dove il doppio è in continuo disequilibrio, per arrivare alla morte nello stesso carcere in cui era rinchiuso il fratello per stupro e omicidio di una minorenne.

The Iceman

Richard Kuklinski si guadagna l'appellativo di ICEMAN, l'uomo di ghiaccio, non solo per via della freddezza e la totale assenza di incrinature emotive che lo caratteizzano come uomo e assassino ma per aver conservato il suo primo cadavere in frigorifero per due anni. Le modalità con cui eseguiva i suoi omicidi sono a dir poco agghiaccianti e dalle interviste che rilasciò traspare un inequivocabile piacere nel ripercorrerle:dopo aver stordito le sue vittime, le legava, le portava in una grotta e le lasciava in balia dei topi ad occultarne il corpo mentre l'occhio vigile di una telecamera ne registrava ogni attimo di sofferenza per la gioia dei mandanti. Nel corso degli anni si specializzò nel mettere in atto sempre più omicidi utilizzando una mistura di cianuro che soffiava in faccia alla vittima provocandone un decesso senza tracce. Un gelido alito di morte e Kuklinski poteva tornare illibato dalla moglie e dalle tre figlie.
Kuklinski aveva un forte codice morale: mai avrebbe ucciso donne e bambine, anzi torturava e giustiziava chiunque si macchiasse di questo delitto. Non volle mai rivedere neanche il fratello per questo motivo. Ma questo di certo non basta a redimerne la figura.
E Ariel Vromel sembra esserne perfettamente consapevole: The Iceman, si avvale di un cast eccezionale: Michael Shannon,Winona Ryder, Ray Liotta, David Schwimmer, James Franco, Stephen Dorff e Chris Evans. In particolare Michael Shannon nei panni di Richard Kuklinski è spaventosamente credibile e misurato, sviscera una lotta interiore tra uomo e ''demone'' a tratti commovente e ha il grande merito di rendere veramente interessante questo film: Un film che però solleva molti quesiti proprio sulla sua stessa ragione di essere: perché prendere una storia vera che ha suscitato sdegno e orrore per la sua efferatezza e tradirne il senso edulcorandone i tratti ed omettendone i passaggi? Perché far rientrare un uomo come Kuklinski nella serie infinita di clichè del gangstar che non riersce a reprimere il suo istinto omicida ma che come padre di famiglia è ineccepibile e tuttosommato un uomo ammirevole perché i suoi crimini sono volti a dare un futuro migliore alle sue figlie? La storia, quella vera, ci racconta come la moglie deliberatamente non volesse sapere nulla dei traffici del marito perché ne era terrorizzata, perché non erano poi così radi gli smottamenti di questa personalità disturbata anche tra le mura di casa, perché Richard Kuklinski non era solo un freddo omicida, ma un essere che della sofferenza altrui aveva fatto il suo piacere e ne era quasi dipendente. Forse è questa la verità. O forse no, ma sicuramente è molto più vicina alla storia che Richard Kuklinski ha raccontato di sè. E allora ci si chiede perché a noi debba essere riportata in immagini patinate, tranquillizzanti, in un orrore lontano e quasi onirico. Peccato. La materia originale c'era ma ci arriva decisamente banalizzata.

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IZMENA/BETRAYAL
di Kirill Serebrennikov
Russia, 2012

In Concorso

"Betrayal", in Italiano "Tradimento".
Il quarantatreenne russo Serebrennikov titola bene il proprio film: entro i limiti di una storia talmente rarefatta da risultare non raccontata, veniamo trasportati nel tentativo, stilisticamente ineccepibile, molto ben recitato ma un po' lezioso ed accademico, di gestire un universo intimo ed universale, le cui uniche cause ed effetti sembrano essere il taciuto di sé, il tradimento, l'equivoco di sé e del prossimo.
Molto (forse troppo) attento a questa coerenza di programma, il film tende a pretendere dal pubblico un lavoro sempre intellettuale, con poche concessioni (non nessuna) alla possibilità di assorbire la storia attraverso le emozioni.
L'operazione, devo dire, in questo riesce e, con un po' di fatica, si possono cogliere i simboli di un disastro evidente in ogni architettura d'esterno, in ogni scorcio climatico, che contrastano lo sfarzo interno ("nascosto") di case da nuovi ricchi, di hotel dall'arredamento freddo e moderno, come metafora di ciò che realmente siamo in confronto con ciò che, con sforzo immane e inane, tentiamo disperatamente di apparire anche a noi stessi.

Betrayal

Un tradimento di sé, appunto, che non può portare se non al tradimento dell'altro ed alla conseguenza del fallimento esistenziale tout court, raccontato prendendo a metafora trainante l'infedeltà coniugale di cui rimangono vittime (?) due persone che, conosciutesi per caso, vengono a sapere che i loro rispettivi coniugi sono amanti, prima di diventare amanti e carnefici a loro volta.
Se sul piano intellettuale l'operazione convince, su quello della struttura e della scrittura fallisce, almeno in parte: il tentativo, da parte di Serebrennikov, di "tenere" la suspence fino alla fine lavorando solo sugli effetti di regia (inflazionando riflesso e sfocato, per esempio) per non rinunciare al programma un po' snob di non-raccontare, finisce per far fare al film, appunto, la fine di quei fedigrafi che, volendo tenere troppo a lungo il piede in due scarpe, scoperti, perdono ogni appeal agli occhi di coloro che intendono sedurre.
Ma fotografia e soluzioni di racconto (non-racconto) a volte geniali.
Bravi tutti gli interpreti, bravissima Guna Zarina, che ci regala la maschera di uno sbirro cinico e solo con grande misura ed intensità.

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PINOCCHIO
di Enzo D'Alò
Italia 2012

Sezione Giornate degli Autori

Anche se il "corto" sulle vampire-falene della Lucrecia Martel non è affatto male, le comunicazioni commerciali (ad opera dell'ufficio marketing di una nota casa di moda italiana) camuffate da "cortometraggi" espressione della "creatività al femminile", che precedono la proiezione, sono indisponenti.
Superato l'imbarazzo annotando l'ironia che le bugie cominciano prima del film, il "Pinocchio" di D'Alò e musicato da Lucio Dalla apre la Sezione "Giornate degli Autori".
Difficile approcciarsi, da spettatori, all'ennesimo allestimento della "bimbinata" più famosa della letteratura di ogni tempo, senza farsi la madre di tutte le domande che ormai ne accompagnano la fruizione: che versione ne darà il nostro D'Alò? Si atterrà ai toni a tratti cupissimi dell'originale di Collodi o anche lui virerà verso il politicamente corretto, ad uso e consumo di produzioni attente a non spaventare i bimbi (eventuali-anche-se-non- non esclusivi destinatari dell'opera)?

Pinocchio

Ecco, a visione ultimata, il "peccato originale" di Adamo/Disney non è nemmeno qui, ahimè, redento da nessun divertito messia: il "Pinocchio" di D'Alò nicchia sulla morte del Grillo Parlante (non si capisce se lo sfogo del burattino consegua il proprio obiettivo spiaccicandolo eternamente al muro, come chiaramente volle l'autore); il terribile Serpente è solo un'illustrazione dell'Abbecedario (non si para sbarrando leviatanamente la strada al protagonista); nessuna bimba morta si leva ad occhi chiusi e braccia conserte al petto parlando senza aprire bocca; nessun bimbo/burattino viene attaccato alla catena del cane e così via, di edulcorazione in edulcorazione.
Ad atterrir un poco l'ingenua platea rimane l'ombra cinese del burattino che penzola impiccato per qualche fotogramma.
A completare il quadro degli indizi a favore di un troppo politicamente corretto (piuttosto che di una precisa scelta artistica verso il mantenimento di un punto di vista infantile) arriva anche la scena del Giudice (ricordate il cameo di De Sica per Comencini?), che, invece di render chiaro che la Giustizia degli Uomini tende a premiare il più furbo e non il più debole (questo, Collodi), affida alla totale mancanza di discernimento di una scimmia il messaggio che giustizia sì, giustizia no sia solo un atto di Fortuna.
Insomma, non proprio coraggioso ma qualche soluzione narrativamente interessante c'è: la rissa in spiaggia con apparente morte dell'antagonista che fa del Nostro un vero fuggitivo credibilmente tormentato; la perfetta dinamica da Commedia con cui i due compari Gatto e Volpe infinocchiano ripetutamente Pinocchio (vedi la sottrazione del cibo al Gambero Rosso).
Tra i pregi del film, indiscutibilmente, la resa grafica degli ambienti che raccontano una Toscana da Beato Angelico, mai vista così ritratta in lavori omologhi: a mio parere, una vera eccellenza.
Per quanto riguarda le musiche di Dalla, nonostante l'affetto personale di chi scrive per il cantautore recentemente scomparso, il tentativo di aprire verso il musical non funziona: raramente l'introduzione delle canzoni (adattamento dei testi non indimenticabile) sembra rispondere a delle reali esigenze narrative. Del resto, anche il musical è un genere con le sue regole precise.
Se siete dei fan dell'intramontabile burattino, non vi ribellerete a questa versione ma, probabilmente, sarete felici solo quando l'industria del cinema smetterà di sposare l'assunto, che tanti danni ha già fatto, che i nostri bambini non vadano spaventati, portandoli nel mondo della Favola.
I padri dei nostri nonni, coetanei di Collodi, pensavano che, invece, la paura avesse una sua funzione educativa, evidentemente. Chissà perché.

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MONICELLI, LA VERSIONE DI MARIO
di Mario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, Wilma Labate, Annarosa Morri
Italia, 2012

Sezione Venezia Classici

Mario Monicelli ospite parlante (eccome!) alla 69ma edizione del festival di Venezia, anno 2012.
Come possibile?
Il bel documentario di Canale-Farina-Gianni-Labate-Morri ce lo restituisce (quasi) senza la retorica, inevitabile e comprensibile, di chi gli sia stato troppo vicino o di chi troppo lo abbia amato.
E senza (stavolta senza il "quasi", e qui il grazie più sentito agli autori...) la prosopopea di chi abbia pensato di conoscerlo o di conoscerne il lavoro meglio di altri.

Monicelli, la versione di Mario

Diviso in cinque sezioni (una per ogni regista) ma non in cinque punti di vista (il film mantiene un'inaspettata unità a dispetto delle dieci mani che lo hanno composto), il documentario ci racconta Monicelli nel rapporto con gli attori, nella scrittura, in famiglia, in politica...
Niente di nuovo, in realtà: il film non rivela, a chi si fosse già interessato alla sua figura, un Monicelli ancora sconosciuto o sorprendente.
Ma la gratificante forza di questo semplice documento sta nel ricordarci, mettendo insieme massime ed episodi e privilegiando in massima parte la fonte della testimonianza diretta di Monicelli stesso (sornionerie e "piacionerie" comprese), quanto importante sia, nella vita creativa e civile di un artista, non rinnegare mai, non pensare mai di poter prescindere dall'elemento umano, come fonte inesauribile di forza e di limiti.
Nel film, nessun rimpianto, nessuna nostalgia, nessuno sconto, nessuna strizzatina d'occhio.
Stile Monicelli?
Tutte le grandi contraddizioni di un uomo il cui cinema ha parlato, comunque, a tutti coloro che lo amano.
Le musiche di Nicola Piovani ben si addicono alla saggia leggerezza del viaggio non biografico firmato dal quintetto.
Da cercare, vedere e ricordare.

D.G.

Ultima modifica il Domenica, 17 Marzo 2013 10:24
La Redazione

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