martedì, 28 gennaio, 2020
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Dublin Theatre Festival 2012 - di Patrizia Monaco

The house that Jack filled The house that Jack filled Louis Lovett. Foto Mark Stedman

La nostra città, le nostre storie

Osservatrice privilegiata oppure guardona? Questa la mia sensazione principale dopo aver assistito ad una quindicina dei più di trenta spettacoli del Festival Teatrale di Dublino che si svolge ogni anno da fine settembre a metà ottobre. Un festival che fino allo scorso anno era sponsorizzato da una banca - l'Ulster Bank - ed era, se non nel nome, internazionale. Per il 2012, la nuova direzione artistica del giovane ed energico Willie White, contando solo su finanziamenti pubblici, ha escogitato un 'edizione casalinga, o, se vogliamo, con termine meno riduttivo, domestica ( come si dice in inglese dei voli nazionali ) e ha puntato sulla produzione locale - con un'unica eccezione - proponendo un tema: your city, your stories, la vostra città, le vostre storie. In periodo di crisi gli irlandesi han scelto di guardarsi dentro e nello stesso tempo, spingere sul prodotto interno. Come sempre, le produzioni sono state di altissimo livello, potendo contare su un' ottima professionalità a tutto campo. Un teatro che parla del presente. E di noi. Anzi, di loro. E questo spiega, in parte, la mia affermazione iniziale. Il resto si capirà in seguito.

Un'altra eccezione era la presentazione di un testo irlandese ma non contemporaneo: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, messo in scena dall'Abbey Theatre con adattamento e regia di Neil Bartlett. Se il coraggio di rischiare è sempre stata la caratteristica principale di questo festival, così è stato anche nell'ambito dell'unico teatro sovvenzionato, che si può permettere un cast di 16 attori, affidando la parte del protagonista ad un esordiente, diplomato peraltro alla prestigiosa scuola di recitazione londinese RADA (Royal Academy of Dramatic Art). Tom Canton, biondo slanciato delicato quanto basta per dare un tono ambiguo al suo personaggio, ha reso credibile la "favola nera" di Oscar Wilde. L'allestimento, senza precise connotazioni temporali, si avvale di due geniali soluzioni: un maggiordomo "cerniera" fra le scene che funge anche da coro assieme al cast femminile - dame e prostitute - e l'uso funzionale del quadro. Il ritratto domina la scena: dapprima, come parrebbe logico, è voltato verso lo sfondo, poi, inaspettatamente, è girato verso il pubblico, rivelando un vortice di colori autunnali dal potere magnetico e ammaliante. A dispetto di ogni resistenza razionale, la forza del dialogo costringe lo spettatore a scorgervi i segni del Tempo e del Male. Il romanzo è rispettato a tal punto che pare di assistere alla scoperta di un nuovo dramma scritta di pugno da Oscar Wilde.

Dublin Theatre Festival 2012

L'altra produzione dell'Abbey nella sala più piccola è un lavoro commissionato al giovane autore Gary Duggan, che alla ribalta del prestigioso Peacock con Shibari ha intrecciato storie d'amore, di amicizia, odio e tradimento, con spruzzatine di coca e sesso, nell'odierna Dublino multietnica. Personaggi giovani colorati e trasgressivi su cui prevale, anche per l'interpretazione di Orion Lee, il giapponese immigrato, dolce vedovo fiorista e amante abile nell'arte del "bondage" erotico, Shibari, appunto. I nodi - nel copione le scene son infatti divise in knots, (nodi) - sono precisi, l'integrazione, non senza difficoltà, è riuscita.
L'energia positiva di questo festival si evince dalla rinascita del più antico teatro di Dublino, lo Smock Alley, Theatre fondato nel 1662 su decreto reale, e sprofondato per secoli nell'oblio, divenuto fra le altre cose anche una chiesa. Nello spazio ricostruito secondo i dettami della migliore architettura teatrale contemporanea si sono avvicendati due eccellenti spettacoli. Everyone is King Lear in His Own Home e Halcyon Days il primo, provocatorio e intrigante, il secondo di solida struttura drammaturgica dal commovente impegno sociale.
La compagnia Pan Pan, che due anni fa presentò un Amleto frantumato e ricostruito a puzzle con un Grande Danese (cane) in scena, ora ci propone un Re Lear a casa sua, che come "pet" possiede un topolino in gabbia che si diverte a far rotolare fra le poltrone sfondate. Oltre alla scena con il topolino ve ne sono altre incongrue e irritanti, ma ad un certo punto il nostro arruffato Re Lear che si era fatto cambiare il pannolone dalla figlia (Cordelia e Fool insieme), comincia a volare alto. Le battute di Shakespeare si attagliano perfettamente ad un difficile rapporto padre e figlia, all'uomo ormai in disarmo che dalla pensione si avvia verso la demenza senile.
Curiosa annotazione: la scena riproduce esattamente l'appartamento dublinese di Andrew Bennet, il protagonista.
Lo spettacolo ha suscitato controverse reazioni, chi l'ha amato alla follia e chi si è ribellato, sentendosi bellamente preso in giro. Alla fine, come sempre, fra due fazioni, vince la terza: Shakespeare. Inossidabile e indistruttibile, eterno e nostro contemporaneo.
Halcyon Days è diretto da David Horan e scritto da Deirdre Kinahan, autrice ora in scena a Londra, USA e Canada, con un meritato successo costruito da anni di solido lavoro drammaturgico e direzione di compagnia, la Tall Tales Theatre. Lo spettacolo si svolge in una casa di riposo, e la bravura degli attori, Anita Reeves e Stephen Brennan, sostenuta da dialoghi brillanti e ironici suscita non poche risate dal retrogusto amaro su una situazione altrimenti patetica. Nell'intervista, l'autrice m'ha rivelato che la sua soddisfazione più grande è stata alla prima, quando fra la folla, ha sentito una spettatrice sussurrare ad un'altra: "Penso che sia ora d'andare a trovare Betty".
Al Project Arts Centre, il tutto esaurito per Talk of The Town che Emma Donaghue, giovane romanziera sulla cresta dell'onda, ha scritto con la supervisione della regista Annabelle Comyn per la Hatch Production e Dublin Theatre Festival. Si tratta della biografia della giornalista e scrittrice Maeve Brennan, figlia del primo ambasciatore della Repubblica irlandese negli USA che scelse di restare a New York - I was born to be a New Yorker - per diventare editorialista del New Yorker diventando l'anima della cerchia più intellettuale e glamour dell'alta società e poi finire in rovina e suicida nel 1992. Lo spettacolo si incentra solo sugli anni ruggenti della giornalista alternandoli con flashbacks sulla casetta dublinese della sua infanzia. "Talk of the Town", è il titolo della rubrica che la giovane giornalista curò nel secondo dopoguerra sulla sofisticata rivista letteraria newyorkese. Scrittrice e regista hanno costruito uno spettacolo scintillante come un abito di lamè, ed altrettanto freddo. L'emozione che non trasmette la rappresentazione nel suo insieme è compensata dall'interpretazione di Catherine Walker che ci restituisce una Maeve Brennan palpitante : perfezionismo esasperato, fragilità e tacchi alti.
L'eccezione straniera a cui accennavo è Mystery Magnet, dell'artista visuale Miet Warlop. Eccezione anche perché non è teatro di parola bensì un evento che stimola tutti i sensi ma non ha apparentemente senso. Forse un richiamo alla ludica crudeltà da cartone animato in situazioni di gusto infantile: i personaggi altissimi con teste di stoppa colorate, si squartano allegramente a vicenda, vomitano e evacuano fiumi di vernice acrilica. Alla fine tutti esplodono.

Successo dello spettacolo di ben nove ore sulla storia irlandese passata e recente dalla fusione di tre testi di Tom Murphy, scritti diversi anni or sono, sotto il titolo comprensivo di DruidMurphy, dalla compagnia che lo ha presentato. I tre testi si potevano vedere anche uno per sera. Conoscendoli già dagli scorsi anni, ho preferito concentrarmi sulle novità e mi sono recata al Lab di Foley Street, dove pensavo di assistere a The Boys of Foley Street. "Assistere" non è stato precisamente quel che ho fatto in quel pomeriggio. "Guardona" forse. Per un'ora intera, sotto una gelida pioggerella sottile, da sola, sono stata strattonata per Foley Street, fra insulti e parolacce, pestaggi ed esplosioni e infine mi 'hanno spinta in un'auto che sgommando mi ha scaraventata davanti alle case popolari. Qui mi han intimato di entrare in un minuscolo gabinetto ( il termine "cesso" sarebbe e preferibile) dove dando le spalle ad una ragazza seduta sul water dovevo guardare da un buco nel muro scene di sesso in una sorta di "basso" stile anni settanta.
The Boys of Foley Street è stata un'esperienza, che m'ha lasciata satura di interrogativi. Non condivido il parere dei colleghi critici che han parlato di senso di pericolo imminente poiché io son sempre stata cosciente di essere in uno spettacolo teatrale. Disagio, imbarazzo, irritazione, senz'altro, e sono dunque sensazioni necessarie per far conoscere e toccare con mano il senso di degradazione di una zona della città, Monto, dove negli anni settanta droga e prostituzione marchiarono a fuoco i ragazzi di allora?
The Boys è la terza parte della quadrilogia del Monto Cycle il primo non lo vidi, (World's End Lane) del secondo ne scrissi lo scorso anno, Laundry, la lavanderia delle famigerate Madgalene Sisters dove a suon di botte e sevizie le suore volevano raddrizzare le ragazze cosiddette perdute.,
La regista ed ideatrice Louise Lowe con ANU Productions utilizza tecnologia e teatro site spec, cioè evento creato nello stesso luogo in cui avvenne il fatto autentico. L'area attorno al Lab non era stata ricostruita, ovviamente, solo la stanza, e quindi percorrendo la zona non si capiva se i passanti erano comparse o autentici. E così le auto. Il passato si insinuava nel presente, realtà e finzione erano indissolubili, e non era teatro inteso come rappresentazione e neppure documentario. Se n'è discusso a lungo al Forum Internazionale dei critici dove ho enunciato le mie perplessità e ho confessato alla regista, che io ho avuto un unico vero momento di empatia, e di emozione profonda, proprio nel momento in cui era tutto palesemente finto, nella stanza soggiorno- cucina anni settanta per il fatto atroce, che avviene in un angolo fuori della mia vista, quindi fuori scena, come la tradizione teatrale insegna. E' lo stupro di una dodicenne, che torna da scuola, da parte del "pappa" di mamma e sorella. Il mio immaginare e lo sguardo della ragazzina quando rientra aggiustandosi la gonna dell'uniforme sono stati più forti di tutte le scrollate, le parolacce e gli insulti e i pestaggi (simulati) dei teppisti in strada. La bambina mi è avvicinata e io le ho stretto forte la mano e l'ho portata fuori. Mi intriga pensare a questa come a una nuova forma di teatro in cui l'unico spettatore è chiamato a partecipare ma a differenza degli attori, non conosce il copione. Il suo ruolo? E' solo dunque rompendo il millenario patto con il pubblico - la sospensione dell'incredulità - che si potranno smuovere le coscienze?.
Un sospiro di sollievo si tira nella sala Cube del Project Arts Centre dove lo straordinario Louis Lovett, direttore di un teatro per ragazzi, in The House that Jack Filled di Finegan Krukemayer, impersona freneticamente una decina di personaggi in una pirotecnica favola sulla rinascita dalla crisi. Un apologo per tutti.

Ultima modifica il Domenica, 17 Marzo 2013 09:27
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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