sabato, 23 ottobre, 2021
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Santarcangelo, mutare per restare fedeli a sé stessi. Il festival conferma la sua vocazione a fare della sperimentazione una tradizione. -di Nicola Arrigoni

Santarcangelo, mutare per restare fedeli a sé stessi
Il festival conferma la sua vocazione a fare della sperimentazione una tradizione
di Nicola Arrigoni

«Dove sta il segreto della ‘necessità’ di Santarcangelo che fa in modo che gli uomini di teatro di ogni parte del mondo insieme a un pubblico numeroso e interessato si diano appuntamento? La risposta, credo, va cercata da un lato nei fatti e dall’altro nella ‘tradizione del cambiamento’ fino ad oggi perseguita». È quanto scrive Roberto Bacci nel 1987, citazione riportata nel prezioso volume Santarcangelo 50 festival di Roberta Ferraresi, non solo un atto dovuto al mezzo secolo di storia del festival per eccellenza della ricerca teatrale italiana, ma un tesoro di immagini e informazioni che ricostruisce con passione e competenza una storia che è per sua natura sempre e comunque contemporanea e anzi proiettata verso il futuro. E lo si dice non solo perché – in età pandemica – si è chiuso il bifronte festival del cinquantesimo, Futuro fantastico Santarcangelo 50, diretto da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande che con grande coerenza e fatica hanno fatto sì che il festival non chinasse la testa alla pandemia. Nelle fotografie e nel racconto della storia del festival – narrata in 50 Santarcangelo festival, docufilm di Michele Mellara e Alessandro Rossi, prodotto da Mammut Film – artisti e piazza, una città attraversata dall’improvvisa e, a volte, provocante creatività dell’arte sono una costante che dice di un incontro in cui si possono leggere sogni, proteste, malumori e utopie di mezzo secolo di storia italiana. Perché Santarcangelo da sempre rappresenta un termometro non solo dello stato dell’arte, ma anche delle utopie e bisogni sociali. Tutto ciò si compie nell’ansia perenne di rinnovare e rinnovarsi, basta leggere il libro per capirlo e recepire ciò come dato storico: un’esigenza diventata tradizione.

Santarcangelo dà i numeri - Prima di entrare nel merito e vedere come e laddove il Futuro fantastico sia forse proiezione di urgenze molto contemporanee, vale la pena raccontare in cifre cosa è stato il festival Santarcandelo 2050. Nel secondo movimento dell’edizione del cinquantesimo l’organizzazione ha contato più di 15.000 presenze agli spettacoli (7829 biglietti venduti) in 11 giorni di programmazione per un totale di 191 appuntamenti di cui 113 a pagamento e 78 gratuiti, che hanno fatto registrare in molti casi il tutto esaurito. Futuro Fantastico (II movimento). Festival mutaforme di meduse, cyborg e specie compagne chiude la direzione artistica di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò di Motus, che hanno saputo coinvolgere 51 compagnie, per un totale di 271 artiste e artisti, a cui si aggiungono i 55 giovani partecipanti al progetto How To Be Together, che hanno animato per tutta la durata del Festival il villaggio temporaneo eco-sostenibile nel Parco Baden-Powell. E ancora: 49 spettacoli (160 repliche in totale), 8 concerti, 8 proiezioni di film più una maratona cinematografica di 12 ore, due lecture, otto incontri e presentazioni, 11 dj-set, 11 laboratori, una mostra, 1 installazione, 4 serate di liscio in piazza, 4 giorni di mercatino vintage in centro (Garage Sale), per un’unica opera corale, diffusa in 26 spazi spettacolo, che ha ritrovato la sua dimensione internazionale e una forte apertura a processi partecipativi in luoghi pubblici, dalla piazza al paesaggio naturale, tutti attraversati dalla forza magica, irrequieta e mutaforme che incarna lo spirito del Festival per sua natura in transizione, scambio e ibridazione continua. La platea, sempre più numerosa, giovane e internazionale, ha visto l’arrivo di 140 operatori culturali, di cui 43 internazionali, 87 giornalisti accreditati tra stampa nazionale e internazionale, e 150 partecipanti ai workshop. La realizzazione di questa edizione di Santarcangelo Festival ha impegnato uno staff di 120 persone, tra i quali hanno offerto il proprio prezioso contributo 20 stagiste e stagisti, 15 volontarie e volontari.
Perché utilizzare i dati quantitativi forniti dall’organizzazione? Perché si crede che questo dia conto di un movimento, di un festival che malgrado tutto - e che proprio per il «malgrado tutto» che ci si ritrova a vivere - re-esiste e conferma la volontà di non essere alieno al mondo, ma di fare del mondo il materiale interrogante per un’azione scenica che ha dalla sua la volontà di prendere di petto la realtà, complice la finzione della scena. E così i temi mainstream del nostro inquieto presente diventano terreno fertile su cui operare con libertà e, in alcuni casi, con un pensiero unico che può sembrare ridondante. Ma anche questo ci sta a Santarcangelo in cui la parola sottesa è: libertà, libertà di essere come si è, senza inibizioni, senza remore perché nel tempo della festa santarcangiolese l’accoglienza delle diversità è naturale e fluida. «Mutaforme» è il termine chiave di questo festival che si interroga sulle questioni di genere, piuttosto che sulla crisi climatica, ma anche sulla multiforme espressività e libertà di dirsi delle arti performative. Finzione e realtà, alterità, natura e artificio, il mutare nel tempo sono questi alcuni temi che ritornano nella programmazione di un cartellone ricco e che ha intrecciato estetiche e pensieri nel segno di una communitas che si ritrova. Nell’area verde titolata «Nello spazio» un gruppo di eleganti santarcangiolesi si ritrova per assistere allo spettacolo Ultraficiòn nr. 1/Fracciones de tiempo de El Conde de Torrefiel e nelle loro parole c’è la bella abitudine di venire al festival, un appuntamento fisso, una chiamata a cui non è possibile non rispondere. Anche questo è Santarcangelo festival.

Emilio di Alexia Saranopoulou e Ondina Quadri

Comunità e città come palcoscenicoGrand Bois di Bluemotion e Fanny & Alexander, performance realizzata in collaborazione con Tempo reale, ha aperto la kermesse con una sorta di parata musicale che ha attraversato il paese. Si è partiti da piazza Ganganelli per raggiungere la torre di Santarcangelo in una sorta di processione laica le cui stazioni erano piccoli momenti musicali. In questo senso – sotto la regia di Luigi De Angelis e Giorgina Pi – la musica, le percussioni hanno finito col creare una sorta di paesaggio sonoro che ha attraversato, accarezzato l’intero paese. Ed è in questa esigenza performativa di far sì che la mappa dell’arte si sovrapponga a quella della realtà che Grand Bois recupera quella tradizione che da mezzo secolo fa di Santarcangelo di Romagna il palcoscenico di comici e artisti, lo scenario di un teatro che vive del respiro della piazza, come piaceva a Leo de Berardinis. Piace pensare che Grand Bois di Bluemotion e Fanny & Alexander recuperi quella tradizione, attraverso il linguaggio della musica, di una composizione poliritmica che il pubblico itinerante compone in piena libertà.
Finzione e realtà – La riflessione sul linguaggio, sulla narrazione è una costante postmoderna (termine fuori moda) ma che emerge come necessità di leggere l’arte della scena nell’epoca dell’iperconnessione e della cyber art. La compagnia El Conde de Torrefiel propone un teatro senza performer ed anzi promuove il ruolo dell’immaginazione dello spettatore come atto performativo. In Ultraficiòn nr.1/Fracciones de tiempo il pubblico è davanti a uno schermo, una robusta colonna sonora sostiene la proiezione del testo di una vicenda che intreccia il viaggio di migranti nel Mediterraneo, il viaggio in aereo di un gruppo di passeggeri diretti a Tel Aviv e l’esperienza di un gruppo di giovani attori a Santarcangelo per un laboratorio di perfezionamento. Lo spettatore legge quanto proiettato e costruisce nella sua mente connessioni, ricostruisce istintivamente un puzzle che all’ultimo non si compone, le conclusioni che ci si ritrova a trarre istintivamente vengono immancabilmente disattese in un bel gioco che sollecita emozione e intelligenza. Ultraficiòn nr.1/Fracciones de tiempo mette in crisi il meccanismo di deduzione messo in atto dalla mente, la necessità di trovare un’unica e insindacabile soluzione costruita su cognizioni pre-acquisite: i migranti sono destinati a naufragare nel Mediterraneo, l’aereo a raggiungere la sua destinazione in Israele. Ma così non è… È lo spettatore che con la sua lettura e la sua immaginazione costruisce lo spettacolo, salvo poi l’irruzione di elementi di realtà che interrompono quella lettura immaginativa e diventano loro stessi oggetti immaginari ma reali. Ci si commuove quando all’improvviso irrompe un gregge che attraversa la platea… è una commozione che è un colpo al cuore, che riempie lo sguardo di bellezza. Ultraficiòn nr.1/Fracciones de tiempo è l’esempio di un teatro senza teatro, è l’esempio di come il teatro si compia e germogli nella mente dello spettatore, nel suo sguardo emotivo. Così quel gregge che irrompe in scena, il digitare sul grande schermo le parole di un racconto che prende corpo nella lettura dello spettatore e nell’emozione regalata da un tappeto sonoro tanto incisivo quanto emotivamente coinvolgente fanno dell’esperimento scenico di El Conde de Torrefiel una bella provocazione semantica che mette in dubbio la necessità del performer…. Eppure il teatro c’è, viene da dire.

Gli altri di Corps Citoyen

Essere altro – Il tema dell’alterità – etnica o sessuale – e della possibilità di non definizione è centrale in un festival che fa della possibilità di mutare forma una estetica e, forse, un manifesto politico/poetico. Così la performance Gli altri di Corps Citoyen mette in scena con leggerezza e la mediazione del linguaggio cinematografico la percezione che si ha dell’altro. Il provino ad un attore di origine tunisino diventa la chiave di ingresso per una riflessione sugli stereotipi. All’attore in cerca di una scrittura risulta impossibile smarcarsi da ciò che ci si attende da un artista che arriva dall’altra parte del Mediterraneo per cui l’appartenenza geografica e culturale diventano una condanna a giocare ruoli costruiti sui luoghi comuni: dalla tragedia del migrante alla vocazione da terrorista radicalizzato. In Curva cieca di Muna Mussie con Filmon Yemane, un ragazzo non vendente di 12 anni, si riflette sul linguaggio. Filmon tiene delle piccole lezioni di lingua tigrigna con l’ausilio di immagini di un abecedario… ne nasce una lezione curiosa ma nulla più. Emilio di Alexia Saranopoulou e Ondina Quadri è una performance legata alla riflessione sulla fluidità della identità sessuale in cui il corpo dell’attrice diventa conduttore di fluidi, di liquidi e muta, muta facendo esperienza. Il riferimento va all’Emile di Jean Jacques Rousseau, un’educazione che si costruisce sul fare esperienza: nulla deve essere insegnato, ma Emilio tutto deve imparare da sé a contatto con la natura, a contatto col suo corpo. In tutto questo Ondina Quadri si fa segno artistico e il momento più intenso del lavoro è l’immagine finale in cui il corpo esplode e si fa immagine, il resto appare a tratti ripetitivo e un po’ autocompiaciuto. Ma anche in questo sta la forza di Santarcangelo che a fronte di una ricerca di nuovi linguaggi, non nasconde il compiaciuto riflettersi in stereotipi sessual/culturali che vorrebbero essere straordinari e finiscono col vestire l’abito della normalità.

Natura e artificio – In qualche modo l’aspetto legato ai cambiamenti climatici e alla natura oltraggiata dall’uomo è ricorrente, ma trova in Madre di Ermanna Montanari uno scarto in più, rispetto alle azioni e ai pensieri ecologisti e sostenibili. Marco Martinelli costruisce un poemetto potente che nella figura della Madre assomma non solo il femminile, ma anche il buio ctonio di una terra che inghiotte e fagocita in un pozzo nero sé stessa, in una sorta di apocalittica implosione, buco nero che tutto risucchia. Ermanna Montanari è Madre, una madre potente e oscura, sostenuta dal contrabbasso di Daniele Roccato e dai disegni di Stefano Ricci, disegni che accompagnano la narrazione di quella donna scivolata giù in un pozzo nero e che si rivolge al figlio in cerca di aiuto. C’è il rapporto madre e figlio, ma nel poemetto che Montanari trasforma in melologo c’è di più, c’è un’estensione di tempo, c’è la preghiera di Madre natura a suo figlio: l’Uomo, una madre oltraggiata, violentata da una tecnica fuori sesto, che forse è sfuggita alle mani dell’Uomo, quell’homo deus che oggi rischia di sprofondare nella sua superbia. Tutto questo sollecita Madre del Teatro delle Albe, non solo un melologo/monologo, ma un pensiero di bellezza sul rapporto fra Natura e Uomo, un esempio di come il teatro sappia leggere e trascendere la cronaca per concedersi l’ebbrezza dell’universale e del simbolico. Per questo quanto Montanari, Roccato e Ricci fanno in scena è destinato a ritornare nella memoria e nel cuore dello spettatore, quella discesa in fondo al pozzo rimane paurosa in un angolo della memoria di ognuno, forse perché va a scovare quelle paure infantili che altro non sono che il coraggio di guardare in fondo all’abisso.

Sovrimpressioni di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

Il mutare col tempo – Sarà perché lo sguardo è rivolto a un ironico Futuro fantastico che sa di augurio e sberleffo al tempo stesso, sarà per questo ma Sovrimpressioni di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini mette insieme pensiero e azione, finzione e realtà per farsi verità di parola e di corpi. Nello spazio senza belletto di sala Pamphili un lungo tavolone e due attori: l’uno di fronte all’altra, sono al tavolo del trucco e si raccontano, raccontano il loro rapporto artistico di una vita, il trascorrere del tempo, il mutare del loro corpo, il darsi la mano e poi il braccio, l’interrogarsi di due sessantenni. Il camerino e le lunghe sedute di trucco sono da sempre spazio e tempo di un confronto con sé stessi per ogni artista il cui volto si specchia e muta sotto i gesti leggeri del truccatore, un tempo sospeso in cui dirsi e svelarsi, mettersi in discussione. Liberamente ispirato a Ginger e Fred di Federico Fellini, in Sovrimpressioni – il titolo è rubato alla raccolta di poesie di Andrea Zanzotto – agisce il bisogno di sovrapporre artificio e natura. Chi sono quell’uomo e quella donna, sono semplicemente un uomo e una donna, sono due artisti che hanno il privilegio di nascondere il tempo sotto un trucco e che più di altri percepiscono il trascorrere del tempo nel corpo, nella capacità di danzare, di chiedere al corpo di rispondere alle sollecitazioni del pensiero. Ciò che porta in scena la coppia Deflorian/Tagliarini è teatro allo stato puro, è un recitare in levare che commuove, che si incide nello sguardo di chi assiste. Deflorian è potente, il suo volto è un testo scritto, il suo muoversi nello spazio un esempio di perfezione attoriale e di verità che lasciano senza fiato, così pure il danzare di Tagliarini ha qualcosa di triste, di affaticato, di dolente che finisce con lo straziare il cuore. Il dire di Deflorian è un dire a cascata, quello di Tagliarini è un secco far sintesi che ti mette con le spalle al muro. Il pubblico assiste su due lati alla confessione di quei due che abitano uno spazio infinito, che cercano un contatto rinnovato, che fanno i conti col tempo che passa, col corpo che muta, con l’orizzonte che si fa sempre più corto…. In tutto questo Sovrimpressioni è teatro, è parola incarnata nell’attore, è un rito in cui la finzione contribuisce a disvelare ciò che siamo, il nostro rapporto col tempo e il suo inesorabile trascorrere e fuggir via. Ci si commuove e si esce dalla sala ribadendo come il teatro sia parola incarnata d’attore, sia lo disvelamento di ciò che siamo con la scusa della finzione…. Se di questo se ne ha contezza il futuro non potrà che essere fantastico.

Ultima modifica il Lunedì, 26 Luglio 2021 09:57

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