domenica, 10 novembre, 2019
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FESTIVAL INTERNAZIONALE DI DUBLINO 26 settembre - 13 ottobre 2019. -di Patrizia Monaco

"Faultline", ANU productions- Gate Theatre, Nandi Bhebhe. Foto Pat Redmond "Faultline", ANU productions- Gate Theatre, Nandi Bhebhe. Foto Pat Redmond

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI DUBLINO
26 settembre - 13 ottobre 2019
Ricordare per non dimenticare

Il festival di Dublino nell'edizione appena terminata, 18 giorni e 30 spettacoli come di consueto, è lo specchio impietoso dei tempi oscuri che stiamo vivendo.
"Senza una rivoluzione globale nella sfera dell'umana coscienza, nulla potrà cambiare per il meglio". Con le parole di Vàclav Havel, drammaturgo e presidente della Repubblica Ceca, ormai scomparso, si presenta il direttore artistico del festival, Willie White. Ogni anno l'intraprendente Willie White intende dare un'impronta specifica all'insieme degli spettacoli che invadono ogni spazio teatrale e non, in molti quartieri di questa città giovane e dinamica come lui. "Il filo comune che unisce i diversi lavori presentati quest'anno è la nostra convinzione di credere nel potere di quei momenti in cui il pubblico teatrale si raduna e diventa testimone, in cui degli individui estranei fra loro si scoprono a dover usare l'immaginazione in una esercizio collettivo e condiviso. Il teatro offre alla comunità uno spazio civile e sicuro per impegnarsi in riflessioni e dialoghi, un rifugio dal clima imperante di discorsi e azioni incivili e spesso violenti". Nondimeno, prosegue White, la sicurezza e la civiltà non devono precludere una bella dose di provocazione e il teatro è al suo massimo di potenzialità quando non lusinga il pubblico bensì lo sfida a rivedere la propria visione del mondo. Il palcoscenico è una piattaforma per le voci e le testimonianze di coloro che sono o sono stati tenuti ai margini.
Spettacoli sulla situazione in Palestina e i diritti delle minoranze, disoccupazione e emigrazione, ma anche uno sguardo al passato e alle tradizioni irlandesi per trovare un solido appiglio da cui fare un balzo nel futuro.

 MAM

Favola musicale con danza e nessuna parola è Màm, termine celtico che indica passo di montagna, valico e, metaforicamente, iniziazione. Una bimba in abitino bianco da Prima Comunione, all'inizio seduta compostamente a mangiare patatine, assiste rapita – e forse è veramente stata rapita dalle fate come accade in molte leggende celtiche – ai movimenti di dodici danzatori al suono prima di una fisarmonica e poi di un'ensemble di sette strumenti. Le danze che variano dal ritmo dei tacchi al vortice dei corpi, al narrativo e al sensuale avvolgono la bimba attraverso i cui occhi noi del pubblico siamo inghiottiti in un'atmosfera senza tempo. Non un attimo di pausa, con l'apertura successiva di tre sipari e di altrettanti piani del vasto e moderno palcoscenico dell'O' Reilly Theatre al Belvedere College (in cui studiò Joyce). Il fortissimo vento di una turbina rivelata dall'ultimo sipario solleva i vestiti della bimba, sospinge piume verso la platea e fa scomparire i protagonisti del sogno/ incubo di una notte.
L'ipnotizzante spettacolo accolto da una standing ovation è il frutto di un lavoro collettivo ad opera del coreografo Michael Keegan-Dolan che in otto settimane ha ospitato nell'Irlanda dell'ovest i giovani ballerini e i musicisti che hanno creato assieme i passi di danza e le musiche. L'assolo iniziale della fisarmonica è di Cormac Begley, l'orchestra con sede a Berlino è stargaze (minuscolo), e i dodici danzatori vengono da ogni parte del mondo. Ora fanno parte della compagnia Teac Damsa fondata nel 2016 per riportare alla luce le tradizioni orali e musicali dell'ovest dell'Irlanda. La bimba, straordinaria nella sua attonita interpretazione è Ellie Poirier-Dolan, figlia novenne del coreografo e della sua compagna, Rachel Poirier, ballerina francese.
Nessuna parola in Màm mentre moltissime parole in un altro spettacolo che guarda al passato irlandese, Last Orders at the Dockside, del romanziere e drammaturgo Dermot Bolger, per una produzione dell'Abbey Theatre, il Teatro Nazionale, su commissione dell'Autorità Portuale di Dublino. Il regista Graham McLaren ha pigiato forte sul pedale del naturalismo e nonostante la bravura degli attori lo spettacolo risulta di una insopportabile vecchia maniera. Peccato perché il tema era necessario e universalmente condivisibile, specialmente per chi come me proviene da Genova, città portuale entrata, come Dublino e molte altre, in una crisi senza fine con l'avvento inevitabile dei nuovi sistemi di carico-scarico merci prima e della tecnologia poi. Un sera del 1980, dopo il funerale di uno degli scaricatori più attivi sindacalmente, si celebra con musica e malinconia, anche la chiusura del pub in cui si ritrovavano al mattino lui e i suoi compagni, prima di andare alla "chiamata". Qui arrivavano in anteprima le notizie riguardo a quali navi richiedevano mano d'opera per la giornata e su quali moli. Quella sera al pub muore un mondo, ma ancora non ne nasce un altro, per questi lavoratori così particolari, i "camalli" , per noi genovesi, con una propria dignità e strenua difesa della categoria. Le critiche ricevute concordano con la mia, in quanto nota stonata in un festival che ha come bandiera l'essere innovativo nella forma e non solo nella sostanza.

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Innovativo senza dubbio è l'appassionante Hecuba, dell'acclamata drammaturga Marina Carr, per la rigorosa regia di Louise Parker, della compagnia Rough Magic di cui anni fa apprezzai una fantasmagorica Fedra. Hecuba è la trasposizione delle Troiane di Euripide, in abiti moderni le donne e in divise da campo i greci, con i non-colori delle guerre nel deserto. Lo spazio scenico è al centro, con il pubblico su tre lati, disposizione questa che richiede movimenti e recitazione differenti, consente una visione tridimensionale, e una immersione nell'azione quasi carnale. Tuttavia, il forte impatto emotivo di questo spettacolo non sta tanto e non solo nella vicinanza fisica con gli attori quanto nella peculiare ricerca drammaturgica dell'autrice che ha incorporato nel dialogo l'uso del coro. Vale a dire, la funzione narrativa del coro nella tragedia greca è abilmente assorbita all'interno del dialogo fra i personaggi, i quali non comunicano direttamente fra loro bensì, con una sorvegliatissima tecnica sostengono un ritmo sfalsato nel linguaggio. Ad esempio Agamennone, arrogantemente stravaccato sul trono del suo nemico Priamo, pare contrattaccare alle accuse di Ecuba, in piedi di fronte a lui, invece quel che dice o previene o commenta quanto lei ha appena proferito, e ad alta voce sentiamo le sue riflessioni su di lei – "è ancora una bella donna, non una vecchia strega, volentieri me la farei, ancora così fiera che mi eccita" - o descrizioni della ferocia nella lunga guerra sostenuta quando beve dalla riserva di vini saccheggiata da Ulisse. Così per tutti gli altri personaggi che in tal modo, dando spazio alla voce interiore, sono presentati nella loro più sfaccettata psicologia, cosa che, secondo l'autrice, non è così evidente nella tragedia greca. Nel ricreato poetico linguaggio non vi sono riferimenti attuali, la fedeltà ad Euripide è palese, ma chissà per quale alchimia, le immagini evocate non fanno pensare a Troia, la città in fiamme dopo dieci anni di assedio bensì alla Siria e ad altri paesi del martoriato Medio Oriente. E la nave stracolma di donne affamate ripetutamente preda di stupri non è notizia di tremila anni fa. Presente e passato continuo sono di fronte ai nostri occhi straziando il cuore. Il cast, di notevole bravura, è all'altezza del compito loro affidato dal testo, arduo e fluido allo stesso tempo. Ecuba, fiera e indomita all'inizio, che culla con ostentazione la testa del marito, e strisciante e piagnucolosa alla fine ai piedi di Agamennone, è una eccezionale Aislin McGuckin, mentre il suo antagonista è Brian Doherty, che con credibilità ci porge un Agamennone dapprima come granitico e grossolano generale e poi come padre amoroso reso fragile al ricordo del sacrificio operato sulla sua stessa figlia. Cassandra, Polissena, Polidoro, Neottolemo, Polinestore e Ulisse sono scolpiti con la stessa forza e balzano potenti davanti al pubblico. Regista, scenografa e compagnia tutta di Rough Magic si sono meritati alla fine una lunghissima standing ovation. Marina Carr mi ha riferito che il testo è già stato tradotto e messo in scena in questi giorni al Teatro Olimpico di Vicenza e successivamente sarà a Brescia.
Si resta in Medio Oriente con Walking to Jerusalem, un lungo monologo scritto e interpretato da Justin Butcher che racconta una vicenda autentica, di cui è stato promotore e protagonista. Il 2017 ha segnato tre eventi: il centenario della Dichiarazione Balfour, il cinquantenario della occupazione militare dei Territori Palestinesi da parte dell'Esercito Israeliano, il decennale del blocco di Gaza. La scellerata Dichiarazione Balfour del 1917 ha piantato i semi per la guerra civile che avrebbe dominato ad intermittenza la vita di palestinesi ed ebrei fino ad ora. Come atto di contrizione del governo britannico, l'attore inglese ha deciso, con la sua organizzazione Amos, di promuovere una iniziativa senza precedenti, camminare da Londra a Gaza per testimoniare delle sofferenze inflitte alla Palestina. Dietro alle parole spesso commosse del protagonista, scorrono le immagini video del viaggio, partiti in cento sono arrivati in nove. Questo racconto di un pellegrinaggio di amore, umorismo e solidarietà rimane sul piano della narrativa troppo lineare ed enunciativo, soffocando ogni energia teatrale, tuttavia la testimonianza è necessaria e vibrante.

pikest

Pike str. è un monologo invece costruito su varie storie che si intrecciano in un condominio popolare nella strada di Manhattan che dà il nome al titolo, pochi istanti prima che si scateni un uragano annunciato. La protagonista e autrice, Nilaja Sun, dà vita ad uno scatenato one-woman show in cui interpreta diversi personaggi, molto differenti fra loro, con un semplice cambio di postura che la fa sembrare un uomo anziano o un giovane muscoloso o una ragazza disabile. Emarginati che se non si salvano da soli non li salva nessuno. Il precedente spettacolo della straordinaria Nilaja Sun, One Child, che vidi qui a Dublino nel 2010 è stato in scena a Broadway per un anno, tutto fa presagire che anche questo possa seguire la stessa fortunata e meritata strada.

Redemption Falls

Restiamo negli Stati Uniti, però solo come ambientazione, nel libero adattamento di un romanzo di Joseph O'Connor, Redemption Falls da parte della compagnia Moonfish di Galway, vivace cittadina dell'ovest dell'Irlanda. Il lavoro di drammaturgia e regia è collettivo ed i giovani componenti sono anche interpreti eccezionali nel recitare, cantare, ballare e suonare vari strumenti, quali violino, violoncello, chitarra classica ed elettrica. La storia si svolge alla fine della guerra civile americana, con lo sbandamento dell'esercito confederato che vantava anche un battaglione di soldati di origine irlandese. Giovanissimi e poverissimi. La determinazione di una ragazza che parte da Baton Rouge alla ricerca del quindicenne fratello scomparso si scontra con la severità delle istituzioni e la ferocia delle persone. Si comprende come il linguaggio delle armi da fuoco sia alla base della cultura statunitense e le molte uccisioni ed esecuzioni sono rappresentate con efficacia simbolica ma pur sempre raggelante. Un parziale lieto fine e le musiche tradizionali irlandesi, mixate a country e heavy metal danno il sapore di una ballata.

THE ALTERNATIVE

Uno spettacolo estremamente divertente dai risvolti amari, è The Alternative, in cui si immagina che la Repubblica Irlandese, l'Eire, non si sia mai separata dalla Gran Bretagna, e che ora, nel 2019, si proponga una referendum su restare o uscire dalla dominazione della Corona.
I riferimenti alle contraddizioni della Brexit, i dibattiti senza esclusione di colpi, le storie personali degli ambiziosi protagonisti, funzionari della BBC Dublino - che non esiste - intrattengono e fanno riflettere. L'idea brillante è di due giovani dell'Ulster, la zona nord irlandese ancora facente parte della Gran Bretagna, teatro di sanguinosi scontri fino ad una ventina di anni fa e che si spera non si riaprano ora con una Brexit senza accordi. Michael Patrick e Oisin Kearney hanno partecipato ad un concorso drammaturgico dal tema "A Play for Ireland", un copione per l'Irlanda, e hanno sottoposto ad una commissione una pagina A4 con la loro "pazza idea". Fishamble è una compagnia teatrale che ogni anno lancia idee per concorsi per una nuova drammaturgia e i risultati sono notevoli. Il loro staff composto da autori, registi e addetti ai lavori, dopo la selezione, aiuta in seguito nella drammaturgia dei testi o elaborati scelti, sicché il prodotto finito è sempre di altissimo livello. Nella fattispecie The Alternative, ricco anche di soluzioni multimediali, si presenta come uno spettacolo fruibile che difficilmente però potrà essere compreso appieno al di fuori dei confini irlandesi e da chi non conosce la tormentata storia irlandese.
Se di tormenti si tratta, allora nulla è comparabile con la storia del movimento gay, ora LTGB, in Irlanda, prima società chiusa e bigotta fino all'inverosimile ed ora talmente aperta da favorire matrimoni fra lo stesso stesso e il cui Primo Ministro, immigrato indiano di seconda generazione, si mostra anche nelle occasioni ufficiali con il suo compagno.
ANU Productions è una compagnia teatrale, fondata e diretta da una infaticabile donna, Louise Lowe, che da anni persegue una sua politica estremamente audace, realizzando eventi, più che spettacoli, solitamente site-spec, cioè nello stesso luogo in cui avvennero i fatti trattati.
Così fu per la lavanderie a Dublino delle Magdalene Sisters, dove suore particolarmente sadiche fino agli anni settanta del secolo scorso sottoponevano a vere torture le ragazze madri, con il pretesto che dovevano espiare, lavorando come schiave. A due a due venivamo fatti entrare e assistere a scene inquietanti. Poi fu la volta dei quartieri degradati in cui sempre a due a due ci veniva intimato di salire su un auto inseguita dalla polizia, rifugiarci in una catapecchia derelitta dove si scambiava droga. Oppure in una fabbrica dismessa dove, con scarto temporale e logistico, dovevamo portare scatole da scarpe che avrebbero custodito i corpicini di tutte le centinaia di bimbi appena nati fatti sparire dai conventi dove altre ragazze madri "espiavano".

faultline

Stavolta, per Faultline, da ANU con la coproduzione del Gate Theatre, sono state ricostruiti, in un appartamento labirintico a pochi metri di distanza dai due luoghi storici dove avvennero i fatti narrati, risalenti al febbraio 1982, la sede del movimento gay e il night club Phoenix. Tre omicidi di omosessuali, a Dublino e a Cork, forse non collegati fra loro ma non lo sapremo mai, indussero la polizia non ad investigare sugli eventuali colpevoli bensì sulle vittime e sui loro collegamenti con il suddetto night club e il movimento gay. I nomi di ben 1500 persone, in un solo week-end, furono diramati e pubblicati e altrettanti uomini e donne omosessuali obbligati ad un outing forzato, esponendoli a ritorsioni e licenziamenti sul luogo di lavoro, a drammi familiari e sociali per cui molti di loro trovarono scampo a Londra. Da qui il titolo, Faultline, faglia, linea di demarcazione.
A gruppi di quattro siamo indotti a seguire i bravissimi attori e danzatori nelle varie stanze, in una ci sediamo a rispondere con loro al telefono amico, dove decine di persone spaventate chiamavano allora per sapere come comportarsi. Noi avevamo davanti il prontuario con le risposte, rassicuranti quanto inutili. Poi in piedi in un fetente bagno per uomini ad assistere ad un incontro omosessuale, mimato con infinita tenerezza, poi spinti in uno spogliatoio luccicante di abiti con lustrini e scarpe dai tacchi impossibili, per aiutare a cambiarsi e a confortare un trans di colore e infine sottoposti ad una retata della polizia nel night club dove sono stati presi i nostri nomi. Sorpresi e lievemente scossi siamo poi spinti, senza tanti complimenti, fuori in strada, con ancora i nostri cappotti in braccio, sotto la pioggia.
Le riflessioni che sorgono sono tante, "Cosa avrei potuto fare io allora per loro?" "Meno male che adesso ecc ecc..." e invece ci sono luoghi nel mondo dove ancora l'omosessualità è illegale come in Irlanda nel 1982, dove si rischia la pena di morte, ma anche senza andare a tanto, nelle strade di o nei locali di Dublino come in quelli delle città italiane, vi sono ancora aggressioni e discriminazioni. Non storia passata quindi quella proposta da ANU e dai suoi straordinari interpreti.
Per finire, fra i tanti spettacoli, segnalo Sopro, portoghese, perché rappresenta la celebrazione del teatro, per coloro che lo fanno e per coloro che lo amano. Tiago Rodrigues, direttore artistico del Teatro National D. Maria II ha raccolto e curato la regia delle memorie di quarant'anni di lavoro della loro suggeritrice Cristina Vidal. Dall'ombra del dietro le quinte finalmente alla luce della ribalta le intriganti storie e i momenti di panico e euforia che solo può ricordare chi ha svolto una professione così inusuale e in via di estinzione. Grande successo per il Teatro National di Lisbona, come nel 2017 a Avignone. Sopro significa respiro. E allora, finché c'è teatro, c'è speranza.

Patrizia Monaco

Ultima modifica il Mercoledì, 30 Ottobre 2019 05:33

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