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FESTIVAL DI MUSICA ANTICA DI INNSBRUCK 2019. -di Giulia Clai

Merope. Foto  Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl Merope. Foto Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl

FESTIVAL DI MUSICA ANTICA DI INNSBRUCK 2019

Il Festival di musica antica di Innsbruck, (Innsbrucker Festwochen der Alten Musik) del 2019 si è tenuto dal 16 luglio al 27 agosto ed è stato incentrato sulla celebrazione del cinquecentesimo anniversario della morte di Massimiliano I e sul trecentocinquantesimo anniversario della morte del cantante e compositore presso la corte tirolese Pietro Antonio Cesti. Questa edizione si è svolta all'insegna del motto "Glanzlichter" (Luci scintillanti), rappresentate dal teatro barocco di varie aree geografiche e di alcuni tra i musicisti che meglio hanno espresso nelle loro opere le caratteristiche di stupore e incanto tipiche del barocco. Tra le molte composizioni presentate un'attenzione speciale hanno meritato le tre opere "Merope" di Riccardo Broschi, "Ottone, Rè di Germania" di Georg Friedrich Haendel e "La Dori" di Pietro Antonio Cesti.
"Merope" di Riccardo Broschi su libretto di Apostolo Zeno (rappresentata il 7, 9 e 11 agosto, sul podio il maestro De Marchi) è stata un'immersione nella grandiosa pompa di un'opera barocca, sulle note di arie, marce, cori e fanfare supportati dalla Innsbrucker Festwochenorchester.
Nel 1732 quest'opera di Riccardo Broschi ebbe la sua prima rappresentazione nel teatro ducale sabaudo, primo protagonista  suo fratello minore Carlo, cantante già al culmine della sua fama con il nome di Farinelli, e il quasi altrettanto celebre contralto fiorentino Vittoria Tesi. A Innsbruck, il 7 agosto, alzato il sipario, la scena, disegnata da Stephan Dietrich, ricorda un proscenio e palcoscenico come si presentavano verso metà Settecento. La regia e coreografia di Sigrid T'Hooft è stata realizzata con semplici fondali dipinti (viste di palazzi barocchi, panorami bucolici) spostati lateralmente e verticalmente. Convincenti i costumi e le maschere e parrucche di Fred Lipke. Il norvegese Tommy Geving usa l'illuminazione dal basso con originalità e gioca con diverse sfumature di colore per simulare l'instabilità della luce prodotta dai grandi candelieri dell'epoca. Tutto questo accompagna e fa da cornice ad una partitura musicale e ad un'esecuzione della stessa di enorme impatto che nei tre atti si snoda in quarantadue scene costituite da ventotto arie solistiche, un duetto d'amore, due cori e alcune entrate strumentali. Il controtenore australiano David Hansen, ispiratore della riscoperta di Riccardo Broschi, ha interpretato magistralmente e con buona dizione Epitide, figlio di Merope, sia vocalmente, sia dal punto di vista drammaturgico. Questo ruolo, scritto dal compositore per il fratello Carlo, e perfettamente interpretato da David Hansen, è un gioco di agilità funamboliche di scale che interessa tre intere ottave, un susseguirsi di equilibrismi risolti con impressionante facilità, presa di fiati, intonazioni, salti vertiginosi tra profondità sorprendenti e acuti, e varietà interpretative. Non meno, il canto legato trova piena espressione cristallina. Spiccano le meravigliose arie "Chi non sente il mio dolore", nel duetto "Per te peno, per te moro" e l'aria disperata del terzo atto "Sposa... non mi conosci". L'aria "Sì traditor tu sei", dalle pericolose difficoltà, mette in luce la completa estensione vocale di Hansen. Nel ruolo di Merope ha brillato la mezzosoprano italiana Anna Bonitatibus: con la sua voce duttile e la sua forte presenza scenica, ha dato alla regina di Messenia, dolente ma non vinta, madre e regina, il giusto carattere austero, solenne e distaccato. Molto belli i filati, che la Bonitatibus sa magistralmente cesellare con voce assottigliata al limite del percepibile, abilità di poche cantanti. Il secondo ruolo principale dell'opera, Polifonte, ha dovuto essere sostituito a causa della malattia di Jeffrey Francis. Il Tiranno di Messinia è stato interpretato dal tenore italiano Carlo Allemano, che ha cantato con una voce potente dalla buca dell'orchestra, mentre l'azione scenica è stata eseguita dall'attore Daniele Berardi. Gli altri due controtenori sulla scena sono stati Filippo Mineccia e Hagen Matzeit. Il fiorentino Filippo Mineccia, nella parte di Anassandro, confidente di Polifonte, con voce correttamente condotta, impeccabile controllo delle agilità e potenza di suono ideale, anche nei recitativi, restituisce un personaggio senza abbellimenti. Hagen Matzeit nei panni di Licisco, l'ambasciatore dell'Aetolia, nella sola aria e nei più numerosi recitativi ha puntualmente convinto. La mezzosoprano statunitense Vivica Genaux ha interpretato il ruolo maschile di Trasimede con una forte espressività vocale e scenica, un canto virtuoso e misurato. Questo ruolo molto importante nei dialoghi, sottolinea la ricchezza di sfumature e la potenza di cui è pienamente padrona. La soprano Arianna Vendittelli, vincitrice del premio Cesti di Innsbruck nel 2015, ha cantato e interpretato il ruolo della Principessa Argia con freschezza, conferendole un risalto magnetico e confermando le sue doti di canto e fraseggio impeccabile. L'Orchestra Corpo Barocco del Festival di Innsbruck, diretta con rigoroso brio e delicatezza da Alessandro De Marchi, ha restituito tutte le sfumature sonore scritte dal compositore. Riprendendo l'uso delle danze alla fine degli atti, rimasto ben vivo fino a metà Ottocento, De Marchi ha aggiunto dopo la conclusione di ciascuno dei tre atti alcune airs de ballet, che ha ricostruito da materiali di Jeanne-Marie Leclair e Carlo Alessio Rasetti, attivi a Torino all'epoca della Merope. Le tre arie di danza sono state differenziate molto bene, con movimenti stilizzati, dopo il primo atto, dopo il secondo (una fantasia di maschere, come sembra avvenisse a Torino nel 1732), e a fine serata (i personaggi superstiti si sono congedati danzando mondanamente a coppie). Il pubblico alla fine dell'esibizione di cinque ore e mezza ha premiato tutti gli artisti con applausi e ripetute chiamate e con una vera ovazione per De Marchi, direttore per quest'opera e sovrintendente del festival, che riesce a tener desta la tensione sul palco e l'attenzione del pubblico durante le cinque ore e mezza di spettacolo, grazie a scelte di tempi che mettono in evidenza la varietà di situazioni che via via si presentano.

Ottone 3383

Secondo titolo è stato "Ottone, Rè di Germania" di Händel su libretto di Nicola Francesco Haym da Stefano Benedetto Pallavicino, eseguita per la prima volta a Londra nel 1723 (rappresentata il 18, 20 e 22 agosto, sul podio il maestro Fabrizio Ventura). Ottone è il lavoro scelto per la rassegna "Barockoper: Jung" del Festival, che annualmente mette in scena un'opera nel suggestivo cortile della Facoltà di Teologia dell'università di Innsbruck e quest'anno anche nella nuova Haus der Musik.
Senza dubbio la più tedesca delle opere barocche, Ottone ebbe grande successo e molte rappresentazioni durante la vita di Händel, e quasi ad ogni messa in scena Händel componeva musica nuova per adattarla agli interpreti del momento. Per la gioia dei musicologi, questa musica ci è pervenuta quasi tutta. Anna Magdalena Fitzi e la sua scenografa Bettina Munzer ambientano la storia in una sorta di hotel. La scena è fissa, animata solo dall'andare e venire dei sei cantanti. Con tre grandi tende sospese, una verde, una rossa e una blu, vengono evidenziate diverse aree di questo spazio scenico. D'altra parte, i tre colori possono anche rappresentare le parti che si incontrano in questo spazio chiuso. Una finestra nella parete posteriore rivela la vista di un paesaggio. I costumi, di cui anche Munzer è responsabile, sono mantenuti bianchi e simboleggiano una certa neutralità. La musica di Händel non è mai pleonastica, ad ogni brano si rinnova nel ritmo, nella tonalità con risultati sempre vari. Händel mette sempre a fuoco i sentimenti dei personaggi sulle interrelazioni dei quali si snoda la vicenda. Le arie che compone Händel per questa opera sono poco prettamente virtuosistiche ma seguono da vicino la passionalità dei personaggi con brani più intimistici, più lineari, non senza difficoltà tecniche. Solo l'aria che termina il primo atto, affidata ad Ottone, può essere definita veramente virtuosistica, quasi una concessione al pubblico, che deve rimanere concentrato per tutta l'opera per seguire l'avvicendarsi di partiture meditate e profonde. Tuttavia per questa occasione i tre atti scritti da Händel sono stati magistralmente condensati in due. L'ensemble dei cantanti, composto da giovani, alcuni dei quali hanno preso parte al concorso di canto Cesti Competition di Innsbruck, interpreta con puntualità e rigore. Mariamielle Lamagat, che l'anno scorso ha vinto il terzo premio, interpreta il ruolo di Teofane. Soprano brillante, con voce morbida e flautata Mariamielle Lamagat interpreta in modo intenso e espressivo il ruolo della giovane principessa, per la quale trova suoni molto teneri e tristi all'inizio, che porta ad accenti commoventi. Angelica Monje Torrez, che interpreta il ruolo di Matilde, ha partecipato lei pure l'anno scorso al Cesti Competition. Come Matilde si presenta come mezzosoprano scuro e caldo, in cui l'eleganza della voce accentua la coloritura, che cattura meravigliosamente i sentimenti contrastanti per il volubile Adelberto. Yannick Debus, che quest'anno ha partecipato alla finale del Cesti Competition, come interprete del ruolo di Emireno è un baritono sorprendente per precisione. Marie Seidler ha dato vita al ruolo del protagonista modellando in modo credibile la trasformazione di Ottone da vincitore sicuro di sé a incerto e dubbioso innamorato che teme di aver perso la Teofane. Nel duetto con Teofane nella seconda parte, il mezzosoprano di Seidler e il luminoso soprano Lamagat trovano un'incantevole complicità. Marie Seidler sviluppa bene anche i recitativi accompagnati con voce calda e luminosa. Valentina Stadler nel ruolo di Gismonda è un avvincente e flessibile mezzosoprano, che sottolinea la pretesa al potere dell'ex regina. Il suo trillo grave è profondo e dà spessore ad una linea di canto che non ammette concessioni ornamentali. Alberto Miguélez Rouco è un controtenore molto fresco, di timbro chiaro, che sottolinea l'indecisione del giovane Adelberto, di cui veste i panni. Impeccabili i musicisti dell'Accademia La Chimera. Fondata nel 2015, quest'ensemble musicale, che ha già partecipato alla fase finale del Cesti Competition nel 2017 e, per edizione Innsbrucker Festwochender AltenMusik 2018, alla produzione di Gli amori d'Apollo e di Dafne, sotto l'ottima direzione di Fabrizio Ventura, ha affascinato il pubblico col suo suono lucido, la precisione tecnica, l'espressività dei fiati e il basso continuo che senza soluzione di continuità permetteva l'applauso solo alla fine delle parti, anche se le carenze sceniche hanno attenuato la tenuta dello spettacolo.

La DoriOHP4194

Chiude la serie di opere barocche e celebra il trecentocinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore della corte tirolese "La Dori, overo lo schiavo reggio" del compositore aretino Pietro Antonio Cesti, tragicommedia considerata uno dei maggiori successi del diciassettesimo secolo (rappresentata il 24, 26 agosto 2019, sul podio il maestro Ottavio Dantone).
Dopo la premiere del 1657 al Teatro di Corte di Innsbruck La Dori, dramma musicale di Antonio Cesti (1623-1669) su libretto di Giovanni Filippo Apolloni torna a Innsbruck sulle tavole del Tiroler Landestheater con una produzione di altissimo livello.
Pietro Antonio Cesti è considerato dopo Claudio Monteverdi e accanto a Francesco Cavalli forse il più importante rappresentante dell'opera veneziana, un genere a cui ha dedicato la sua intera vita. L'importanza di Cesti sta nella mediazione dell'opera italiana nei paesi a nord delle Alpi. L'artista aretino, entrato nell'ordine francescano da bambino, era diviso tra ascetismo monastico e attività terrena, monasteri e corti reali: ha cantato nella Cappella Sistina a Roma e sui palcoscenici lirici veneziani e toscani per ascoltatori secolari dalla corte. L'arciduca tirolese Ferdinando Karl con sua moglie Anna de 'Medici ha voluto Cesti come "Maestro di musica da camera" alla corte di Innsbruck. L'Arciduca fece costruire per lui un nuovo teatro d'opera secondo il modello veneziano. Quando l'orchestra di corte di Innsbruck si trasferì a Vienna, estintasi la linea tirolese della famiglia e tramontando l'autonomia locale, la Hofkapelle e biblioteca di Innsbruck passarono in blocco a Vienna e Cesti ricevette gli uffici di intendente delle musiche teatrali. Innsbruck è comunque il luogo in cui Cesti ha trascorso la maggior parte dei suoi anni attivi oltralpe, quindi il luogo ottimale per ricordare il grande lirico e scrittore di melodie più dotato del XVII secolo nel trecentocinquantesimo anniversario della sua morte. La Dori è anche un prototipo di tanti libretti barocchi a travestimenti multipli: le coppie si mettono alla prova e s'inseguono, poi si ritrovano solo quando, alla fine, si riconoscono. Solo tre ore di musica è la nuova versione di Bernardo Ticci, in cui, tuttavia, il prologo viene completamente cancellato. La transizione tra i singoli atti è fluida così come i numeri musicali, che passano da recitativi in ​​movimento a complessi ariosi e gli affetti dei personaggi non si limitano alle arie, ma si svolgono anche nei recitativi. I tre atti sono un vivace gioco di confusione, in cui il team di regia guidato da Stefano Vizioli si fida dell'originalità e del potere della musica e rinuncia alla modernizzazione. Il regista alterna con sicurezza le scene comiche, danzanti e ricche di pathos del sul palco, su una linea sottile tra Commedia dell'Arte e insegnamento morale, con giocosità vitale e pathos barocco. Vizioli è riuscito a rendere l'ironia di questo libretto senza scivolare mai nel ridicolo: un vero prodigio di gusto e inventiva nel muovere i cantanti/attori con velocità e disinvoltura, senza appesantire allusioni e ambiguità, dipinte invece con elegante e pur sempre incisiva fluidità. Lo scenografo Emanuele Sinisi ha creato una scena, realizzata e resa eccellente nei dettagli dalla Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, caratterizzata da nuvole e onde, con una leggera duna di sabbia in primo piano e montagne scure sullo sfondo. Le pareti architettoniche barocche possono essere spiegate e spostate in molti modi. Uno spazio simbolico di immagini ispirate al barocco, senza voler rappresentare un barocco realistico. Veli e tende trasformano lo spazio d'azione in un sogno operistico. La performance è una vera festa per gli occhi, grazie ai sontuosi, opulenti e magnifici costumi che Anna Maria Heinreich ha realizzato con meravigliosi tessuti (a cura della Sartoria Teatrale Farani di Roma). Raramente si vedono costumi storici così raffinati sul palcoscenico dell'opera, che qui ricreano l'Oriente come potevano immaginarselo Austriaci e Veneziani del diciassettesimo secolo, sempre in contrasto con i Turchi. Infine la sensibilità e perizia di Ralph Kopp ha fuso tutto con luci impeccabili e sfumate non disdegnando riferimenti al cromatismo dell'epoca né vigore quando necessario.
"La Dori" fu una delle sue opere di maggior successo e una delle opere italiane più popolari del diciassettesimo secolo per eccellenza, la tipica mescolanza veneziana di identità e scambio di genere, ma l'enorme popolarità dei "Dori" si basava principalmente sulla musica. La Dori richiama il passaggio dal "nuovo" madrigalismo monteverdiano al teatro musicale successivo, con mezzi musicali inediti, che ne creano autonomamente la drammaturgia partendo dai versi del libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Ottavio Dantone lo testimonia con la sua direzione precisa.
La direzione musicale di Ottavio Dantone, specialista dell'opera barocca, attenta e al tempo stesso vigorosa, ha reso pieno merito sia al fasto strumentale legato alla destinazione di corte del testo, sia alla mobile alternanza di forme, con una cura straordinaria dell'espressione vocale che denota un'intesa completa con i singoli interpreti e acutezza e intima introspezione nella resa del suono. Dantone ha realizzato un continuum tra ensemble, direzione e palcoscenico, capace di rilasciare sempre grande e composta espressività e ha inoltre supportato l'esile partitura originale con innumerevoli colori e reso vario e denso il basso continuo con diversi strumenti (tiorba, arciliuto, clavicembalo, arpa e organo) accompagnato da sedici musicisti dell'Accademia Bizantina. Il suo accesso all'irresistibile musica di Cesti è potente ed energico. La risposta immediata e la flessibilità dei musicisti si esprime in modo sottile e fantasioso, librando il suono in una dimensione di rarefazione calda e voluttuosa.
Il cast dei cantanti non può essere descritto altrimenti che superbo, e, poiché la scrittura non ammetterebbe inadeguatezze o insicurezze neppure da chi ha meno da cantare, non si può affermare che ci siano vere voci né interpreti secondari. Gli artisti di canto sono stati scelti tra i migliori partecipanti alle precedenti edizioni del Concorso Cesti. Il mezzosoprano Francesca Ascioti brilla nel doppio ruolo di Dori/Alì, per il bel timbro, la vivace presenza scenica e sottigliezza espressiva del canto, capace di rendere i personaggi in tutte le sfumature, con personalità e decisa presenza scenica, dimostrando ampiezza di suono e timbro suadente, sfruttato con morbidezza. Fulgido il soprano Emöke Baráth nel Tolomeo/Celinda, voce chiara, precisa, in grado di accentuare il fascino della melodia, che si confronta con la commovente e accattivante calda voce, vibrante e ricca di colore del soprano Francesca Lombardi Mazzulli, più attenta alle sfumature e ai dettagli nei panni di Arsinoe, la sorella minore di Dori: le due voci, uguali per registro ma distinte per timbro, hanno reso perfettamente il contrasto. Straordinari i due controtenori. Rupert Entiknap, nel ruolo di Oronte, Principe di Persia, ha dato vita ad un personaggio determinato ma fragile, impetuoso ma capace di delicate sfumature, con uguaglianza di registri e  vellutata discesa nei gravi. La sua voce più alta di quella della sua amata Dori, crea un capovolgimento del ruolo nel confronto dei due personaggi. Il controtenore acuto Konstantin Derri come caricatura dell'eunuco Bagoa, custode del serraglio di Babilonia, ha cantato con correttezza e puntualità non senza temperamento e presenza. Il baritono Pietro Di Bianco come capitano Erasto, personaggio ponte tra le due parti dello spettacolo, ha cantato con bella presenza, gradevolezza cromatica e senza indulgere in rischiosi eccessi caricaturali. L'imponente basso Rocco Cavalluzzi con voce strutturata, precisa e gradevole interpreta un convincente Golo, servo di Oronte. Il basso Federico Sacchi come Artaserse esprime appieno la raffinatezza del suo fraseggio e non delude la sua presenza scenica, come evidenziato nella parte solistica di meditazione, in cui ha dato prova di indubbia frequentazione del repertorio liederistico. Il tenore Bradley Smith nei panni del personaggio serio Arsete ha esibito bella pienezza di timbro e di voce per la tessitura prevalentemente centrale dello spartito, per la quale il tenore inglese ha confermato sia la qualità timbrica e tecnica della voce, sia le doti d'eleganza espressiva, disegnando un personaggio liricamente aderente alla scrittura. Il tenore Alberto Allegrezza, nella parodia dalla nutrice Dirce, non solo una vecchia lussuriosa ma anche il salvatore di Dori, tramite lo scambio con un sonnifero del veleno che questa vuol prendere, è primo tra i caratteri buffi dell'opera. Alberto Allegrezza, perfettamente padrone della parte sia musicale, sia istrionica, mostra la sua poliedrica caratura d'artista, e con padronanza sia musicale sia scenica, diverte ma non è mai scontato, è brillante e coinvolgente, sempre a suo agio in un continuo rilancio mimico con le dinamiche dell'azione.
Una riuscita totale, un successo incondizionato ed entusiastico, grazie a un cast talmente omogeneo e di elevato livello difficile da riproporre, la chiusura ideale di un festival che non smette ogni anno di sorprendere.

Merope
Mèrope Anna Bonitatibus
Ipìtide David Hansen
Trasimède Vivica Genaux
Argìa Arianna Vendittelli
Polifónte Carlo Allemano (canto)
Anassàndro Filippo Mineccia
Licìsco Hagen Matzeit
Direttore al cembalo Alessandro De Marchi
Daniele Berardi (scena)
Regia e coreografia Sigrid T'Hooft
Scene e costumi Stephan Dietrich
Luci Tommy Geving
Maschere e parrucche Fred Lipke
Drammaturgia Johan Wijnants
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Ottone
Ottone Marie Seidler
Teofane Mariamielle Lamagat
Gismonda Valentina Stadler
Emireno Yannick Debus
Adelberto Alberto Miguélez Rouco
Matilda Angelica Monje Torrez
Direttore Fabrizio Ventura
Regia Anna Magdalena Fitzi
Scene e costumi Bettina Munzer
Orchestra Accademia La Chimera
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La Dori
Dori Francesca Ascioti
Oronte Rupert Enticknap
Artaserse Federico Sacchi
Arsinoe Francesca Lombardi Mazzulli
Tolomeo Emőke Baráth
Arsete Bradley Smith
Erasto Pietro Di Bianco
Dirce Alberto Allegrezza
Golo Rocco Cavalluzzi
Bagoa Konstantin Derri
Direttore Ottavio Dantone
Orchestra Accademia Bizantina
Regia Stefano Vizioli
Coreografia Pierluigi Vanelli
Scenografia Emanuele Sinisi
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Ralph Kopp

Ultima modifica il Domenica, 15 Settembre 2019 05:41

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