lunedì, 16 settembre, 2019
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Se l’Europa di Schengen si salva col teatro.-a cura di Nicola Arrigoni

Un migrante a Ventimiglia Un migrante a Ventimiglia

Se l'Europa di Schengen si salva col teatro
L'eredità dell'assemblea dell'European Theatre Convention fra attentati di Parigi 
e la voglia di chiudere le frontiere
A cura di Nicola Arrigoni

Mentre l'Europa mette in discussione la libera circolazione di uomini e merci nei suoi territori, mentre c'è chi spinge per il blocco per due anni del trattato di Schengen viene naturale riprendere un incontro – passato forse sotto silenzio – svoltosi 'quel maledetto' 13 novembre 2015 a Parma, ovvero l'Assemblea Generale dell'European Theatre Convention, il network internazionale di teatri pubblici che promuove l'interazione, il dialogo e lo scambio culturale tra professionisti del teatro; meeting intitolato: Destination Europe? European drama – a chance for intercultural dialogue.
I lavori sono stati interrotti dai fatti di Parigi, ma questo non ha impedito di elaborare una sorta di manifesto che oggi appare importante riprendere per chi crede che il futuro dell'Occidente viva nella capacità dell'Europa di porsi come soggetto unitario in dialogo con il resto del mondo, forte della propria tradizione culturale, forte delle sue tradizioni culturali. Stretto fra due fatti: gli attentati di Parigi del 13 novembre e oggi l'impallidirsi delle libertà di movimento – non solo commerciale – offerte dal trattato di Schengen, quel convegno a cui hanno partecipato 50 tra direttori, performer, artisti e professionisti del teatro provenienti da 28 teatri in 14 nazioni europee, oggi dice nelle sue conclusioni di non perdere la speranza e di 'ripartire dal teatro'.

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L'eredità di quel convegno frettolosamente concluso è importante ed è nelle seguenti parole:
«La responsabilità da parte delle arti e degli studi umanistici di concepire un'Europa aperta ed egualitaria, ora e in futuro»;
«La lotta contro ogni azione, comportamento o discorso connesso con l'intolleranza, l'antisemitismo, il razzismo, la xenofobia, e quindi il rafforzamento del nostro lavoro quotidiano per la democrazia»;
«La diversità dell'espressione culturale e i diritti umani fondamentali di libertà e tolleranza su cui le nostre società democratiche sono costruite, per incoraggiare un'atmosfera di rispetto e fiducia reciproca».
La Carta ETC e i principi in essa contenuti sono stati accolti con entusiasmo unanime e la loro lettura è stata seguita da un lungo applauso da parte di tutti i partecipanti dell'assemblea. «La sottoscrizione di questo documento da parte di tutti i teatri membri ha un valore simbolico importantissimo, in quanto si pone come presupposto fondamentale e imprescindibile per la partecipazione al network, ed evidenzia la necessità di un retroterra comune di valori e competenze che non può essere scavalcato o ignorato. Inoltre la direzione in cui ETC propone e attua i suoi progetti deve essere comune, e necessita di uno statement che rimarchi i presupposti fondamentali nei quali muoversi», ha spiegato il direttore della Fondazione Teatro Due, Paola Donati.
Quelle parole i giorni successivi al 13 novembre e oggi quando si rischia di mettere in discussione la stessa formazione dell'Unione Europea come territorio di libera circolazione di uomini e di idee sono 'imperativi etici', sono il concentrato di una cultura occidentale che sul dialogo e le diversità ha costruito la propria grandezza e che non a caso nel teatro – espressione culturale dell'occidente – trova un suo incredibile e ancora una volta unico veicolo di contatto, trasmissione di saperi e di parole con la presenza viva di chi il teatro lo fa e di chi ne condivide l'azione. Proprio sulle domande che il teatro pone si è pronunciata anche Dubravka Vrgoc, presidente ETC, la quale ha affermato che i problemi che l'Europa sta affrontado possono essere opportunità per il teatro, e che la drammaturgia di oggi è e deve essere lo specchio dell'attualità; la conclusione a cui si è giunti è che l'obiettivo che si ha davanti è una destination Europe senza punto interrogativo. Carlo Severi, antropologo di fama mondiale e titolare della cattedra di Antropologia della memoria alla École des Haute Études di Parigi, ha indagato il rapporto 'us-them': noi e loro. Lo studioso ha spiegato che la mancanza di conoscenza dell'altro (problematica attualissima visto il ruolo dell'Europa nella questione dei migranti e di un'accoglienza problematica) genera difficoltà e incomprensioni, e che la semplificazione del rapporto fino all'identificazione di un 'noi' e un 'loro' porta a una cultura negativa. Solo superando la 'cultura basata sull'assenza' si giunge a percepire il "loro" come un altro 'noi', arrivando a una complessità che permette un'esperienza dell'altro più completa e costruttiva.

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Tanti i contributi messi in atto durante il meeting internazionale che hanno messo a confronto teorie e pratiche, come le esperienze delle registe Edit Kaldor e Liesbeth Coltof volte a coinvolgere i più deboli, e a dare una voce a tutti coloro che spesso rimangono al di fuori del dibattito culturale. In generale ciò che è emerso è la prospettiva di usare il teatro «per sfondare il muro della paura e della violenza» e di stimolare la curiosità culturale di chi non possiede ancora i mezzi per esprimersi teatralmente. Rolf Bolwin, presidente di PEARLE, ha invece rimarcato il ruolo della letteratura come strumento di conoscenza e avvicinamento con i popoli migranti, nonché la necessità di fare attività di lobby all'interno dell'Unione Europea per stimolare la produzione teatrale internazionale e per garantire la libertà di espressione del teatro e dell'arte. Nei due workshop, uno tenuto da Lara Staal del Frascati Theatre di Amsterdam e l'altro da Alessandro Renda del Teatro delle Albe di Ravenna, i temi affrontati sono stati il ruolo del teatro e della drammaturgia nell'Europa del cambiamento e le possibilità di programmi di integrazione degli esclusi (profughi, migranti ecc.) nelle iniziative teatrali e artistiche. Alessandro Renda invece ha illustrato il progetto Non Scuola, che il Teatro delle Albe ha portato avanti per tanti anni con ragazzi adolescenti, in cui il percorso formativo seguiva i ragazzi per un periodo molto lungo e li metteva di fronte al bisogno che ha spinto drammaturghi antichi e moderni a produrre scritture teatrali che raccontassero i loro tempi.

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Se questi sono stati alcuni dei momenti del meeting internazionale, oggi suona ancora più forte la consapevolezza che ha animato la European Theatre Convention in cui forte è la convinzione come i teatri offrano, spiega Paola Donati: «spazi pubblici per porre domande e riflettere sugli sviluppi sociali con mezzi artistici. Obiettivo di questi è indicare il dovere individuale e collettivo di essere aperti verso gli altri, verso lo straniero e lo sconosciuto, senza restrizioni alla partecipazione. Il teatro, come medium estetico, rinforza il pluralismo e aiuta a trasmettere i valori democratici. La libertà di espressione e la libertà dell'arte sono valori inalienabili e diritti umani basilari nelle nostre società democratiche». Tutto ciò – a distanza di qualche mese – sembra utopico nei giorni in cui si pensa di erigere di nuovo le frontiere, ritornare ai confini nazionali, nei tempi in cui si disegnano confini di filo spinato per respingere i migranti, in cui l'Europa delle civiltà si fa fortezza contro l'altro, si chiude, negandosi al proprio specifico: la forza della complessità e dell'inclusione. Il teatro come antico medium e rito collettivo è lo spazio in cui è ancora possibile pensare un incontro con l'altro, gestire i conflitti, agire la cultura, le culture.

Ultima modifica il Domenica, 31 Gennaio 2016 09:39

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