mercoledì, 30 novembre, 2022
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FESTIVAL INTERNAZIONALE DI TEATRO A DUBLINO 2022 - Resilienza con brio. -di Patrizia Monaco

Gemma Kane in "Animals" di Louise White Performance. Foto Ste Murray Gemma Kane in "Animals" di Louise White Performance. Foto Ste Murray

Riemerso in grande spolvero il Festival di teatro di Dublino, dal 29 settembre al 16 ottobre, con i suoi consueti 30 spettacoli e molte prime rappresentazioni di produzioni irlandesi, altra prerogativa che i cultori della drammaturgia come la sottoscritta, apprezzano e che ne denotano la vivacità. Una scena sempre rinnovata, poiché si presta attenzione a quanto scrivono gli autori esordienti, i quali vengono incoraggiati e sponsorizzati e hanno la possibilità di vedersi rappresentati, spesso addirittura in un contesto prestigioso e internazionale come l'evento che si è appena concluso. Oltre agli spettacoli autoctoni erano ospitate, dopo un intervallo di due anni, compagnie dal Belgio, Brasile, Francia, Gran Bretagna, Italia, Norvegia,Olanda. Lo scorso anno infatti, il Festival uscì con basso profilo, pochi gli spettacoli nelle sale teatrali dove vigeva un rigoroso distanziamento e vi era la possibilità di seguirli on line a pagamento. Nessuna produzione straniera venne invitata, come alcun evento collaterale fu promosso, quali discussioni fra pubblico e critici, incontri con autori, presentazioni di “work in progress” e quanto altro rende la città ancora più spumeggiante in quelle tre settimane, con gruppi di persone che sciamano da un luogo all'altro da mezzogiorno a mezzanotte, con puntatine nei pubs...

Per tale motivo, pensare di avere quest'anno foyer brulicanti di spettatori e teatri al massimo della loro capienza, dopo due anni di quasi immobilità, ha convinto il competente e dinamico direttore artistico del festival Willie White, di impostare parte del programma su spettacoli di danza o che comunque privilegiassero il movimento dei corpi, quale esaltazione della ritrovata mobilità. Vi sono inoltre sempre due linee portanti nella programmazione artistica di Willie White, e l'altra quest'anno era un focus sulla salute mentale, che si sa ha avuto potenti scosse nei due anni appena trascorsi a causa della pandemia.
Su questo tema, fra altri, Lost Lear, ispirato a King Lear, di Dan Colley che con la sua compagnia associata a Riverbank Arts Centre e Mermaid Arts Centre, ha esplorato le complessità di una terapia sperimentale sulla demenza di una ex attrice, Joy, indotta in repliche senza fine del dramma shakesperiano quale tentativo di ritrovare memoria e identità. Interpretazione eccezionale di Venetia Bowe, che ripete, parafrasando re Lear: “Chi è che può dirmi chi sono?”

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What we hold, Jean Butler. Foto Ste Murray

Diversi ed apprezzati gli spettacoli di danza, fra cui How to be a dancer in seventy-two thousand easy lessons, autobiografia in musica del rinomato coreografo Michael Keegan-Dolan, ma l'unico cui ho potuto assistere quest'anno poiché ho raggiunto il festival solo per l'ultima settimana, è stato What We Hold, ideato, curato ed interpretato dall'acclamata coreografa Jean Butler che in questa occasione si è avvicinata alla danza tradizionale irlandese intrecciandola con la danza contemporanea. La performance è stata trascinante, letteralmente faceva muovere, anche loro malgrado, le gambe degli spettatori, i quali, già in piedi, seguivano nelle numerose splendide stanze della City Assembly Hall – uno storico edificio di epoca georgiana adibito in passato a riunioni di letterati e artisti - alcuni momenti salienti della storia irlandese espressi dai corpi dei danzatori.
Jean Butler con la compagnia Our Steps and Lovano, ha formato un cast intergenerazionale, ottenendo uno strepitoso successo, mostrando le enormi potenzialità di quanto il corpo sia in grado di esprimere, di quanto si perda quando viene represso e quanto sia esaltante e vivifico quando lo si lascia andare. Una palese metafora del dopo, si spera, pandemia.
La drammaturgia, che la tradizione culturale e artistica irlandese vuole sempre privilegiare, è non soltanto composizione di copioni originali ma anche adattamento, riedizione e trasposizione di altri testi teatrali o romanzi. Questo è il caso di due rappresentazioni a tutto esaurito, e di sicuro intrattenimento per quanto i soggetti fossero drammatici.

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Lucy Cray-Miller, Dmitry Vinokurov, Gemma Kane, Gabriel Adewusi e Ashley Xie in Animals di Louise White Performance. Foto Ste Murray

Animals, più che un adattamento della Fattoria degli animali di George Orwell, è un re-immaginare la trama alla luce del neocapitalismo, puntando il dito sullo sfruttamento dei lavoratori tipo quelli di Amazon, i “riders”, gli autisti di Uber o i giovani assunti da DisneyWorld che, sottopagati, dormono in macchina davanti ai rutilanti parchi di divertimento che accolgono migliaia di visitatori al giorno. E' ai neo schiavi che si rivolge Lousie White, regista, che con Sarah-Jane Moloney, drammaturga, utilizzando una struttura brechtiana, quindi non esente da un certo didascalismo, monta una fantasmagoria con sei attori, quattro musicisti, e, ovviamente, cartelli e scritte proiettate.
Il testo di Orwell racconta la storia degli animali di una fattoria che si ribellano e prendono possesso della proprietà nella speranza di creare una società migliore, senza sfruttamento, dove si lavori meno e si viva meglio. Ad un certo momento della rappresentazione, Snowball, uno dei maiali, dopo che hanno cacciato il fattore, e tutti insieme, cavalli, galline, maiali ridono e cantano e finalmente si riposano, dice: “Io sono sulla terra per essere felice e fare felice gli altri.” La rielaborazione è irriverente e sprizza energia, i sei attori sono infaticabili nel cambiarsi a vista in molteplici costumi che solo per dettagli e colore ricordano gli animali che interpretano. Pertanto si è sempre e soltanto ricondotti alla condizione umana, di cui si esplora l'intero spettro, moralità, etica, filosofia, sociologia e psicologia, per rivelare infine quali sono gli strumenti del potere. Si rivelerà fallace la ribellione, la globalizzazione assorbe e seduce, e alla fine l'ultimo cartello proiettato enuncerà: “Tutti i gli animali sono eguali, ma i maiali sono più eguali degli altri.” I sei bravissimi attori, Gabriel Adewusi, Shadaan Felfeli, Gemma Kane, Lucy Cray-Miller, Dmitry Vinokurov, Ashley Xie, corrono e si rincorrono sul palco, parlano e si spintonano, si strangolano e si abbracciano senza un attimo di tregua, rendendo anche se solo per due ore meno amara, l'amarissima parabola.
Altro adattamento, stavolta più fedele al testo, The Boy Who Never Was, dal romanzo islandese Moonstone, ambientato nel 1918, durante la Prima Guerra Mondiale e l'epidemia di Spagnola. Storia di brutale emarginazione di un ragazzino omosessuale, orfano e prostituto, scoperto assieme ad un marinaio durante i festeggiamenti per indipendenza dell'Islanda dalla Danimarca. Appassionato di cinema, Mani, il protagonista, scomparirà fino al 1929, quando una troupe arriva a Reykjavik a girare un film. Riappare Mani, viene scritturato, ma è poi lui? Fra riprese video dei personaggi sul palco, proiezioni e effetti sonori, fra cui l'eruzione del vulcano Katla, che avvenne proprio quell'anno, si intravedono come flash backs, immagini di uomini sul tavolo operatorio, di pazienti internati in istituti psichiatrici, e dei quattro attori che si fanno il tampone anti-Covid. Mentre scrivevano l'adattamento, Bjarni Jonsson e la compagnia dublinese dei Brokentalkers, diretti da Feidlim Cannon e Gary Keegan,si ritrovarono in piena pandemia e si resero conto che il riferimento alla devastante influenza Spagnola poteva avere un impatto molto più forte. Nonostante la bravura e la professionalità dei giovani attori e la dolente ma sia pur umoristica figura di Mani interpretato magistralmente da Matthew Malone, lo spettacolo, estremamente godibile mostra una certa fragilità nel testo, poiché le troppe e ahimè attuali questioni sollevate, guerra, pandemie passate e presenti, omosessualità negata e punita, non sono amalgamate in un'armonica drammaturgia.

THE REALISTIC JONSES PHOTO ROS KAVANAGH

The realistic Joneses, Conor Lovett, Joe Spano, Sorcha Fox, Faline England. Foto Ros Kavanagh

Un nuovo testo per una vecchia, si fa per dire, compagnia irlandese, Gare St Lazare, specializzata in testi di Samuel Beckett. A tutt'oggi ne hanno realizzati ventitré e durante una loro tournée negli Usa furono avvicinati dal pluripremiato ma ancor giovane autore americano Will Eno che propose loro alcuni suoi testi. Da allora iniziò la loro collaborazione e lo spettacolo The Realistic Joneses è il risultato dell'ultimo lavoro assieme, con un cast di quattro attori, due americani e due irlandesi poiché così esige il copione. Alla compagnia irlandese sono associate in questa produzione le americane Rubicon Theatre e Laguna Playhouse. In una scenografia apparentemente naturalistica, da serial americano prodotto da Netflix, due coppie di vicini dagli identici cognomi si incontrano nel giardino retrostante dei due Jones più anziani, lui americano, lei irlandese e confinante con la proprietà dei più giovani neo arrivati nel complesso residenziale e suburbano, i Jones, di cui lei americana e lui irlandese. Davanti a veri bicchieri e vere bottiglie di vino, invitanti stuzzichini e sedie sdraio, si dipana una storia il cui esito sfugge totalmente a quello che all'inizio poteva sembrare si sviluppasse, una pochade con scambio di coppie o dramma con delitto passionale. Niente di tutto questo. L'abile testo e la recitazione calibrata riescono a stare in equilibrio fra realismo e metafora, fra tragedia e commedia, in cui poesia e dettagli quotidiani si fondono in una rappresentazione della vita quale accettazione delle frustrazioni, della paura, del terrore della morte e della malattia, accogliendo nonostante tutto la magia, la bellezza, e la realtà di esistere, di essere una persona. Dialogo a tratti comico, sempre sostenuto, ricco di sfumature e saturo di sottotesto. La regista Judy Hegarty Lovett definisce Will Eno il Beckett del ventunesimo secolo. Gli attori, tutti bravi, sono Faline England, Conor Lovett, Sorcha Fox, Joe Spano.
Questo era l'anno del centenario della pubblicazione di Ulisse, di James Joyce, e il Teatro Nazionale Abbey Theatre ha prodotto un testo in prima mondiale, Joyce's Women, di Edna O' Brien. La scrittrice, novantunenne, ha dichiarato che solo scrivendo si sente viva. Edna O'Brien da giovane dovette riparare in Gran Bretagna perché il suo primo libro, Country Girl, fu dichiarato scandaloso nella bigotta Irlanda degli anni sessanta e bruciato sui sagrati delle chiese. Alla prima dello spettacolo, presente il Presidente della Repubblica Irlandese, la scrittrice è salita commossa sul palco. Ripropongo per dovere di cronaca tutto ciò in quanto evento clou del festival ma per onestà devo dichiarare che non l'ho potuto vedere e posso quindi solo riferire quanto dichiarato e scritto da colleghi critici presenti al forum internazionale della critica. Joyce, è in clinica a Zurigo, in cui fu operato di ulcera duodenale, operazione da cui non si riprenderà, e in albergo la moglie Nora attende notizie. Il dramma è costruito come un sogno, davanti a Joyce appaiono le donne della sua vita, la moglie Nora, la figlia Lucia, Martha, una sua amante. Preponderante, e quindi causa di sbilanciamento nella struttura, secondo la maggior parte della critica, la parte di Lucia, la figlia con disturbi mentali, adorata dal padre, in conflitto con la madre, ballerina mancata, apprezzata addirittura dal grande Nijinsky, internata poi in un istituto dove fu sottoposta a elettroshock.

BROS LUCA DEL PIA
Bros, regia Romeo Castellucci. Foto Luca Del Pia

Dall'Italia Bros, di Romeo Castellucci, che ha registrato il tutto esaurito e le perplessità del pubblico, di cui una parte ha dovuto indossare la divisa da poliziotto e seguire gli ordini impartiti attraverso gli auricolari.
Un altro spettacolo che come quello sopra riportato non ho veduto e che ha avuto successo di pubblico e di critica è stato Dinner with Groucho, del famoso drammaturgo e romanziere Frank McGuinness, su un incontro in uno strano ristorante fra il poeta T.S. Eliot e il comico Groucho Marx.
Inoltre le sempre spiazzanti produzioni itineranti, della compagnia Anu che propone temi controversi in luoghi specifici, stavolta nel reparto maternità di un ospedale. Altre volte, che potei seguire, si era come guardoni nelle case popolari, in camere a ore con clientela gay o nella lavanderia del convento, ora chiuso, delle sadiche Maddalene, monache che sfruttavano e punivano le ragazze madri in maniera abominevole.

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Good sex, Cathal RyanLiv O'Donaghue e Maeve Bradley. Foto Ste Murray

Infine classici del novecento come A Whistle in the Dark, del grande drammaturgo irlandese Tom Murphy e novità piuttosto birichine come Good Sex, creazione collettiva di Dead Centre, con Emilie Pine.
Dopo due anni in cui toccarsi era un'atto trasgressivo e i corpi luoghi di malattia, ogni sera un “regista dell'intimità” insegna a due attori sempre diversi ad ogni replica, come imparare di nuovo a toccarsi e fare sesso. Afferma il “regista”: “Il sesso è sicuro, il sesso è consensuale, il sesso è buono.”
Edna O'Brien e James Joyce, banditi in patria proprio per il contenuto sessuale dei loro libri ora sono acclamati e celebrati, ma solo la prima ha potuto constatare quanta strada sia stata fatta riguardo al principale tabù della società irlandese. Le cose possono dunque cambiare, e in meglio, l'energia del Festival di Dublino lo prova.

Patrizia Monaco

Ultima modifica il Lunedì, 07 Novembre 2022 12:04

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