lunedì, 15 agosto, 2022
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Santarcangelo 2022 alla ricerca di una propria voce. Il festival fra internazionalità e prigionia di pensiero. -di Nicola Arrigoni

Anna Karasinska - New Creation. Foto @pietrobertora. Santarcangelo Festival 2022 Anna Karasinska - New Creation. Foto @pietrobertora. Santarcangelo Festival 2022

«Can you feel you own voice» ovvero «Puoi sentire la tua stessa voce» è il claim della 52esima edizione di Santarcangelo festival, la prima del neodirettore polacco Tomasz Kirenczuk. Santarcangelo è in cerca della sua voce, lo è da cinquantadue anni e non per inconcludenza, ma per predisposizione al divenire, al farsi permeare – nel bene, come nel male – delle istanze dell’attualità. Piace in questa parziale disamina del festival partire da quello spazio circolare in piazza Ganganelli che Kirenczuk ha immaginato come una tavola rotonda attorno alla quale accomodarsi per raccontarsi, ma anche per stare ad ascoltare il racconto degli altri. «Abbiamo bisogno di spazi condivisi. Luoghi nei quali dare vita a comunità temporanee per celebrare la nostra diversità, realtà di apprendimento che cerchino la loro forza nelle differenze dei corpi, delle voci, dei contesti e delle prospettive. In un mondo così dolorosamente colpito dalla diseguaglianza e dal conflitto necessitiamo di ambienti dove sostenersi a vicenda, esserci l’uno per l’altra». In queste parole si crede di avvisare orizzonte e limite del festival, in cui la sensazione è che il teatro invece che una sorta di finestra su mondi possibili, su azioni poetiche ovvero che creano, rischi a tratti di diventare rifugio, stanza tutta per sé in cui crogiolarsi nel guardare al proprio ombelico/mondo. Ma è giusto procedere per ordine e partire dai fatti, cercare la realizzazione della dichiarazione di intenti nelle performance e poi, eventualmente, giungere a qualche considerazione finale e provvisoria.
Dati di realtà. Adottando il pensiero calcolante, la comunicazione del festival offre gli estremi quantitativi della kermesse che si è articolata ospitando 46 formazioni artistiche – di cui 17 per la prima volta in Italia – e un totale di 159 artiste e artisti. Oltre 22.000 le presenze agli spettacoli (11.750 biglietti venduti) in 9 giornate per un totale di 180 appuntamenti (di cui 52 gratuiti) che hanno registrato nella maggior parte dei casi il tutto esaurito. La platea, ogni anno più numerosa, giovane e internazionale, ha contato anche oltre 200 operatori ed operatrici culturali, per la maggior parte stranieri (anche da oltreoceano con presenze dall’Australia e dagli Stati Uniti), 75 giornalisti e giornaliste accreditati tra stampa nazionale e internazionale, e 95 partecipanti ai workshop. La realizzazione di questa edizione di Santarcangelo Festival ha impegnato uno staff di 120 persone, tra i quali hanno offerto il proprio prezioso contributo 20 stagiste e stagisti, 15 volontarie e volontari. A questo si aggiungono cinque concerti, 12 proiezioni, 10 talk, 11 dj–set, 5 workshop, 4 giorni di mercatino vintage in piazza in 22 diversi spazi spettacolo, tra cui la grande tavola rotonda di 12 metri di diametro realizzata in Piazza Ganganelli, appositamente per favorire i processi partecipativi e la fruizione comune dello spazio pubblico, e Imbosco, lo chapiteau innalzato all’interno del Parco Baden-Powell che dopo due anni di fermo è tornato ad ospitare i dj-set notturni, attirando tutte le sere un pubblico ampio ed eterogeneo. E per quanto chi scrive abbia vissuto solo alcuni giorni di festival, i dati del bilancio finale, forniti dall’organizzazione, permettono di confermare l’impressione epidermica avuta nei giorni di permanenza a Santarcangelo. La nuova direzione – pur non discostandosi dalla formula performativa verso cui il festival si è incamminato fin dalla curatela di Silvia Bottiroli – ha puntato con evidente determinazione sull’internazionalizzazione della proposta, portando un gran numero di artisti sconosciuti in Italia, provenienti da paesi inattesi. Ciò per quanto riguarda la proposta. Anche nella fruizione si è avuta la sensazione di una forte partecipazione giovanile e di una buona, buonissima presenza di operatori stranieri. Locale e globale – con due termini vintage molto anni Novanta – si sono intrecciati, in una proposta che guarda al mondo, ma si è dimostrata – per così dire – imprigionata in un unico pensare. Ma ancora una volta, prima di tentare di dare spazio al pensiero meditante, è necessario partire dai dati di realtà, passare a quelli di esperienza e poi immaginare una sorta di conclusione.
Dati di esperienza – Che cosa si è visto e come ciò che si è incontrato ha reso tangibile quanto dichiarato da Tomasz Kirenczuk nei suoi limiti come nelle sue aperture. La tavola rotonda, lo spazio di confronto allestito in piazza Ganganelli è stato teatro di Siamo Ovunque, ovvero il network – legato ad ambienti di impegno politico sociale bolognesi – che ha come finalità alimentare e raccogliere le voci «antifasciste, femministe, antirazziste, antispeciste, hacker e di chi si batte per i diritti dei e delle migranti, contro qualunque forma di oppressione sociale, per i diritti delle persone LGBTQIA+, contro gli ecocidi, per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso», abbracciando il progetto ideato e prodotto da Dreams Come True, Hichmoul Pilon Production di Yan Duyvendak. Siamo ovunque è in primis un libro in fieri di testimonianze e pensieri, ma è anche un’azione performativa che ha chiesto agli spettatori cittadini di sedersi e muniti dei testi decidere di leggere alcune testimonianze, dando voce a quelle storie, a quei pensieri. In questo rito collettivo di lettura il pensiero è ovviamente unidirezionale, si è avuta l’impressione di un rispecchiamento narcisistico fra chi leggeva e ciò che veniva letto. Non confronto, ma senza dubbio incontro fra simili e rafforzamento del medesimo pensare e sentire. La tematica gender, il corpo come orizzonte di riflessione, azione e pensiero e poi le questioni climatiche, l’impegno a tutela del pianeta sono alcuni dei temi ricorrenti che hanno caratterizzato le performance e le azioni dei vari artisti, per lo più azioni solitarie, molto fisiche, in cui il corpo nella sua fluidità di genere è il terreno di contesa di discorsi identitari oppure è tavolozza su cui imprimere l’impegno sociale, il collettivo che si incarna nell’individuo.

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Igor Shugaleev - The body you are calling is currently not available. Foto pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

È questo il caso della performance 037509082334 The body you are calling is currently not availabe in cui Igor Shuhgaleev, performer bielorusso, per sensibilizzare il pubblico alle violenze e condizioni a cui sono costretti gli oppositori del regime decide ogni sera di assumere una posizione di costrizione che la polizia impone ai dissidenti. Il performer chiede al pubblico di assumere la stessa posizione, oppure di attendere lo scadere dell’ora, in una scansione dolorosa dello stare, in un invito a provare cosa voglia dire essere costretti a stare in inginocchiato, faccia contro il pavimento e mani legate dietro la schiena per un lasso di tempo che l’oppresso non può controllare e conoscere. Che si sia spettatori, oppure si decida di assumere la medesima posizione del performer, la partecipazione del pubblico è attiva, pro-attiva perché chiede di attivare la propria coscienza rispetto allo status di oppressione di un Paese alle porte dell’Europa.

Gabriela Carneiro da Cunha Altamira 2042 ph. pietrobertora Santarcangelo Festival 2022 08

Gabriela Carneiro da Cunha - Altamira 2042. Foto pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

Altre latitudini, altra battaglia per il rispetto del pianeta. Gabriela Carneiro da Cunha con Altamira 2042 ha portato all’attenzione il disastro ecologico che porta con sé la costruzione della diga di Belo Monte sul fiume Xingu nella foresta amazzonica. Seduti in una sala, al buio, Gabriela Carneiro ha chiesto al pubblico di essere testimone dello scempio ambientale facendo sentire i rumori della foresta, il fruscio delle fronde, la musica delle acque a cui presto si contrappone il rumore stridulo delle seghe e il tonfo sordo degli alberi che cadono. Tutto ciò è realizzato attraverso una serie di amplificatori posti fra il pubblico, l’aspetto uditivo si intreccia con video che fanno sentire e vedere voci e volti della gente di Altamira. Tutto questo è agito dalla performer attraverso strumentazioni tecnologiche che Gabriela Carneiro indossa come in un rito sciamanico di cui il pubblico è testimone e attore, a suo modo.

Altro racconto, fra memoria e attualità è quello proposto da Anna Karasinska in New creation, una nuova creazione che ha portato l’artista nell’enorme cementificio dalle porte di Santarcangelo, Buzzi-Unicem, nel quartiere di San Michele. La nuova creazione del titolo è al tempo stesso l’obiettivo futuro di ridare vita, ricreare quello spazio, ma anche di raccontarne, raccoglierne la memoria. Ecco allora che New creation è una dimostrazione di lavoro, una dimostrazione di percorso che ha portato Karasinska a incontrare santarcangiolesi legati al Buzzi-Unicem. È il caso di una signora del quartiere che racconta di quando i suoi genitori si rifugiarono da sfollati nel cementificio, di come il Buzzi-Unicem fosse punto di riferimento sociale e non solo lavorativo per l’intera comunità. Poi la testimonianza di una badante sudamericana e il racconto di un migrante che lavora nei campi, testimonianza indiretta raccontata da due attori/spettatori. La memoria della comunità, del lavoro si rispecchia nella narrazione della badante sudamericana, piuttosto che del migrante nordafricano, storie di riscatti umani e sociali, storie che si ripetono e che vengono offerte allo spettatore nella loro immediatezza, apparentemente senza filtri alcuni, naturali con un’incompiutezza che non convince fino in fondo, ma che alla fine commuove. Questo il pregio di New creation: aver solleticato l’intelligenza emotiva, una boccata d’ossigeno in tanto concettualismo, a tratti fine a sé stesso.

Maria Magdalena Kozlowska COMMUNE ph. pietrobertora Santarcangelo Festival 2022 18

Maria Magdalena Kozlowska COMMUNE. Foto pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

E in termini di concettualismo autoreferenziale non si può non parlare di Commune di Maria Mgdalena Kozlowska in cui un gruppo di musicisti classici si riunisce per celebrare il potere femminile attraverso la musica, il racconto/testimonianza eversivo di una nonna comunista e all’avanguardia. La forza rivoluzionaria della nonna fa da ‘cavallo di Troia’ alla messa in crisi dei canoni operistici e vocali in un plot narrativo e semantico tanto oscuro, quanto la scena in cui si muovono i performer mascherati con occhi che vomitano lacrime e, nel caso della vetusta signora, uno stile da drag queen circense con sullo sfondo un’imminente apocalisse climatico/ambientale. Liberamente ispirato allo sciopero delle donne in Polonia, alle azioni delle Pussy Riot e all’idro-femminismo in realtà Commune appare poco incisivo nella semantica teatrale, tutto accade con una buia e monotona ripetitività, i performer musicali sono talentuosi ma è il plot che non convince, vorrebbe provocare e si limita ad annoiare, portato in uno spazio inadatto come il grande teatro Galli di Rimini che sovrasta e schiaccia le pretese rivoluzionarie di Maria Mgdalena Kozlowska.

Annamaria Ajmone La notte è il mio giorno preferito ph. pietrobertora Santarcangelo Festival 2022 08

Annamaria Ajmone - La notte è il mio giorno preferito. Foto pietrobertora Santarcangelo Festival 2022 

Come in Commune la voce, in Altamira il corpo tecnologico costituiscono il terreno su cui muove il pensiero politico e di testimonianza, così Annamaria Ajmone nella performance La notte è il mio giorno preferito va in cerca di un possibile rapporto con l’Altro attraverso la mediazione con gli animali e gli ecosistemi in cui essi vivono. Tutto ciò si realizza in un’ora scarsa di movimenti mimetici, di coreografia descrittiva che trasforma la riflessione sull’incontro con l’altro in una sterile, quanto poco incisiva azione di imitazione dei diversi animali. Un po’ poco e, francamente, un lavoro inutilmente concettuale e a tratti molto compiaciuto in cui la scenografia fa da supporto ipertrofico al nulla coreutico che molto vorrebbe dire e nulla fa. E allora tanto meglio la dichiarazione di Stefania Tansini che con My body solo mette in scena la voglia di non arrendersi all’isolamento, la ridefinizione dello spazio, la costruzione della relazione di sé con l’altro attraverso il movimento e il corpo. Tutto ciò si realizza in una performance pulita, che nulla aggiunge a ciò che si sa o si è visto e che rimane un esercizio solitario volto a ritrovare un baricentro nel mondo post-pandemico. Tutto ciò porta, forse, a qualche considerazione finale, dopo aver enunciato dati di realtà e dati di esperienza.
Interrogarsi oltre il già pensato e detto – Detto tutto ciò, ci si chiede se il teatro, e non necessariamente e in maniera esclusiva Santarcangelo festival, non si sia spinto in una via senza uscita, non abbia preferito la comodità del riconoscersi a quella del conoscere e svelare l’indicibile. L’impegno nel documentare la crisi climatica, i diritti delle minoranze, la libertà di scelte sessuali rischia di asservire la creatività alla cronaca, di tarpare le ali, di informare e non formare nuovi orizzonti e, più spesso, nulla aggiunge a ciò che si sa. Ci si limita a raccontare, testimoniare, l’azione è altra. L’azione del teatro nelle urgenze dell’attualità non può che essere documentale, nulla più, non sa – o almeno per ora non sa – essere propulsiva, non propone nuove prospettive, si limita a raccogliere dati di fatto, fatti di cronaca. E allora non si può che non concordare con quanto scrive Angélica Liddell in Non devi far altro che morire nell’arena: «Il politico è irrimediabilmente sottomesso all’ideologia, l’ideologia è l’opposto del pensiero. La collettivizzazione delle idee è propriamente la negazione dell’essenza individuale del pensiero. (…) La politicizzazione dell’arte si mostra quindi riduzionista, misera, angusta. Trasferire le nostre ineludibili responsabilità democratiche alla creazione è peraltro un atto ridondante poiché l’arte è etica per sé, e ciò include anche l’immorale». Ecco il dunque: l’impressione è che a Santarcangelo come in molte altre realtà festivaliere ci sia un solo e unico racconto, un condiviso e monotono (da un’unica tonalità) racconto che nel suo assolutismo diventa dogma, ideologia e non chiede contraddittorio, ma si rafforza nella ripetizione. La 52esima edizione di Santarcangelo festival segna una interessante internazionalizzazione della proposta, ma ha dato l’impressione di essere imprigionata in un diktat del pensiero monologante e omologante che non può che rincorrere il racconto dell’esistente, una rappacificante dichiarazione di solidarietà e vicinanza alle grandi urgenze dell’attualità, ma nulla aggiungendo in più di quanto si sa già. Si crede che l’arte – e non solo nel caso specifico della proposta santarcagiolese – abbia bisogno di rompere gli orizzonti, di osare, di squarciare il fondale di carta e immetterci in prospettive inedite e inaudite. Si crede che il lavoro di Tomasz Kirenczuk abbia quest’anno offerto un’edizione festivaliera interlocutoria, che molto deve al passato recente e che il neodirettore è riuscito a rendere intensamente internazionale, ma ora lo scarto è quello dell’affrancamento nella consapevolezza che «le forze creative non sono democratiche, sono forze che non abitano il consenso, ma il fuoco, si concretizzano in una convulsione ardente e antagonistica al patto sociale, nascono dalla tristezza del pensiero, dalla malinconia», sempre per usare parole di Angélica Liddell perché «attualmente sperimentiamo un paradosso secondo cui la difesa dei diritti, anziché sfociare in libertà, approda in una società proibizionista. Un neototalitarismo soft ma dalle conseguenze disastrose. (…) E la cosa più terribile è che il mondo dell’espressione artistica (ormai artritica) segue gli stessi identici e miseri passi, mentre ciò che l’arte semina dovrebbe fiorire nel campo opposto, dovrebbe spingersi verso la ribellione, senza delegare nulla».

Ultima modifica il Sabato, 30 Luglio 2022 09:32

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