mercoledì, 30 novembre, 2022
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Festival Opera Prima Edizione XVIII - Generazioni Rovigo, dal 15 al 19 giugno 2022. -di Franco Acquaviva

Festival Opera Prima
Edizione XVIII - Generazioni
Rovigo, dal 15 al 19 giugno 2022

Visitato il 17 e 18 giugno

Opera Prima si (e ti) avverte fin dall’uscita dalla stazione. Proprio appena fuori campeggia in un tabellone imponente l’immagine guida del festival. Vi si vede una ragazza bionda con un vestito rosso ad ampie falde aperte dal vento, di spalle, su di una immensa spiaggia, con i piedi nel mare, che guarda l’orizzonte e in braccio tiene un cane, anch’esso biondo, che ci guarda. Allora viene voglia di usare la figura come simbolo composto delle varie anime del festival.
Proviamo. 1) ragazza di spalle: presenza femminile cospicua (almeno per quello che abbiamo potuto vedere in due giorni), e la giovane età – poi rosso color di passione. 2) il cane che guarda l’osservatore: l’ “alterità”, dimensione che attraversa tutti i lavori. 3) il mare-spiaggia: luogo naturale o urbano, comunque aperto, che si pone in rapporto di tensione creativa e dialettica con il teatro al chiuso, in sala. Tutti questi elementi sono presenti in varia misura negli otto spettacoli visti. Ne proponiamo un rapido excursus.

Il punto 3) è uno degli assi portanti del festival che si svolge nei luoghi pubblici all’aperto della città, ma integra la sala del Teatro Studio o altri spazi chiusi. Spettatori casuali e spettatori volontari si mischiano, i primi in teoria possono tramutarsi nei secondi, e questa possibilità arricchisce e sostanzia l’idea di una comunità (resistente) che sia sempre viva di presenti, e di potenzialmente nuovi, spettatori, senza rinunciare a un livello alto di sperimentazione sui linguaggi. La centrale piazza Vittorio Emanuele ha accolto alcune performance brevi, tendenti all’attivazione dello spettatore anche casuale: frammenti di alterità nel quotidiano via vai. Per esempio “Blind date” e “Concerto per mandolino e archi” di Vivaldi. Nel primo la batteria di Iarin Munari svaria su alcuni ritmi preregistrati e fa da sfondo alla danza urbana di Giselda Ranieri, che in abito rosso lungo imposta lunghi affondi in estensione, cercando poi il contatto diretto con gli spettatori, fino a produrre un risultato insperato: un gruppo di bimbi danzanti prende la scena e quasi si sostituisce a Giselda – che divertita lascia fare, anche perché questo è evidentemente uno degli scopi della sua azione. Il brano di Vivaldi è invece la base musicale della coreografia del danzatore israeliano Gil Kerer in coppia con Lotem Regev. Nella stessa piazza i due danzatori in pantaloncini, maglietta e scarpe da corsa affrontano la prima parte del pezzo con una coreografia più classica ma non per questo meno straniata; nella seconda parte, molto più vicini agli spettatori, la danza segue altre linee, altre figurazioni, più varie, con elementi gestuali colti dal quotidiano, una percussività delle figure, eseguite molto rapidamente sul veloce incedere della musica.

Anche “Sentieri” di Azul Teatro si colloca in questo rapporto di tensione spaziale e contiene un po’ tutti i temi sopra elencati. Qui siamo a Parco Langer: un bosco urbano con rovine di edifici, che lambisce un tratto di tangenziale. Il lavoro del collettivo cerca di far scaturire le immagini dalla sequenza di pieni e vuoti sia della macchia sia delle strutture murarie che entro vi si dispongono. Il percorso, camminato, evidenzia una linea di senso che si enuclea nei contrasti tra lirica della composizione spaziale ed emergere episodico del dato dissonante; oppure tra chiamate dei vuoti e risposta delle presenze che li riempiono; tra silenzio mormorante della macchia e sigillo effimero di un canto o di una musica. Una drammaturgia non affidata alla narrazione bensì alla vibratilità di certe intuizioni visuali e plastiche emergenti dal mistero di un’esplorazione silente.

Il Teatro Studio ospita altre tipologie di lavori. “Il volto di Karin” di Cantiere Artaud: un vecchio, tre figure femminili nere, arcigne, grifagne, gobbute, che lacerano il tempo e fanno emergere dolci/amare ricordanze dentro a una camera con due porte laterali e una finestra centrale. Specchio di Alice, tunnel nel tempo, maniglie che stridono e battenti che percuotono gli infissi, tutto un codice anche sonoro di ricongiungimenti e abbandoni. Ancora in teatro: il collettivo greco Zero Point Theatre con “Report to an Academy” da Kafka: quattro attrici (in abito lungo rosso) e tre attori: è la conferenza accademica di una scimmia diventata uomo. Disseminazione delle parole dello scrittore ceco in un terreno di forte, esacerbata fisicità, in cui l’altissima preparazione tecnica tracima in performance fisiche e soprattutto vocali estremamente elaborate. Maria Luisa Usai, nella Gran Guardia, con “I’ll write you something new”: salone con grande tavolo intorno a cui si siedono 15 spettatori. La performance tematizza l'atto del corrispondere con qualcuno che non si conosce. Specie di autobiografia sentimentale che sfocia nella richiesta di un atto epistolare ai partecipanti. Nel Chiostro degli Olivetani Ascanio Celestini riprende “Radio Clandestina” per i 20 anni dal debutto (che avvenne proprio a Opera Prima) e ne fa un’epica ancora viva. Aldes/Roberto Castello, con “Mbira”, sempre nel Chiostro, insieme a due musicisti e due danzatrici, racconta del pesante velo di disinformazione che grava sui paesi cui è toccata in sorte la colonizzazione europea; per esempio sull’Africa, che diventa dunque pretesto per un viaggio all’interno della musica e della danza di quel continente, animato dalla curiosità puntuta, ironica, sorridente, eticamente orientata del coreografo. Battuta finale: “Sant’Agostino non condannava la danza. Guarda caso lui era africano”.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Lunedì, 27 Giugno 2022 17:12

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