domenica, 26 giugno, 2022
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IL TEATRO MOBILE DELLA FAMIGLIA CARRARA, EPOPEA INFINITA E MAGICA ORA IN UN DOCUMENTARIO. -di Francesco Bettin

Compagnia Carrara Laurini con Masi Carrara e Argia Laurini Compagnia Carrara Laurini con Masi Carrara e Argia Laurini

E’ una storia, quella dei teatri viaggianti di un tempo di inizi Novecento, intrisa di altre storie che sanno di passione, fame vera, e di insegnamenti, vita cresciuta in spostamenti continui, infanzie magiche sebbene dure. E di ricerca del pubblico, andando di piazza in piazza, di città in città. Una storia chenaturalmente, è memoria e che torna prepotentemente fantastica nel documentario di Marco Zuin “Il teatro vive solo se brucia”, prodotto dalla Ginko Film, della durata di 52 minuti, ora in fase di montaggio. L’epopea del teatro viaggiante racconta oggi, se ben guardata, tante sfaccettature che con il teatro di oggi hanno a che vedere poco, o meglio, nel confronto quello di oggi ci perde, dal punto di vista della poesia, ci guadagna, per mezzi e possibilità (ovviamente) dall’altro. Ma quella poesia che tanto è stata vissuta sulla propria pelle dai protagonisti di allora, come poesia, appunto, non ha paragoni con l’industria, l’impresa del teatro del nostro tempo. Quella che andiamo a raccontare qui, e che si vede, si tocca con mano nel documentario, è la storia dei Carrara, famiglia di teatranti intrisi di purezza e nel senso nobile del termine, naturalmente, che rivela e si racconta ancor oggi nel teatro, grazie a Titino, Annalisa e Armando. Capostipite famigliare dal quale tutto è partito è stato Salvatore Carrara, detto Totò, nonno paterno dei tre Carrara di oggi, che dalla terra di Trinacria, Sicilia, (era il primo periodo del Novecento) se ne andò migrando col suo bagaglio di sogni e di famiglia, consapevolmente curioso e ricercatore, aperto al mondo nuovo a cui si affacciava.

CARRO TESPI CARRARA
Carro, Tespi, Carrara 

Il teatro dentro, una fiamma vera che ardeva e scaldava non solo il cuore, ecco la passione di Totò Carrara, che risalendo la penisola proponeva il suo essere attore, recitando qui e là, vivendo immerso in un percorso fatto di teatro e vita, ora per ora, giorno per giorno. A continuare il cammino dopo anni ci pensò suo figlio Tommaso, al quale il testimone era stato passato, accolto con amore e sempre quel fuoco sacro. Il teatro faceva, e forse fa ancora, tutto questo. Tommaso costruì a sua volta una nuova tenda da spettacolo, conscio che toccava a lui, e di certo anche ai suoi figli che pian pianino crescevano, si proprio loro, Titino, Annalisa, Armando, che più in là, cioè nella nostra epoca, ritroveremo ognuno con un proprio ruolo ma sempre al servizio della magica scena. Il teatro mobile dei Carrara continuava così la tradizione, forte anche di una collaborazione dei coniugi Laurini, suoceri di Tommaso e genitori di sua moglie Argia, fino al momento della svolta, quella che inevitabile prima o poi arriva, e che in questo caso arrivò decretando, con la nascita della televisione, un cambio di gusto del pubblico, che peraltro fino a quel momento non aveva potuto trovar di meglio che gli spettacoli viaggianti, dai quali aveva sicuramente appreso l’importanza della formazione/informazione. Ma l’avvento del nuovo, si sa, porta a squilibri quasi naturali, che distruggono sogni e bisogni, annientano vite di lavoro, soddisfazioni, spietatamente sferzano alla ricerca di disperate nuove strade, lasciando da parte quello che fino a quel momento era stato. Meglio, bruciandolo. Ma c’è un ma, nello specifico caso dei Carrara, che è quello di Titino. Già, Titino l’attore girovago ancora una volta come il nonno, come il papà, attore dentro, appartenente al popolo e alla ricerca nel mondo intero di quel popolo che sa apprezzare la sua dote enorme. Che è quella, una volta indossate delle maschere, che si trasforma diventando figure emblematiche della Commedia dell’Arte, simboliche riprese di continuità, di teatro d’essenza primordiale, lontano da logiche strettamente commerciali e dinamiche di assuefazione, superficialità. Tutt’altro invece, il suo cammino. Che poi, per vie simili è anche quello di Annalisa e Armando, sempre “dentro” il teatro, profondamente immersi.

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La storia della famiglia Carrara è simbolicamente narrata proprio nel fantastico documentario di Zuin, così attento a sua volta a tramandare la pienezza di quel teatro, di quella famiglia importante per la cultura, che sul proprio Carro di Tespi ha portato in giro (e fondamentalmente non ha mai smesso) il nocciolo di quella vita, l’essenza del teatro viaggiante, alla base delle varie altre diramazioni. Sono racconti che attraverso l’uso della cinepresa prendono forma e si amalgamano fruttuosi, consistenti, più che mai ancora vivi e ruggenti. Pensiamo a quei bambini, ora adulti, in quei contesti di incanto, e di fame, di bellezza e sapienza ma anche di stenti, visti gli anni. E’ potenza narrativa, letteraria, ed è vita vissuta e imparata stando a guardare il nonno, i genitori, studiandone i minimi particolari dei personaggi portati in scena sul carro, sul teatro viaggiante, essendo loro stessi già teatro. Una vera storia di realtà e finzione raccontata vestendo altri panni, portando sapere e formazione al pubblico di quei tempi, bisognoso di tutto, bisognoso di conoscenza e rapporti umani, che continuava a scambiare gli attori per i loro personaggi. Loro stessi, i piccoli Carrara, da bambini rimanevano incantati di fronte alla narrazione, confondendone le vere pieghe rispetto al reale. Che storia straordinaria, il teatro viaggiante della famiglia Carrara.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Aprile 2022 12:35

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