giovedì, 09 dicembre, 2021
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«La parte maledetta» ovvero documentare l’indocumentabile. Viaggio ai confini del teatro fra video e scena con David Beronio e Clemente Tafuri. -di Nicola Arrigoni

Paola Bianchi Paola Bianchi

«La parte maledetta» ovvero documentare l’indocumentabile
Viaggio ai confini del teatro fra video e scena con David Beronio e Clemente Tafuri
di Nicola Arrigoni

C’è chi pensa che con il ritorno al teatro in presenza tutto lo streaming e i video di questo anno e mezzo saranno un ricordo. C’è chi crede che non sarà più possibile non tenere conto del teatro in digitale anche quando i teatri potranno tornare a riempirsi. Il progetto La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro è un progetto cinematografico di Teatro Akropolis e ha visto la realizzazione di due film dedicati alla danzatrice e coreografa Paola Bianchi e all’autore e regista teatrale Massimiliano Civica. Animatori di questo viaggio sono David Beronio e Clemente Tafuri, anime pensanti di Teatro Akropolis. Tafuri sulla produzione video a tratti ipertrofica dell’ultimo anno e mezzo di pandemia afferma che «credo scompariranno le forme nate più dall’urgenza, quelle meno strutturate, quei prodotti o quelle modalità nate dall’impossibilità di andare in scena. A parte queste produzioni video o in streaming nate per necessità e urgenza credo che in questo anno e mezzo si sia affinata una sensibilità nei confronti dei linguaggi visivi uniti alle arti performative che sarà difficile ignorare e che forse procederà parallelamente allo spettacolo dal vivo».

Con che motivazioni avete dato vita a La parte maledetta?
«La scelta di dare vita al nostro viaggio ai confini del teatro confrontandoci con il linguaggio video nasce più per virtù che per necessità – spiega David Beronio -. La nostra ricerca vive delle possibilità di intraprendere nuove direzioni offerte dai diversi linguaggi e non necessariamente solo da quello video. Non c’è stretta connessione con la situazione pandemica in quanto abbiamo fatto e stiamo facendo col progetto La parte maledetta, che nasce ben prima della pandemia, e dà espressione a un’esigenza di metterci in dialogo con artisti e intellettuali che hanno affinità con la realtà di Teatro Akropolis».

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Non c’è una stretta connessione con l’immobilità a cui la pandemia ha costretto lo spettacolo dal vivo?
«È una connessione meno stretta di come potrebbe apparire. C’è stata piuttosto la necessità di rimanere artisticamente in contatto – spiega Clemente Tafuri - con alcuni dei protagonisti del nostro viaggio produttivo e curatoriale, con le loro riflessioni e le loro poetiche. Ma direi che forse l’ispirazione fondamentale di questo nuovo cammino riguarda l’indagine sul rapporto tra le arti performative e la loro narrazione, nonché la possibilità di dare un’immagine inedita a certi temi dell’arte e della creazione».

Che cos’è La parte maledetta che dà il titolo al progetto?
David Beronio: «La parte maledetta è tutto ciò che in un lavoro di ricerca artistica o di produzione teatrale ha il potere di riverberare nell’opera senza esserne un elemento compositivo in senso stretto. Non si tratta di uno scarto, o di un resto, di qualcosa di sbagliato. È piuttosto qualcosa che è nato contemporaneamente ai materiali drammaturgici, coreografici, di studio, ma che appartiene ad un altro mondo e che con quei materiali è entrato in un contatto preletterario, precedente alla definizione di una forma. Ma non si è incarnato nel definirsi finale del lavoro, perché la mescolanza sarebbe stata torbida, inutilizzabile. È il corno di un bivio che non è stato preso. Cosa avremmo trovato su quella strada, che aspetto avrebbero avuto gli alberi, i campi che avremmo attraversato, il sentiero stesso su cui avremmo camminato? Tutto ciò costituisce una parte (di mondo) che è stata ripudiata per poterne abbracciare un’altra. Ripudiata ma non rinnegata. Presente quindi benché non fissata in una forma».

Insomma nessuna tentazione rappresentativa….
Clemente Tafuri: «Sottesa a questo lavoro c’è una questione estremamente interessante dal punto di vista linguistico. Mi riferisco alla tensione che si crea facendo sì che la decisione di lavorare con il linguaggio visivo potesse avere una sua valenza non strumentale, non essere strumento ma farsi fine. Ovvero si è voluto dare vita a creazioni video che hanno in sé il racconto dell’artista, Massimiliano Civica piuttosto che Paola Bianchi, ma non ne narrano la vicenda: cercano piuttosto di coglierne il pensiero, il respiro creativo. Per questo abbiamo fatto nostro il fare-spazio di Heiddeger, a cui è dedicato un passaggio del prossimo film, il terzo, che ha come protagonista il filosofo Carlo Sini. Lo spazio, della scena, dell’immagine, di un luogo, svela il tempo dell’accadere, di un evento che assume i tratti della performance quando stabilisce un dialogo con quanto rimane nascosto o non è più, con ciò che è immemorabile e irrappresentabile.»

La gestione del senso dell’immagine ha nei due film dedicati a Massimiliano Civica e a Paola Bianchi un esito diverso che dà ragione alla vostra ricerca…
David Beronio
: «Massimiliano Civica e Paola Bianchi hanno accettato il nostro invito a raccontare la parte maledetta del loro lavoro. Paola ha scelto di concederci una sorta di racconto autobiografico, e si è poi riconosciuta molto nel lavoro che siamo riusciti a fare con lei e su di lei. Massimiliano ha invece mantenuto fede alla sua volontà di non voler lasciare traccia di sé e del suo lavoro, che si deve manifestare soltanto sulla scena e non concedere spazio a nessun tipo di documentazione o di narrazione. Ha scelto quindi di non comparire nel film, ma la sua disponibilità a partecipare al nostro progetto ha preso forma nel testo che Massimiliano ci ha affidato, e per la lettura abbiamo coinvolto Bobo Rondelli. Date premesse diverse, ne sono usciti lavori diversissimi»

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Non poteva essere diversamente…
Clemente Tafuri: «Nel lavoro su Paola emerge il corpo come centro dell’azione scenica, come scultura coreografica. Il racconto fa convivere l’intimità della danzatrice con la potenza della sua azione in scena. Il film su Massimiliano racconta l’impossibilità del teatro di permanere e di essere considerato come opera chiusa in sé, con tutte le conseguenze che questa considerazione ha sul lavoro teatrale. Dopotutto il lavoro di Massimiliano parte proprio da questa considerazione. Abbiamo pensato alla tassidermia come correlativo per dare immagine alla fissità di una forma che non ha differenza con quella vivente, ma non ne è che un simulacro, anche se alla fine conserva tracce di quella vita e forse di un intero mondo».

Ed ora?
«Con la ripartenza delle attività teatrali il progetto dei film non verrà interrotto, anzi lo la sua importanza aumenta in relazione alla ripresa di lavori per la scena, proprio perché strumento di documentazione dell’indocumentabile. Ci auguriamo che questo progetto possa circolare in contesti non solo teatrali, che sia un modo per rinnovare questioni tradizionalmente legate alla scena e alle sue contraddizioni. D’altronde si tratta di film che affondano le radici nella parte maledetta del teatro per andare altrove… la meta è tutta da scoprire», concludono David Beronio e Clemente Tafuri.

Ultima modifica il Giovedì, 03 Giugno 2021 11:40

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