sabato, 06 marzo, 2021
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Lorella e le sue amiche… e l’augurazione di Andrée Ruth Shammah. Spettatori scritturati, tamponi pagati dalla regista per riaprire e iniziare l’anno del 50° anniversario della nascita del Teatro Franco Parenti. L’intervista di Nicola Arrigoni

Andrée Ruth Shammah Andrée Ruth Shammah

«C’è una petizione in Facebook, una petizione lanciata dall’Agis e dal suo presidente Carlo Fontana per la ripartenza. Bisogna firmarla e promuoverla. Arrigoni ci sta, ci aiuta?». Inizia così la telefonata inattesa di Andrée Ruth Shammah, dopo un veloce scambio via Messenger. Andrée Ruth Shammah è donna d’azione, è donna di teatro, è una che va dritto al cuore delle cose, con quella sua erre morbida accarezza la sua determinazione, ma non ne lenisce l’incisività. «Subito», viene da rispondere perché il tono per quanto cortese non lascia via di scampo.

Ma intanto lei sabato 16 gennaio ha aperto il Teatro Franco Parenti… Come mai?
«Sabato 16 gennaio siamo entrati nell’anno che ci porta al cinquantesimo della nascita del Salone Pier Lombardo oggi Teatro Franco Parenti. Allora ho pensato a un’apertura del teatro, senza violare la norma, ma dando un segnale forte: noi ci siamo, non ci arrendiamo».

Come è stato possibile farlo?
«Semplice. La norma permette, rispettate le regole del distanziamento nei luoghi chiusi, di fare registrazioni televisive. Questo mi ha permesso di scritturare gli spettatori che erano presenti in sala come comparse. Poi abbiamo preparato un grande schermo per collegarci con gli spettatori che non hanno potuto intervenire di persona, ma si sono collegati da casa. Ma per non rischiare ho voluto fare di più».

Ovvero?
«Ho pagato i tamponi rapidi per il pubblico che sabato è entrato in sala per far sentire la sua voce, per raccontarsi. Così abbiamo avuto la certezza, la certificazione di non rischiare di prenderci il virus».

Insomma il teatro è più forte del Covid-19?
«Non so fino a quando. Intorno al mondo dello spettacolo e della cultura c’è un silenzio assordante. Noi cerchiamo di fare sentire la nostra voce. Lo abbiamo fatto noi del Franco Parenti riscoprendo la potenza della radio, raccogliendo la voglia di esserci, di fare teatro, di raccontare che cosa facciamo e cosa potremmo fare quando i teatri riapriranno».

In questo racconto la voce del pubblico non è meno importante…
«Il pubblico è teatro, il teatro senza pubblico non esiste, senza il contatto fisico, senza la condivisione di un medesimo spazio e tempo non c’è teatro. Il teatro in streaming non è teatro, è il tentativo di non darsi per spacciati».

Da qui l’iniziativa di invitare un numero ristretto di spettatori?
«L’idea è stata quella di far sì che il pubblico, il nostro pubblico ci dicesse che cosa gli manca del teatro, facesse sentire la sua voce come hanno fatto Lorella e le sue amiche».

Chi sono Lorella e le sue amiche?
«Sono spettatrici che mi, ci hanno scritto una mail raccontandoci quanto manca loro venire a teatro. Per Lorella e le sue amiche venire a teatro una volta al mese, venire al Franco Parenti era un momento di festa. La loro testimonianza è toccante. Lorella e le sue amiche per venire a teatro si vestivano bene, un pizzico di profumo e il piacere di stare in sala, di chiacchierare prima dell’aprirsi del sipario. La testimonianza di Lorella e delle sue amiche è stata letta sabato 16 gennaio in una serata che ha coinvolto un centinaio di spettatori nostri abbonati, tutti sottoposti a tampone che si sono raccontati, hanno interagito con una telecamera e con chi si ha voluto collegarsi con noi, abbiamo letto anche alcuni messaggi che in questi mesi di chiusura ci sono stati inviati dai nostri spettatori. La serata è stata un’augurazione».

Che cos’è un’augurazione?
«È un’azione di augurio per la ripresa del teatro insieme al nostro pubblico. È un’invenzione messa in atto nei momenti difficili che caratterizzarono il lungo cantiere che avrebbe dato vita al Teatro Franco Parenti così com’è oggi. Mi ricordo che il Salone era proprio messo male e allora chiesi ad alcuni amici di fare dei gesti augurali, piccoli riti per propiziare gli spiritelli del teatro. Amos Oz venne e scrisse una frase che fu messa nel palcoscenico, l’amico Carlo Cecchi la lesse, Emilio Tadini fece una sorta di concerto della pioggia mettendo i secchi che raccoglievano l’acqua che dal tetto cadeva in sala… piccoli gesti rituali, propiziatori che preparavano alla rinascita del nuovo teatro, inaugurato nella stagione 2007/2008».

Oggi più che mai c’è bisogno di riti propiziatori per pensare a una ripartenza?
«Credo proprio di sì».

Il 16 gennaio funge dunque da simbolo, è una nuova rinascita?
«Come dicevo prima il 16 gennaio siamo entrati nell’anno del cinquantesimo della nascita del Pier Lombardo, oggi Teatro Franco Parenti. Il salone di via Pier Lombardo è stato fondato da me insieme a Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni e l’inaugurazione fu la messinscena dell’Ambleto di Testori. Ecco immagino che nell’anno che ci divide dal compleanno del cinquantesimo inventeremo a cadenza di quaranta giorni o un mese dei piccoli riti di augurazione… un modo per prepararci a far festa, per propiziarci gli spiritelli del teatro in attesa di poter rientrare».

E come e quando immagina la ripartenza?
«Quando non lo so, io aprirei anche domani, con tutte le misure di sicurezza del caso. Come mi sto immaginando la riapertura? (fa una pausa, poi dice senza alcun dubbio) Vorrei aprire con la possibilità di ritornare a ridere insieme, a sentire in sala il calore della risata. Questo mi manca terribilmente, mi manca sentire il pubblico che si diverte, sentirlo ridere. Certe volte quando mi trovo in teatro- come sono ora con i miei collaboratori a giusta distanza – ho l’impressione che nel silenzio le pareti rilascino le emozioni, le voci, il calore di chi ha frequentato la sala, ne mantengano una traccia sensibile».

Nel primo lockdown si era lasciata attraversare dai ricordi, dagli incontri di una vita di teatro e di impegno intellettuale, condividendoli in clip sulla sua pagina Facebook. Oggi questo non è più possibile?
«A febbraio-marzo ci siamo trovati in una situazione inattesa e inimmaginabile, in cui la paura era tanta, ma al tempo stesso di fronte a questa minaccia invisibile e lo stop che ne è seguito è stato possibile, per alcuni, me compresa, prendersi una pausa, interrogarsi. Tutto era chiuso, ogni attività, qualsiasi tipo di attività inibita e preclusa. Io mi ero spostata in campagna, la primavera cominciava a farsi spazio in un tempo sospeso e immobile per gli uomini, ma non per la natura. C’era la possibilità di raccontarsi, di ripensare a sé stessi, agli incontri fatti, allo stupore doloroso per un tempo improvvisamente interrotto. Oggi questo non è più possibile, oggi prevale l’incertezza di quello che potrà essere la ripresa. Ci dicessero almeno non si apre fino ad aprile, ma poi si ripartirà. Già questo aiuterebbe, ma non è così».

Perché?
«Oggi sono qui, abbiamo ripreso a maggio, immaginato e programmato realmente una stagione 2020/2021 che poi è stata bloccata. Abbiamo pensato che si potesse ritornare in sala e così non è stato. Ci siamo inventati iniziative, non abbiamo ceduto al teatro in video, abbiamo preferito riscoprire il calore della radio. Abbiamo usato il linguaggio video per ripercorrere la storia di Elsa Morante. Ci stiamo inventando soluzioni per non perdere la visione di ciò che siamo e di ciò che ci circonda, per non perdere o mantenere viva quella socialità, quel senso di comunità che il teatro sa dare, il teatro che vive nella sala, nell’incontro di persone. Il personale che ha lavorato per la preparazione della stagione, delle produzioni e poi si è ritrovato di nuovo in cassa integrazione. È tutto molto difficile e faticoso».

Per questo c’è bisogno di riti di augurazione?
«Per questo dobbiamo cercare di regalarci riti di buon auspicio, come quello di sabato 16 gennaio per preparare la festa del cinquantesimo del Franco Parenti. E poi dobbiamo pensare a ripartire con uno spettacolo che incoraggi, dia forza di nuovo alla voglia di ridere, ce n’è un gran bisogno, io almeno sento la necessità di poter ridere insieme, di una sala che si diverte e sorride. Ripartiamo dalla comicità per ritrovare il coraggio di farci una bella risata…».

Ultima modifica il Martedì, 19 Gennaio 2021 12:35

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