lunedì, 06 aprile, 2020
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RECENSIONE e INTERVISTA al regista ALBERTO JONA dello spettacolo "Donna di Veleni" di M. Podda - Novara Teatro Coccia. -di Federica Fanizza

"Donna di veleni", regia Alberto Jona "Donna di veleni", regia Alberto Jona

Donna di Veleni
musica di Marco Podda
libretto di Emilio Jona
direttore Vittorio Parisi
regia Alberto Jona
immaginario visivo Cora De Maria e Jenaro Meléndrez Chas
scenografia Alice Delorenzi
sagome originali Cora De Maria
Dèdalo Ensemble
Coro San Gregorio Magno
Coro delle voci bianche del Teatro Coccia
Personaggi e interpreti
Maria Júlia Farrés-Llongueras
Ruggero Danilo Formaggia
Donna di Veleni Paoletta Marrocu
Amante Matteo Mezzaro
Paesani, giovani, ragazzi Solisti dell’Accademia
AMO del Teatro Coccia
Ombristi Alice De Bacco, Anna Guazzotti, Pierre Jacquemin
Prima esecuzione assoluta
Produzione Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con Controluce Teatro d’Ombre
Con il sostegno di Clinians
Teatro Coccia Novara 16 febbraio 2020 (via youtube Teatro Coccia) 

Uno dei pregi del Teatro Coccia di Novara, unico teatro di tradizione del Piemonte, sta nel rappresentare ogni anno una nuova opera, una prima assoluta. Opere in formato tascabile, trame tra il surreale e la commedia, tra sorriso e malinconia, come La Rivale, musica di Marco Taralli, libretto di Alberto Mattioli commissionata dal teatro Coccia nel 2016 e circuitata con successo all'estero. Ha proseguito questa esperienza anche nella stagione 2019-20 commissionando l'opera in un atto Donna di Veleni, musica di Marco Podda, libretto di Emilio Jona, programmata a febbraio e riproposta nel palinsesto del canale youtube Teatro Coccia in questo periodo di chiusura dei luoghi della cultura.
Il librettista Emilio Jona ci racconta la genesi del libretto che è nato da una proposta del Teatro Coccia di Novara al compositore Marco Podda di un’opera lirica che propose una rilettura dedicata ad alcune figure di donne siciliane del diciassettesimo secolo dedite alla trasgressione e al veneficio. Materiale che fu in realtà lo stimolo per proporre, discutere con il compositore stesso e poi scrivere un testo dove restarono le donne e un veneficio, ma in un contesto e con una trama del tutto diversi. Ne è uscito un libretto, all’apparenza del tutto tradizionale, rigorosamente in rima, che trova i suoi spunti linguistici soprattutto in ottave, strambotti, stornelli del mondo popolare siciliano e calabrese e racconta una storia di genere, fortemente al femminile, in un tempo di caccia alle streghe, con le sue ossessioni sessuofobiche, che ha nel centro la figura di una donna, maga e sapiente, che sarà chiamata a risolvere i problemi di violenza e d’amore dei due protagonisti. Quattro personaggi (Ruggero, Donna, Amante, Maria) si muovono in un paese e sentimenti senza tempo, tra cori emblematici: quello degli uomini neri che impersonificano il potere di una religione istituzionalizzata, feroce e repressiva nel difendere i suoi dogmi, la sua sessuofobia e il suo disprezzo per la donna, quello dell’innocenza dei bambini abbandonati dalle madri, quello degli adolescenti sulle soglie dell’amore, e quello dei paesani che vivono tra privazioni e carestie. Tutti chiedono qualcosa alla donna dei veleni, ma ciò che le chiedono Maria e Ruggero sono due cose opposte. E la Donna di Veleni le offrirà loro in un’unica coppa; a seconda di chi e perché la berrà essa darà amore o morte. Sarà Ruggero a fare una scelta che riunirà drammaticamente questi due percorsi; e sarà poi la donna dei veleni, con la sua saggezza di Grande Madre, a prendere per mano una Maria diversa, provata e dolorante, per accompagnarla verso il suo futuro. Una composizione che così annota il compositore stesso Marco Podda, medico con specializzazione in otorinolaringoiatria e foniatria, diplomato come controtenore al Conservatorio Tartini di Trieste nonché in direzione orchestrale con Donato Renzetti: il progetto di scrittura è stato concepito per una narrazione sonora con frequenti cambi di funzione emotiva per non far cadere l’attenzione dell’ascolto. Nello specifico della vocalità dei ruoli, preminente nell’esasperazione è quello della protagonista, la Donna di Veleni, che – seppur soprano drammatico – è spinta da esigenze di espressività testuale sia ad impervi Si acuti che ad abissi sul La grave. Il tutto sostenuto da una linea compositiva "neotonale" a volte percepita come una reminiscenza del primo novecento italiano che risulta, però, funzionale allo scopo richiesto, sia per il pubblico che dagli addetti ai lavori, ossia, la facilità di ascolto e di esecuzione. L'incarico dell'allestimento è stato affidato al regista torinese Alberto Jona che vanta un percorso professionale attraversato dalla danza, musicologia e musica. Alberto Jona si è avvicinato al teatro fondando a metà degli anni ‘90 la compagnia Controluce Teatro d’Ombre che ha fatto del rapporto musica e ombra la sua forza e la sua identità. La visione dello spettacolo è stata via web, ma la visione a distanza nel tempo e nello spazio non ha tolto nulla alla partecipazione e alla comprensione della produzione, anzi ne ha amplificato la percezione grazie anche ad una precisa regia visiva.

Alcune domande al regista Alberto Jona.

Come è stato mettere in scena un libretto che si riallaccia ad un immaginario tra il sacro e l'arcaico, con l'archetipo della donna maga e strega capace di scegliere tra la vita e la morte con un scrittura anche epica?
Il mio modo di affrontare la regia d'opera parte dalla luce, fin da ragazzino sono stato affascinato dai lavori di Svoboda dove tutto era gioco di luce e ombra, di spazi che si creavano attraverso la dialettica tra questi due elementi. Poi ho fondato nel 1994 con Corallina De Maria e Jenaro Meléndrez Chas la compagnia Controluce Teatro d'Ombre che fin da subito, anche per la nostra formazione, ha accostato alla musica le ombre come ricerca e sperimentazione. L'ombra per noi è il non detto, l'onirico, l'inconscio, la memoria, l’archetipo... Per cui affrontare Donna di veleni è stato naturale. La stessa vicenda pur iniziando da una situazione quasi naturalistica lentamente vira verso una dimensione più astratta, quindi posso dire che ci siamo trovati a casa nel raccontare e mettere in scena sacro e arcaico.

Nelle intenzioni del compositore doveva essere una rievocazione della tradizione culturale matriarcale della Sicilia barocca, il testo del libretto è chiaro in questa collocazione temporale, eppure in scena cambia la prospettiva temporale. Cosa ti ha portato a lavorare in tal senso?
Il tema da cui l'opera prende spunto è attuale: la violenza di genere. Ecco quindi lo spostamento temporale in una sorta di anni Sessanta, anche se la scena iniziale, più naturalistica presenta elementi riconoscibili di una Sicilia antica (il Trionfo della morte che è citata nei due grandi quadri della prima scena). Un tempo più vicino a noi in cui però potesse ancora abitare e avere forza una figura mitica e archetipica come la Donna di Veleni. Ho immaginato con Controluce che tutto si svolgesse il giorno della festa di nozze -nozze forzate e obbligate- e che tutti i costumi, uomini, donne e bambini, sembrassero usciti da una foto di uno sposalizio di quegli anni. La scontro uomo-donna è il centro narrativo declinato dal testo in un continuo ribaltamento di situazioni e trasformazioni in cui non esiste il “cattivo” tipico dell'opera, bensì su tutto si erge il dubbio.

La donna di veleno, matriarca o strega? Il libretto la propone come donna di antichi saperi, in scena donna mitica tra novella Medea o Sibilla, profetessa di antico testamento depositaria di saperi ancestrali, Dea madre che crea e distrugge. La scena del coro della scena III Ed ora venite e guardate che cosa vi prepara la donna dei veleni, sembra rievocare un'altrettanta famosa scena, quelle delle streghe del Macbeth di Shakespeare e la sua trasposizione in musica fatta da Verdi nelle scena dei vaticini. Suggestioni tematiche o adesione ad una ricerca teatrale di stimoli culturali? Del resto la pedana a forma circolare fa pensare molto al cerchio magico.
Certamente c'è una stratificazione di stimoli, ricordi e suggestioni. Le streghe del Macbeth ma anche la foresta di Birnam ovviamente campeggiano nella mia memoria e tutta l'azione dei sette giovanissimi e bravi figuranti ne discende. Ma dall'altra c'è stato un lavoro di ricerca da una parte scenografico con Alice Delorenzi e dall'altra gestuale con Paoletta Marrocu, grandissima cantante e attrice, per sospendere l'azione della Donna di Veleni in un tempo diverso, astratto, misterioso, e in un luogo archetipico. Il meccanismo scenico racconta e svela di continuo un sotto-testo, uno spazio magico antico delle profondità nascoste dell'uomo. Per me la Donna di Veleni è la grande matriarca che conosce e scende nelle viscere, nei meccanismi ancestrali dell’uomo e ne rivela le essenza. Ma sempre in modo oscuro, come avviene per i vaticini; siamo noi a crearci il nostro destino.

E' ammirevole la semplicità dell'allestimento: un grande letto a baldacchino all’inizio, tendaggi non opprimenti che spariscono in alto; dalla camera da letto iniziale con una suggestiva evocazione di iconografia sacra che in un abile gioco di ombre fa da schermo al canto dedicato alla Madonna Pellegrina alla nuda scena limitata da una pedana circolare e dal gioco di pochi elementi simbolici, la stella mistica, contorni di giochi d'ombra come il suggestivo momento della composizione del filtro. Essenzialità per necessità o per scelta?
E' una scelta ben precisa discussa con Controluce e con Alice Delorenzi. Sono pochi elementi naturalistici che contengono dentro di sé l'essenza del mito; il letto che diventa luogo archetipico, spazio sacro inviolabile, mistero, bosco, ecc.; elementi che possono accogliere le ombre: il baldacchino del letto, i grandi quadri, i mantello rosso della maga, i mantelli degli uomini neri… Giochi di ombre e di luce che avvengono nei momenti essenziali della narrazione, come quello ad esempio della composizione del filtro magico. L'uso della luce che svela o nasconde è per me anche lavorare comunque con le ombre, con l'essenza dell’ombra.

Le azioni degli attori sono al minimo con la sola eccezione della protagonista. 

Ho cercato una gestualità semplice e contenuta, per un'opera che è una sorta di grande cantata scenica. Invece sì con Paoletta Marrocu siamo partiti dall'idea di avere per la Donna di Veleni una gestualità diversa. Le ho proposto di partire e ispirarsi al Bharatanatyam, antica danza sacra indiana con un ricchissimo linguaggio delle mani, i mudra. Per me la Donna di veleni doveva essere altro sia nel costume atemporale e antico, sia nei movimenti, appunto una sciamana in contatto con le grandi forza della vita e della morte.

Si riuscirà a farlo circuitare? Personalmente ne ho tratto una bella esperienza visiva e musicale.
Lo spero! E' anche la volontà della sovrintendente e direttrice del Teatro Coccia, Corinne Baroni, che sta facendo di questo teatro qualcosa di veramente entusiasmante e culturalmente di grande valore. L'atmosfera che si respira al Coccia di Novara è piacevolissima e la qualità del lavoro molto alta.
Successo di pubblico per un’opera nuova, che vuol dire, oltre che continuità storica, anche nuovi orizzonti di prospettiva professionale, con l'ottimo apporto dei solisti dell'Accademia dei Mestieri dell'Opera (AMO) del Teatro Coccia. Gli interventi come corifei, paesani, di giovani confermano che le voci giovani ci sono e talvolta c'è anche chi le sa preparare e valorizzare come si deve.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Lunedì, 23 Marzo 2020 13:51

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