lunedì, 06 aprile, 2020
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I MILLE VOLTI (LA SOLA ANIMA) DI MAX VON SYDOW. -di Angelo Pizzuto

Max Von Sydow Max Von Sydow

Il ricordo
I MILLE VOLTI (LA SOLA ANIMA) DI MAX VON SYDOW
Di Angelo Pizzuto

Non lo merita. Sopraffatto dai bollettini ‘calienti’ e sgomenti relativi al corona-virus, rischia di scivolare fra i trafiletti e i dispacci di agenzia la notizia della recente scomparsa (a 90 anni) di Max Von Sydow, uno degli interpreti cinematografici (e teatrali) più originali, inconfondibili, di innata aristocrazia espressiva avuti in dono dagli schermi, dai set del secondo novecento- con tenace, proficuo prolungamento alle più recenti, eterogenee produzioni dell’imponderabile ‘millennium’.
Nato in Svezia (nella città di Lund) da una famiglia di ascendenza germaniche (di alto lignaggio… ebbene si), von Sydow è stato, in primo luogo (e in estrema sintesi), fra gli attori prediletti e preferiti di Ingmar Bergman e caratterista (sopraffino) di blockbuster che ne hanno sancito la notorietà anche al pubblico dei “novizi” e meno cinefili. In particolare: dal sacerdote archeologo de “L’Esorcista” al “Risveglio della Forza” della saga Star Wars, dal veggente Corvo (con tre occhi) nei serial televisivi del “Trono di Spade” allo scivolone… di affiancare Stallone in “Dredd - La legge sono io” (“non è il guadagno, ma la curiosità di conoscere cosa diamine è questo b.movie…”-si giustificò)
Max von Sydow intraprese a recitare nei teatri svedesi nei primi anni Cinquanta, diplomandosi a Stoccolma presso la Scuola Reale di Arte Drammatica, e subito attivandosi presso le stanziali compagnie di Horrkoping e Helsingborg. Debuttando nel cinema ad appena vent’anni con il maestro scandinavo Alf Sjoberg nel film “Solo una madre”. Il 1955 è l’anno della grande svolta: conoscendo Ingmar Bergman sui praticabili di un teatro di provincia, viene scelto per il ruolo di protagonista di un capolavoro quale “Il settimo sigillo” (1957), memorabile per quel ruolo di Cavaliere di ritorno dalle crociate- in un habitat sconvolto da una “ennesima”, allegorica pandemia- che giocherà sino allo spasimo la sua partita a scacchi con la Morte, “febbrilmente turbato” dalla perduta fede religiosa (film è tornato in sala in versione restaurata nel 2018 in occasione del centenario della nascita del regista e a cinquant'anni dall'uscita nelle sale italiane. n.d.r.)
Con Bergman ha così inizio Inizia una fitta collaborazione che si inoltrerà per oltre dieci anni (divenendo egli, al pari del grande compagno di scena Erland Josephson, un virtuale alter ego del Maestro) annoverando titoli che appartengono di diritto alla Storia del Cinema: “Il posto delle fragole” (1957), “Il volto” (1958), “La fontana della vergine” (1960), “Come in uno specchio” (1961), “Luci d'inverno” (1963), “L'ora del lupo” (1968), “L’uovo del serpente” (1980), ciascuno dei quali meriterebbe una apposita ricognizione e digressione.
La carriera di von Sydow- che per indole era un uomo ironico, affabile, giramondo- si sposta ben presto (anche) a Hollywood dove interpreterà, con ieratica lievità il ruolo di Gesù in “La più grande storia mai raccontata” di George Stevens (1964)- e successivamente padre Merrin, prete archeologo in “L'esorcista” (1973) di William Friedkin e l’imperturbabile, filosofico killer Joubert in “I tre giorni del Condor” (1975) di Sydney Pollack. Collaborando anche a “La morte in diretta” (1980) di Bertrand Tavernier, a “Flash Gordon” (1980) in cui è il feroce imperatore galattico Ming e “Hannah e le sue sorelle” (1986), attempato amante da cuore fanciullo in una fra le più complesse (e dimenticate) opere di Woody Allen.
Dalla metà degli anni Settanta, Max von Sydow sarà attivo anche nel cinema italiano. Diretto da Alberto Lattuada in “Cuore di cane” (1976) - dall’omonimo romanzo di Bulgakov, e comprimari italiani di variegata pertinenza: Cochi Ponzoni, Violetta Chiarini, Eleonora Giorgi- sarà anche nel cast di “Cadaveri eccellenti” (1976) di Francesco Rosi, “Il deserto dei Tartari” (1976) di Valerio Zurlini, “Gran bollito” (1977) di Mauro Bolognini, “Non ho sonno” (2001) di Dario Argento. E poi scritturato da concettuali autori ‘cosmopoliti’ quali Wim Wenders per “Fino alla fine del mondo” (1991) e Lars von Trier per “Europa” (1991) – onorando poi la lunga amicizia con Liv Ullman per il suo unico esordio registico di “Conversazioni private” (1997).
Esperienza che lo stesso von Sydow si era concessa, nel 1988, firmando il suo unico lungometraggio “Katinka - Storia romantica di un amore impossibile”, destinata a non più ripetersi poiché – disse a se stesso prima che agli altri “il mestiere del regista è molto più faticoso di quello dell’attore… Basta così.” Egregiamente riparando presso “Risvegli” di Penny Marshall (1990), altra opera di inalterata attualità etico-sociale (dibattuta fra accanimenti terapeutici ed encefalite letargica) a fianco di Robert De Niro e Robin Williams.
Diretto da Steven Spielberg in “Minority Report” e da Martin Scorsese in “Shutter Island”, la carriera di von Sydow (che non dimenticò mai il teatro, recitando Strindberg ed Ibsen, di ritorno a Stoccolma in tarda età) si “espose” alla candidatura di due Oscar purtroppo mai ottenuti: nel 1989 come miglior attore protagonista per “Pelle alla conquista del mondo” di Bille August, e nel 2012 quale ‘non protagonista’ per “Molto forte, incredibilmente vicino” di Stephen Daldry. Andava comunque fiero del prelibato Premio Pasinetti assegnatogli alla Mostra di Venezia del 1982 per l’interpretazione de “Il volo dell’aquila” di Jan Troell 
“Ha un modo di recitare inconfondibile e tutto suo"- scrisse tanto tempo fa un (mio) maestro della critica, Fernaldo Di Giammatteo- …”ancestrale, ieratico, mitico e mistico sino alla trascendenza…ma ho la sensazione che si diverta anche a sfotterci… gran sornione di magistrale aplomb”. Non è escluso…

Ultima modifica il Sabato, 14 Marzo 2020 23:09

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