sabato, 04 aprile, 2020
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LA SCOMPARSA DI FLAVIO BUCCI - CAVALIERE ERRANTE DELLA ‘CUPIO DISSOLVI’ di Angelo Pizzuto

Flavio Bucci, Flavio Bucci,

LA SCOMPARSA DI FLAVIO BUCCI
CAVALIERE ERRANTE DELLA ‘CUPIO DISSOLVI’
di Angelo Pizzuto

Sono certo che altri ricorderanno degnamente, e per quel che merita, l’attore e l’artista, “irregolare” ma di struggente talento, che avevano dimora fra corpo, inconscio e intelletto di Flavio Bucci. Ma, quasi certo che pochi lo faranno, vorrei testimoniare, in prima persona, quel che fu il suo ‘fare teatro’. Avendo avuto modo – non fortuitamente, ma perché attratto da quel suo modo sghembo, ‘disagevole’ di introiettare il personaggio- di seguirne gran parte della non irrisoria, ma ‘sistematicamente’ dispersiva, carriera scenica.
Nato a Torino nel 1947, già da ragazzo aveva frequentato con famelica curiosità gli ambienti del locale Teatro Stabile, allora diretto da due assi dell’imprenditoria di settore: Vico Faggi e Ivo Chiesa. Poi, avventurandosi a Roma nel 1968, allievo di Ruggero Jacobbi (altro ‘grande’ della regia e della didattica di cui dovremmo andar fieri, rileggendo ad esempio “L’avventura del Novecento”), Flavio Bucci è scritturato, lo stesso anno per “L’arcitreno” del surreale Silvano Ambrogi.
Apprezzato dalla critica e ben accetto dal pubblico, inizia così una non lunga ma pregnante avventura di spettacoli dal vivo, di città in città, che annovererà titoli quali “Peer Gynt” di Ibsen, “Amleto” di Shakespeare, “Il principe” da Machiavelli, sempre in ruoli da comprimario, ma tutti di forte spessore ed evidenza.
Appropriandosi con intelligenza del televisivo successo di “Ligabue” (dove è diretto da Salvatore Nocita), Bucci, nel 1978, ha l’estro, il fascino stralunato, la smarrita ‘innocenza’ (già declinata all’auto-lesività) dello ‘spudorato’, sarcastico “Don Chisciotte” diretto da Armando Pugliese – ove si accentua la natura farneticante, eversivo-patologica del più grande dei disadattati scaturito dalla barocca fantasia di Cervantes. Nel 1984, ancora in ascesa, l’interprete è protagonista e regista de “Il re muore” di Jonesco (attualizzato al ‘contemporaneo’), inserito nel prestigioso cartellone del Festival di Spoleto, allora diretto da Giancarlo Menotti.
Nel 1990 egli approderà al repertorio classico con “Empedocle” di Holderlin (regia di Melo Freni) ed al pirandelliano “Cecè” (Teatro Greco di Taormina) elaborato in versione dissacrante, parodistica, ma stilisticamente impeccabile, vigilata, coerente da cima a fondo (nel dar vita al perdigiorno che, per fare prima, inizia “col perdere se stesso”). Prodigandosi anche – e marcando i toni dell’eccessività a lui consoni- in “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll e Le “Memorie di un pazzo” di Gogol.
Seguiranno, con a fianco l’ex moglie Micaela Pignatelli, le prove sostanzialmente compatte (e intinte, con rispetto, al genio intangibile di Pirandello) de “Il fu Mattia Pascal” e de “l’Uomo, la Bestia, la Virtù”, in due edizione che, dalla metà degli anni ’90, ebbero una proficua tournée, purtroppo angariata dal rapporto coniugale che andava deteriorandosi.
Vi fu anche il tempo, per Bucci, di prodigarsi, in altri tre spettacoli di buon valore: “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (regia di Marco Mattolini), “Riccardo III” e “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (regia di Mario Missiroli). Tornando a recitare – dopo anni di assenza- con lo spettacolo dedicato a Giacomo Leopardi “Che fai tu luna in ciel”, diretto da Marco Mattolini, affiancato dalla danzatrice Gloria Pomardi e dalla pianista Alessandra Celletti.
Flavio che – nella diffusa fantasia di chi lo conobbe da vicino- restava l’ostinato e antiepico cavaliere errante capace (in pochi decenni) di bruciare le tappe e non sentirne il bisogno di darsene altre: eclettico, irritabile, irruente, e a suo modo geniale nella metodica arte di rendersi inviso alla (indubbiamente ipocrita) “società dello spettacolo” ed alle pubbliche esposizioni (relazionali) del sé stesso scontroso e corrusco. Purtroppo ne pagò le conseguenza specie in termini di (auto) emarginazione, dissidi e incapienza economica.
Persi di vista Flavio Bucci poco prima del nuovo millennio, per poi ritrovarlo- la scorsa estate- in una sorta di “confessione in pubblico” (in un teatro all’aperto della periferia romana) dove si chiedeva con disarmato candore – e chiedeva a noi- “dov’è che mi sono perso?”. Nessuno osò rispondere che la ‘cupio dissolvi’ taluni se la portano dentro, sin dall’infanzia, a marchio bipolare ed eclettico, di una buia “Patente” (o “Lettera scarlatta”) impressa nel Dna.

Intermittente ma tutt’altro che irrisoria resta l’Hidalgo di Bucci tanto nel cinema quanto nelle fiction televisive. Che sintetizzeremo il più possibile.
Dopo essersi diplomato alla Scuola di Recitazione dello Stabile di Torino, Flavio Bucci ebbe uno smagliante debutto cinematografico, diretto da Elio Petri, che lo volle protagonista (a fianco di Ugo Tognazzi e Daria Nicolodi) nelle ‘eversive’ nevrosi anarchiche di “La proprietà non è più un furto” (1973), il cui successo fu presto intercettato da Marco Tullio Giordana per il suo film d’esordio “Maledetti vi amerò”(1979).
Già nel 1977, come accennavamo, Bucci aveva comunque conquistato il volubile “grande pubblico” (concetto di massmediologia astratta), interpretando lo sceneggiato Rai dedicato al pittore Ligabue (mimetizzandosi alla perfezione fra i tormentati visionari dell’artista misantropo-naif) , tornando a lavorare per Salvatore Nocita per i “Promessi sposi” (1989), per poi cimentarsi in ruoli di mera routine ‘malavitosa’ in “La Piovra” di Damiano Damiani (1984) e “L'avvocato Guerrieri” di Alberto Sironi (2008).
Dopo essere stato con Giuliano Montaldo per “L'Agnese va a morire” (1976), “Il giorno prima” (1987) e nel televisivo “Circuito chiuso” (1978), il cinema di Flavio Bucci declinò (insieme al suo ‘trascurato’ corpo) verso i ruoli di caratterista: il prete Don Bastiano in “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli (1981), “Tex e il signore degli abissi” (1985), “Secondo Ponzio Pilato” (1987), “Teste rasate” (1993), “Il silenzio dell'allodola” (2005) e “Il divo” di Paolo Sorrentino (2008), ove fu uno “strepitoso, sgradevole, untuoso” on. Evangelisti, segretario e guardaspalle di Giulio Andreotti.
Tutto da scoprire resta invece il recente tributo filmico resogli dal regista Riccardo Zinna con il documentario-confessione “Flavioh”, che narra di un uomo ed amico “spigoloso, caparbio, generoso e coerente” lungo un viaggio attraverso strade, stanze, suoni, mondi, corpi, amori volati via come polline senza primavera. Irritando gli occhi a chi “non ha occhi per vedere”.

Ultima modifica il Giovedì, 20 Febbraio 2020 22:29

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