venerdì, 20 settembre, 2019
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della Compagnia La Fortezza di Volterra. -di Nicola Arrigoni

Naturae: l'estro e la realtà in cerca dell'homo felix. Conversazione con Armando Punzo sull'utopia del teatro e l'esperienza 
della Compagnia La Fortezza di Volterra. -di Nicola Arrigoni

Naturae::Compagnia La Fortezza di Volterra Naturae::Compagnia La Fortezza di Volterra

Naturae: l'estro e la realtà in cerca dell'homo felix
Conversazione con Armando Punzo sull'utopia del teatro
e l'esperienza 
della Compagnia La Fortezza di Volterra

di Nicola Arrigoni

Ci sono strane coincidenze che illuminano il senso di un incontro, che rafforzano il pensiero che scaturisce da un confronto. Da una coincidenza materiale piace partire riferendo della conversazione con Armando Punzo, regista, animatore di quell'esperienza unica che è la Compagnia della Fortezza di Volterra che da oltre trent'anni racconta di come il teatro sia strumento di umanità, di dignità, di pensiero e libertà. La coincidenza materiale di cui si diceva è la carta intestata su cui per caso si sono stesi gli appunti della conversazione telefonica con Punzo, all'indomani della messinscena Naturae a Volterra. Sui fogli di carta belli e filogranati in alto a destra c'è il titolo di una mostra della fine degli anni Novanta organizzata a Crema dal titolo L'estro e la realtà. Due parole, due concetti, un ossimoro che fanno riferimento alla pittura lombarda del Seicento, ma che si crede possano essere significanti anche per l'esperienza della Fortezza e senza dubbio richiamano molti concetti teatrali ed umani che Armando Punzo frequenta con costanza e passione da oltre trent'anni.

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Perché se la realtà per l'esperienza della Compagnia della Fortezza è il carcere, l'estro sta nella capacità di guardare oltre ed è il teatro come strumento di humanitas, come maieutica dell'essere. Ed anche in questo si avverte una straordinaria ed estrosa – ovvero fuori dall'ordinario e perché no dalla realtà – coincidenza o coerenza di intenti nel racconto di quel grande rito teatrale che è stato Naturae, il terzo capitolo di una saga del pensiero partito da Shakespeare di Dopo la tempesta, passato per Borges di Beatitudo e approdato a Naturae: «Quando nel 2016, durante la scena finale di Dopo la Tempesta, Lui e Il Bambino si sono presi per mano e hanno voltato le spalle al mondo di Shakespeare, a quell'affresco di intrighi e trame che volevano tradire e disconoscere come fondamento della loro esistenza, gli spettatori non sono rimasti da soli a contemplare le macerie, poi è venuto Beatitudo e il liquido amniotico borgesiano in cui ci siamo immersi. Ci siamo chiesti e su questo abbiamo lavorato se era possibile frequentare un'umanità diversa da quella consegnataci da Shakespeare, un'umanità che siamo noi stessi presi dalle nostre passioni, dall'invidia, dall'ambizione, per fare questo abbiamo attraversato Borges e la sua capacità di mettere in crisi il principio di realtà, di farci dubitare che la realtà sia così come che ce la figuriamo – spiega il regista -. Come sempre tutto in teatro nasce dalle domande che abbiamo la libertà di farci».

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Una fuga dalla realtà sembra quella che si concedono Punzo e la sua compagnia in Naturae, ma forse – e in ciò aiuta la riflessione del regista – non tanto la fuga dalla realtà, ma più probabilmente il tentativo di immaginare o vedere o costruire una realtà altra: «Lasciarsi alle spalle l'umanità di Shakespeare ha voluto dire per noi cercare l'armonia, l'equilibrio, lo stupore dell'umanità, senza per questo necessariamente essere buonisti». Fa una pausa e poi Punzo recupera la lezione di Dante e cerca di inquadrare l'azione e la finalità di questo bisogno di armonia: «Si dice che per la sua Divina Commedia, Dante abbia provato a partire fin da subito dal Paradiso, perché di quello aveva bisogno, ma che non ci sia riuscito e che quindi sia dovuto tornare indietro e cominciare dall'Inferno. Una sola cosa è certa, che l'approdo che cerchiamo non è né in cielo né in terra, né in un dio, né in un altrove esotico, ma tutto in noi, solo in noi, nella nostra natura, anzi nelle nostre infinite naturae. C'è un mondo intero di qualità che cercano di emergere dal pozzo in cui le abbiamo relegate: Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza. La nostra civiltà non è un approdo, è una fase di passaggio. L'evoluzione non si è arrestata. Ogni generazione ha una nuova sfida all'orizzonte, a noi spetta il compito di superare l'Homo Sapiens per andare incontro all'Homo Felix».
Il plurale di natura, la volontà di superare l'Homo Sapiens per andare incontro all'Homo felix alla fine cozzano – almeno per chi sta fuori dal contesto della Fortezza e per noi spettatori – con la condizione umana che Punzo frequenta da oltre trent'anni, quella realtà a parte che è il carcere, con un'umanità che è costretta a recitare sempre la stessa parte, la parte della colpa che non si lava, il ruolo dell'odio, della violenza, dell'atto che sopraffà l'altro in maniera permanete, quasi a lavare la coscienza di chi è fuori, una realtà che bruca ed è rimossa. «Attenzione non incorriamo in quello che da trent'anni cerco di combattere – mette in guardia Punzo -. Le domande che nutrono la nascita di ogni mio spettacolo sono indipendenti dal contesto, sono gli interrogativi che accomunano ogni persona, sono il grimaldello per offrirci un'altra possibilità di realtà, per vedere se è possibile essere altro. Tutto ciò si compie con i miei attori all'interno del carcere, ma anche con i ragazzi che incontro in laboratori che mi ritrovo a condurre in condizioni di professionismo dell'arte. Mi viene in mente quanto fatto recentemente a Mondaino, le domande che mi sono posto con i ragazzi sono state le medesime che ci interrogano all'interno del carcere. Il percorso che stiamo portando avanti è volto a scoprire, o semplicemente a far emergere ciò che non si vede, ciò che sta nel profondo e ipotizzare la possibilità di un'intima ma reale armonia, equilibrio, stupore che è proprio dell'uomo». Quell'homo felix che Punzo va cercando, per oltrepassare l'homo sapiens. In questo percorso anche la realtà di denuncia sembra superata, non inutile ma scolorita: «Mi viene da pensare a tanti festival, non solo teatrali, che pongono al centro la realtà, che vogliono documentare gli aspetti drammatici del tempo che viviamo. In tutto ciò non c'è nulla di male, anzi, ma spesso mi viene da pensare quanto più efficace e tempestiva sia la capacità di documentare la realtà di media come la televisione – prosegue il regista de La Fortezza -, per questo, forse, il nostro compito è un altro. È partire da quelle domande, domande condivise con il pubblico che ci segue e partecipa a un dialogo, spettacolo dopo spettacolo, che ci arricchisce. Di questo ho avuto contezza nel trittico del viaggio iniziato con Dopo la tempesta». Eppure le domande e le pratiche della Compagnia della Fortezza partono da una condizione di realtà non usuale viene da insistere parlando con Armando Punzo, nella consapevolezza che è proprio lo spazio chiuso della Fortezza, l'umanità di quel luogo a protestare ogni volta una propria via di fuga: «Io da trent'anni lavoro in una cella di tre metri per undici, questo è il nostro spazio d'azione, poi le immagini, le estetiche, le condizioni di racconto esplodono nel momento dell'azione scenica, ma nascono e trovano il loro sviluppo in questo spazio con una partecipazione ai laboratori che tiene conto dei tempi e delle modalità carcerarie che non sono le nostre – rivela -. Malgrado ciò, poi il respiro dei nostri lavori è altro, supera la realtà contingente di quella cella e va oltre, negli scenari offerti dal carcere, nell'estetica che negli anni abbiamo costruito, ma soprattutto nello sguardo degli spettatori e di noi che siamo con loro durante il viaggio».

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In questo senso la realtà si supera e lo fa attraverso l'estro, l'incentiva del poeta, del demiurgo, di Punzo e i suoi attori, di Punzo e l'umanità che si dischiude allo stupore e alla bellezza. Eppure – proprio nell'ambito della messinscena di Naturae – si sono poste le fondamenta (forse) per la nascita del Teatro Stabile della Fortezza, per cui da quattro anni è pronto un milione di euro. Di tutto ciò si è parlato nell'ambito dell'incontro Utopia del teatro. Costruiamo il teatro stabile nella Fortezza di Volterra: presentazione dei progetti definitivi per la realizzazione di uno spazio teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra e delle iniziative a sostegno del progetto, promosse dal Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Toscana e dalla Fondazione Michelucci in cui sono intervenuti Maria Grazia Giampiccolo, direttore Casa di Reclusione di Volterra, Dario Danti, assessore alle Culture Comune di Volterra, Franco Corleone, garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Toscana, Corrado Marcetti della Fondazione Michelucci di Firenze, Ettore Barletta, dirigente Ufficio Tecnico del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, insieme, ovviamente, ad Armando Punzo che in merito osserva: «La volontà di dare vita al teatro stabile della Fortezza non nasce dal desiderio di trovare casa – specifica -. Dopo trent'anni posso andare avanti a lavorare nella cella di tre metri per undici. Ciò che permetterebbe la creazione dello Stabile La Fortezza è avere fondi e spazi per lavorare con continuità e in apertura sui mestieri del teatro. In questo senso l'esperienza della Fortezza servirebbe a mettere a punto una serie di percorsi professionali e di lavoro con ricadute sulla realtà, percorsi legati ai mestieri della scena che non vuol dire solo attori e registi, ma anche la formazione delle maestranze, del sapere tecnico, indispensabile a teatro quanto quello artistico. Arrivano da tutta Italia per venire a toccare con mano cosa vuol dire fare teatro nella Fortezza, la possibilità di costruire uno Stabile con spazi ad hoc renderebbe tutto molto più agibile e agevole e soprattutto permetterebbe di rendere patrimonio comune l'esperienza di oltre trent'anni di teatro dentro la fortezza».

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Un anticipo di questa volontà è stato senza alcun dubbio la seconda edizione del progetto Per aspera ad astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, sostenuto da ACRI – Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa, la Masterclass di alta specializzazione con la Compagnia della Fortezza, destinata ad operatori artistici, ovvero registi e/o artisti intenzionati ad avviare un'attività artistico-teatrale in carcere o che sono già attivi in contesti carcerari. La Masterclass, presso la Fortezza Medicea/Casa di Reclusione di Volterra, ha offerto la possibilità di partecipare alle fasi culminanti e fondamentali della creazione artistica del lavoro che Armando Punzo svolge con attori e collaboratori della sua compagnia, e conoscere e condividere la metodologia messa a punto in oltre trenta anni di lavoro all'interno del Carcere di Volterra, interagendo con tutti i settori coinvolti nella realizzazione dello spettacolo: recitazione, rielaborazione drammaturgica, coreografie, scenografia e scenotecnica, costumi e sartoria, trucchi di scena, fonica e sound engineering.
In questo senso la realtà si amplia e si disvela grazie all'estro dell'arte e dell'atto creativo, in questo senso – forse – il viaggio di Armando Punzo conduce con determinazione e passione alla definizione di un Homo Felix che si compie e si completa nel donarsi, nell'aprirsi, nel costruire la possibilità di una realtà altra, in cui armonia e stupore si rispecchiano nella condivisione di sapere e di poesia. Che l'avventura continui...

Ultima modifica il Domenica, 18 Agosto 2019 17:08

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