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Martedì, 20 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Charles Jude, francese nato a My Tho (pochi mesi prima della scomparsa dell'Indocina francese), dopo aver studiato al Conservatorio di Nizza con Alexandre Kalioujny, è entrato nel Balletto dell'Opéra di Parigi nel 1972, corpo di ballo che vede alla direzione Rudolf Nureyev nel 1983. Jude viene nominato Étoile nel 1977. Negli anni Settanta fu eccezionale interprete de L'Après-midi d'un faune di Vaclav Nižinskij, a seguire brillò nei grandi balletti di Nureyev, Balanchine, Lifar, Béjart. Nel 1996 ha assunto la direzione del balletto del Grand Theatre de Bordeaux (dal 1996 al giugno 2017). Sua sorella, Marie-Josèphe Jude, è una pianista classica. Primo ballerino nel 1975, ha vinto la medaglia di bronzo al Tokyo International Competition con Florence Clerc. L'8 luglio 1977 è stato nominato Étoile dopo il suo ruolo principale in "Ivan il Terribile" (cor. Yuri Grigorovich). La sua danza combina una fluidità felina (L'Après midi d'un faune, V. Nijinski) con la raffinatezza dello stile classico (Etudes, H. Lander) che lo predispose ai ruoli del principe. Dal 1978 al 1996, ha ballato i più grandi ruoli dei balletti classici (Giselle, e nelle versioni di Rudolf Nureyev: Lo Schiaccianoci, Lago dei cigni, Raymonda, Romeo e Giulietta, La bella addormentata, Cenerentola, La Bayadere, Don Chisciotte), e le opere dei Ballets Russes (Lo spettro della rosa, l'Après-midi d'un faune, Petrouchka...). Tra le sue principali partner ricordiamo Marcia Haydée, Claire Motte, Ghislaine Thesmar, Noëlla Pontois, Florence Clerc, Elisabeth Platel, Monique Loudières, Sylvie Guillem, Carolyn Carlson, Cynthia Gregory, Natalyia Makarova, Isabelle Guérin, Carla Fracci, Alessandra Ferri, Elisabetta Terabust, Maïa Plissetskaïa. Il suo repertorio ha spaziato anche nel neoclassico e nel contemporaneo con le coreografie di George Balanchine, Jerome Robbins, Anthony Tudor, John Cranko, Maurice Béjart, Paul Taylor, Merce Cunningham, John Neumeier, Jirí Kylián, Glen Tetley, Michael Clark, Carolyn Carlson, Louis Falco, Jose Limon, John Buttler ed altri. Ha partecipato regolarmente alle tournée di "Noureev and Friends". In qualità di danseur étoile è stato invitato a ballare con il Royal Ballet di Londra, le Ballet de l'Opéra di Vienna, il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, le Ballet Royal Danois e sulle scene dell'Opera di Roma, Napoli, Berlino, Stoccolma, New York (M.E.T.). Professore al CNSM di Parigi, ha insegnato con Marika Besobrasova all'Académie de Danse di Monaco. Dalla sua nomina a direttore del Balletto de l'Opéra di Bordeaux nel 1996, Chalers Jude ha continuato la carriera di interprete (Petrouchka, Suite in bianco, I quattro temperamenti, Serenata, Il figliol prodigo, Icaro, La Pavane du More) e si è distinto per le creazioni coreografiche attraverso le riletture dei più celebri balletti come Schiaccianoci, Giselle, Coppélia, La Bella Addormentata, Il lago dei cigni, Don Chisciotte. Nel marzo del 2009 ha creato una nuova coreografia di "Roméo et Juliette". Charles Jude ha ricevuto il "Prix Nijinski" nel 1976 e il "Prix Lifar" nel 1988, è stato nominato "Chevalier des Arts et des Lettres" (1990), "Chevalier de la Légion d'honneur" (1996) e "Officier des Arts et des Lettres" (2001).

Gentile Maestro Jude, la sua carriera è talmente ricca ed affascinante che è quasi difficile elencare tutti gli eventi, le esibizioni e le collaborazioni. Da bambino si sarebbe mai aspettato un futuro così ricco di soddisfazioni artistiche?
Sinceramente, no!

Ma la danza è sempre stato il suo sogno o da ragazzino ambiva a qualche altra professione?
Da ragazzino desideravo diventare un pilota di Formula 1 o di Rally, una carriera con le macchine da corsa!

A quali maestri è più grato?
Al Maestro Alexandre Kalioujny, Rudolf Noureev, Serge Lifar.

Lei è nato ad My Tho, nell'Indocina francese, com'era vista la danza nel suo paese nativo?
A quei tempi in Vietnam non esisteva la danza classica. Adesso, grazie alla cultura francese, è arrivata non solo la danza classica ma anche quella moderna e contemporanea.

La sua formazione l'ha visto allievo presso il Conservatorio di Nizza con il M° Alexandre Kalioujny. Come mai la scelta è caduta su Nizza?
Mio padre era magistrato a Grasse, ma abitavamo ad Eze in Costa Azzurra, quindi quando i pomeriggi dovevo aspettare il suo rientro dal lavoro, per non lasciarmi solo, mi mandava da un suo amico che lavorava al Conservatorio di Nizza. Stavo seduto accanto al Maestro Alexandre Kalioujny a guardare le lezioni, per niente interessato alla danza. Poi un giorno il maestro mi chiese a cosa fossi appassionato ed io risposi all'atletica, così volle vedermi correre e saltare, e poi mi disse che la danza era fare tutto quello ma con i piedi stesi e le ginocchia stese, ma ancora non ero poi così coinvolto... Fu solo dopo aver visto assistito ad un balletto in teatro che iniziai a prendere lezioni con il Maestro!

Poi si è trasferito a Parigi ed è entrato nel Corpo di Ballo dell'Opéra di Parigi dando un grande impulso ed inizio alla sua carriera internazionale. Che tempi erano per la danza e qual è stato il suo impatto entrando in una delle più celebri compagnie del mondo?
La cosa che mi colpì di più, è che c'erano molti uomini, mentre a Nizza ero il solo, e che c'erano classi divise per maschi e femmine.

A quali produzioni di quei tempi è più legato e a quali coreografi tralasciando per il momento Nureyev?
La Giselle di Alicia Alonso, il Lago dei Cigni di Bourmeister. E poi ai coreografi contemporanei che sono arrivati in seguito: John Butler, Brian Mac Donald, Merce Cunningham, Carolyn Carlson.

Come per magia, poi arriva alla direzione Rudolf Nureyev. Mi racconta il vostro primo incontro?
Il nostro primo incontro è stato abbastanza casuale. Rudolf aveva una casa vicina ad Eze, e l'estate a volte veniva a Nizza a fare lezione con il Maestro Alexandre Kalioujny. Una volta gli chiese se ci fossero ballerini uomini, e lui rispose che c'ero soltanto io, ma in quel momento ero in vacanza sulla spiaggia di Eze. Così un pomeriggio Rudolf, insieme a degli amici, venne sulla spiaggia e chiese di me. Si presentò (io non sapevo nemmeno chi fosse) e mi invitò, insieme al M° Alexandre Kalioujny, ad assistere al suo spettacolo. Quella sera andai a vederlo, e iniziai a capire che forse il balletto poteva interessarmi davvero...

Oltre alle innate doti di Nureyev che lo hanno reso il "ballerino dei ballerini", a parte il divismo, l'adorazione del pubblico, secondo lei qual è stato il vero pregio di Nureyev a favore dell'arte del danza mondiale ed in particolar modo al ruolo maschile?
Rudolf ha cambiato l'abbigliamento, cosa molto importante. Lo ha reso più estetico, ha messo in evidenza le gambe del ballerino tagliando il costume sopra le anche. Ha poi introdotto variazioni maschili nel balletto, in modo da equiparare i ballerini alle ballerine. Prima di allora l'uomo era solo un partner. Ha inserito variazioni con difficoltà tecniche così elevate che solo i ballerini eccellenti potessero danzare. Ha inoltre rivisitato le scenografie del balletto russo di Petipa, rendendole meno barocche e più moderne.

Credo che l'incontro con Nureyev sia stato quello più importante e che ha segnato positivamente il suo percorso. La nomina ad étoile quando avvenne e per volere di chi?
Rudolf è arrivato alla direzione dell'Opéra nel 1983, mentre io sono stato nominato Etoile nel 1977 da Huges Gall su proposta di Raymond Franchetti, alla fine di "Ivan le Terrible" di Yuri Grigorovitch.

Lei una volta disse che Nureyev non ha semplicemente trasmesso le sue conoscenze ma ha personificato la scuola della vita per un ballerino. Quali erano, in breve, le sue quattro regole durante gli anni di direzione all'Opéra?
Disciplina, intransigenza, domandava la perfezione e voleva scorgere la "vita" dentro gli occhi del danzatore.

Ha danzato in coppia, tra le altre, anche con la nostra meravigliosa Elisabetta Terabust, da poco scomparsa. Com'è stato il lavoro in sala prove con la Signora Terabust e che magia si era creata in palcoscenico tra voi?
Quando io ballavo lei era già una grande stella, ma molto rispettosa. Dovevamo danzare "Giselle" all'Arena di Verona e avevamo due versioni diverse. Lei gentilmente mi chiese di farle vedere il ruolo della ballerina della versione di Lifar nel secondo atto, e poi disse che avrebbe eseguito quella. Mentre io avevo già capito che nel primo atto la mimica era molto diversa e quindi fui io a fare la sua versione. Abbiamo trovato una mediazione... La sua magia sul palcoscenico, secondo me, era anche dovuta al fatto che lei arrivava all'ultimo e rendeva tutto molto naturale!

In base alla sua esperienza, com'è attualmente lo studio della danza? Come si è evoluto l'insegnamento di quest'arte dai suoi tempi ad oggi?
L'insegnamento è diventato differente, perché la trasmissione è diversa. Ai miei tempi si lavorava con Maestri come Lifar, persone che avevano ballato quello che stavano insegnando. Ho conosciuto tutti i maestri, dall'epoca dei Ballets Russes... queste persone ora non ci sono più. Attualmente il diploma di Stato viene dato anche a persone che non hanno nemmeno ballato in compagnia, che sono usciti dalla scuola ed hanno iniziato ad insegnare. "La danza classica sta facendo fuori la danza classica", perché è troppo difficile! Oggi non puoi dire ad un allievo di fare in un certo modo... se è troppo difficile fa qualcos'altro. Prima si provava finché non si riusciva ad eseguire come il maestro desiderava. Quando vado ad assistere a uno spettacolo voglio vedere della Danza, quale che sia lo stile.

Quindi per tornare alla domanda, chi può ora trasmettere?
Chi ha il bagaglio dei balletti ballati in prima persona!

A suo avviso come si riconosce un buon maestro di danza? Quali sono le qualità (oltre all'esperienza e allo studio) che non possono prescindere da questa figura fondamentale nella crescita dei giovani allievi?
Dipende dal livello. Per i professionisti un buon professore è chi può trasmettere qualcosa che va oltre alla danza!

Maestro Lei ha avuto il piacere e l'onore di danzare al fianco di alcuni tra i più bei nomi del gotha internazionale della danza. Ora elenco alcuni di loro e lei associa un aggettivo o un ricordo particolare...

Marcia Haydée?
Umana, perfezionista.

Ghislaine Thesmar?
Leggerezza del movimento.

Noëlla Pontois?
La grande classe.

Monique Loudières?
Istintiva, lirica.

Sylvie Guillem?
Qualità straordinaria.

Carolyn Carlson?
Grande coreografa.

Natalyia Makarova?
Perfezionista.

Carla Fracci?
Grand Dame della danza.

Alessandra Ferri?
Emozionante.

Maïa Plissetskaïa?
Braccia sublimi.

Tra tutti i teatri del mondo in cui ha danzato, dove si è sentito più a casa, a parte l'Opéra di Parigi? E qual è secondo lei il pubblico più affettuoso e caldo nei confronti del balletto?
Tutti i teatri sono diversi. È l'artista che fa la "sua casa", è la sua anima che va in scena. Come diceva Robbins, la nostra casa è come la bolla all'interno della quale ci troviamo, un po' come nell'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Riguardo al pubblico... sicuramente i giapponesi idolatrano i ballerini. Ma per vedere veramente reagire in modo caloroso un pubblico, quale esso sia, si deve donare qualità ed emozione!

Tra i tanti riconoscimenti che ha ricevuto alla sua splendida "arte" tra i più prestigiosi sicuramente le nomine a "Chevalier des Arts et des Lettres", "Chevalier de la Légion d'honneur" e "Officier des Arts et des Lettres". Onorificenze di altissimo valore, cosa hanno significato per lei e per tutti i sacrifici e il duro lavoro di una carriera?
Sinceramente sono dei grandi riconoscimenti e ringrazio, ma non sono così fondamentali per me. L'importante è sempre quello che posso trasmettere al pubblico!

Nel 1996 è stato nominato alla direzione del Corpo di Ballo del Grand Theatre di Bordeaux, esperienza da poco terminata. Ripensando a quegli anni cosa la rende orgoglioso della Sua Direzione?
Mi rende orgoglioso aver portato questa Compagnia ad altissimo livello, di aver potuto aiutare questa generazione ad attraversare il mondo con la sua arte.

Secondo lei tanti celebri coreografi, a partire da Nureyev, cosa hanno trovato nella sua tecnica di nobile danzatore tanto da fare la differenza con gli altri danseurs?
Non so... avevo qualcosa e i coreografi mi sceglievano!

Ad esempio Serge Lifar?
Lifar era esuberante, aveva un temperamento forte, una personalità rara nella danza. Non era solo un ballerino ma un uomo di teatro, un attore. Credo che la qualità dei grandi danzatori come Nijinsky, Lifar, Nureyev... era che non fossero solo ballerini, ma dei veri artisti. Di ballerini ce ne sono tanti, di artisti no!

Lei è stato direttore di diverse compagnie e Corpi di ballo oltre a maitre de ballet! Quali sono le maggiori difficoltà nel ricoprire tali cariche?
La cosa più difficile è lavorare con i ballerini, il lavoro nello studio è quello più impegnativo, perché devi trasmettere. Tanti fanno finta di sapere, ma non trasmettono nulla!

Secondo lei, oggigiorno, nel mondo maschile della danza esistono ancora pregiudizi, soprattutto a livello della danza classica?
Credo che esista ancora il pregiudizio, ma qualora ci sia passione vera, il pregiudizio sparisce.

Dovendo tirare una sorta di bilancio sulla sua invidiabile carriera, qual è il suo pensiero?
Penso di aver contribuito a rendere le persone felici.

Quali sono i ricordi più belli legati alle tourneé di "Nureyev and Friends"?
Troppi per elencarli (ride)...

Il periodo trascorso a Montecarlo da Marika Besobrasova quali stimoli gli ha donato in più... com'era Madame Besobrasova in sala?
Marika era una grande dama della danza, che ha formato degli splendidi ballerini che hanno poi avuto carriere internazionali. Spiegava molto, era una perfezionista; voleva che gli allievi avessero disciplina nella danza come nella vita. Era aperta all'evoluzione tersicorea, ma purtroppo si è fermata quando l'evoluzione è diventata troppo veloce (con l'avvento dei cellulari, dei PC, di youtube). Lei insegnava il metodo Vaganova e mi chiamò perché io portassi qualcosa di nuovo, trasmettessi altre cose!

Tre doti fondamentali per i giovani allievi che aspirano al professionismo nella danza?
Fisico / carisma / volontà!

Cosa gli piace ricordare della sua esperienza al Teatro alla Scala di Milano?
Oltre al fatto di calcare questo mitico palcoscenico, la cosa che mi ha colpito di più è che il Corpo di ballo era sempre accanto a me, e sempre molto gentile ed affabile!

In una carriera così improntata alla disciplina e al rigore, quali sono stati le maggiori difficoltà e i sacrifici?
L'unico sacrificio è stato quello di essere lontano dalla mia famiglia e soprattutto dai miei figli maggiori, perché in quel periodo viaggiavo sempre.

A breve sarà in Italia con un progetto di altissimo livello culturale. Il 28/29/30 giugno si terranno a Firenze gli Esami internazionali dell'Associazione Dance Project Charles Judes con il patrocinio della Fondazione Serge Lifar. La Giuria sarà presieduta da lei con Madame Helene Trailine e da altre personalità formate da direttori di Accademie e Compagnie. Un appuntamento per coinvolgere il maggior numero di scuole, italiane e non, per creare un evento all'insegna della qualità. Gli esami prevedono la presentazione di variazioni di repertorio scelte tra le coreografie dei maestri Lifar, Nureyev e Jude. Non un semplice concorso, ma un esame al quale i ragazzi possono partecipare in base all'età e al livello, al seguito del quale verrà rilasciato un attestato che permetterà di accedere all'esame dell'anno successivo. Gli esami si concluderanno con un Galà alla presenza di ballerini provenienti dalle maggiori compagnie europee. Mi vuole parlare nel dettaglio dell'interessante progetto?
Sono da sempre molto legato all'Italia e in particolare a Firenze, dove ho ballato e dove stavo per prendere anche la direzione del Maggio Danza nel 2002 (ero già a Bordeaux e non potevo lasciare l'altro incarico). In tutti questi anni sono tornato molto spesso ed ho lavorato con allievi di scuole che seguivano il metodo di Marika Besobrasova. In Italia ci sono molte scuole che curano l'insegnamento con grande passione e qualità, ma che spesso spingono i propri migliori studenti ad andare in grandi Accademie, magari all'estero. Quello che vuole fare l'Associazione, che prende il mio nome e di cui sono il direttore artistico, è quello di permettere agli allievi più promettenti di arrivare ad una preparazione tale che possa permettere loro di accedere direttamente al mondo professionale, senza dover necessariamente diplomarsi in una grande Accademia. Il progetto prevede per questo degli stage di perfezionamento e un appuntamento annuale con gli Esami Internazionali. Sono certo che questo evento darà nuovo impulso allo studio della danza di grande qualità, perché i maestri che parteciperanno potranno trasmettere agli allievi qualcosa di molto importante, la loro "arte"!

Maestro, Lei possiede ancora un "grande sogno nel cassetto" da realizzare in nome della danza?
Bisogna sempre continuare a sognare, a progettare, ad evolversi nell'arte della danza, a trovare nuovi talenti ai quali trasmettere la propria arte.

Per concludere, la danza ed il balletto cosa le hanno regalato di più grande e più bello fino ad oggi?
Credo sia l'amore degli altri; il ritorno di ciò che ho donato!

Michele Olivieri

Martedì, 13 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Vittorio Biagi nasce a Viareggio (Lucca). Dapprima studia con Ugo Dell'Ara, nel 1958 entra al Teatro alla Scala di Milano, nel 1960 al Ballet du XXème siècle di Maurice Béjart. Negli anni 1967-68 è danseur étoile al Balletto dell'Opéra di Parigi. Dal 1969 al 1977 dirige il balletto dell'Opéra di Lione, nel 1977/1978 dirige l'Aterballetto, nel 1979 fonda la compagnia Danza Prospettiva, nel 1983/1984 dirige il Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo. Tra le sue più importanti coreografie "Pulsazione", da cui l'omonimo dvd del 2007, "VII Sinfonia di Beethoven", "Romeo e Giulietta" e "Alexander Niewsky". Ha lavorato anche per la Rai, France 2 e Tve spagnola. Con la "Compagnia Vittorio Biagi" ha portato in scena oltre trecento balletti/creazioni, trentacinque opere liriche, venticinque spettacoli, dodici operette, due commedie musicali. Attualmente è uno stimato docente di danza, tiene stage e masterclass di alto livello tersicoreo, siede nelle Giurie e Commissioni dei più rinomati Concorsi ed eventi di danza nazionali ed internazionali.

Carissimo Vittorio, chi ti conosce bene sa che sei nato per la danza e la danza vive in te?
Hai ragione Michele, sono nato ballerino! Fin da piccolissimo ogni occasione era buona per danzare, mi piaceva ballare il tip tap perché lo imitavo vedendo le pellicole con Gene Kelly e Fred Astaire. Ricordo di aver vinto anche un premio di Charleston e poi un altro di Rock and Roll a Genova!

Com'è stato il periodo della tua formazione, a chi ti sei affidato per diventare poi uno tra i più internazionali danzatori e coreografi italiani?
Un giorno a Genova, mia città di adozione, ho incontrato Paolo Bortoluzzi, sicuramente il più grande ballerino italiano. Vedendomi ballare mi ha proposto di prendere lezioni di danza classica ma io non ne ho voluto sentir parlare. In seguito, verso i 13/14 anni, il noto sindacalista televisivo Domenico del Prete mi ha proposto anche lui di dedicarmi alla disciplina classica. Così mi sono iscritto alla Scuola diretta da Ugo Dell'Ara (coreografo e direttore del Corpo di ballo al Teatro alla Scala per sette stagioni) e di Mario Porcile (fondatore e direttore del Festival Internazionale del balletto di Nervi) in via Luccoli e ho incominciato a studiare con la maestra Maria Molina, già allieva del Maestro Enrico Cecchetti, che ai quei tempi era in Scala. Ho imparato più velocemente degli altri e il mio corpo era attitudinalmente predisposto ai canoni accademici, così ha avuto inizio la mia carriera. In breve sono entrato a far parte del gruppo di Ugo Dell'Ara, Paolo Bortoluzzi, Riccardo Duse, Olga Amati e altri ballerini portando in giro diversi spettacoli. In seguito mi sono trasferito alla Scala di Milano e dopo l'audizione sono stato inserito subito all'ottavo corso, pur avendo solo tre anni di danza alle spalle, e quindi ho imparato la professione a pieno titolo.

Che aria si respirava alla Scala di Milano in quegli anni?
Ho studiato con impegno e dedizione dalla mattina alla sera in quel meraviglioso teatro alla Scala, che all'epoca era popolato dal gotha artistico mondiale... ricordo Maria Callas, Renata Tebaldi, Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli e poi tanti celebri registi, ballerini e direttori d'orchestra. Appena potevo mi intrufolavo tra le quinte a guardare, ad ascoltare e a curiosare quel mondo così magico! Perciò oltre agli studi mi sono formato anche come artista, proprio perché mi sono nutrito quotidianamente di "teatro"!

Raccontami del tuo periodo milanese e di quando Balanchine ti scelse personalmente per una sua creazione?
Ho sostenuto vari ruoli da Solista alla Scala pur essendo ancora allievo della Scuola. Un giorno il Maestro Balanchine, in sala prove, disse senza esitazione "voglio lui" indicando me – ero il quinto sostituto posizionato in fondo alla sala – per il "Palazzo di Cristallo". La direzione replicò negativamente dicendo che ero ancora un semplice allievo ma Balanchine disse "è un ruolo che può fare"... e in effetti fu un'esperienza molto intensa. La stessa cosa accadde anche con Massine, quando un Solista nominato del Corpo di Ballo si infortunò, mentre provava il suo "Romeo e Giulietta": tutti rimasero spiazzati perché non c'era un sostituto in grado di interpretare il ruolo e così mi feci avanti e mi proposi. Mi misi in posizione, eseguii subito i passi ed ebbi il mio secondo ruolo da Solista ottenendo anche un supplemento di cachet e sui manifesti apparve il mio nome in qualità di Solista, al mio fianco danzavano étoile del calibro di Liliana Cosi e Carla Fracci e il compianto Mario Pistoni... Malgrado ciò però non fui nominato ufficialmente nella gerarchia dell'organico, mentre oggi tutto è cambiato, molte star acclamate di questi tempi hanno ricevuto la nomina appena maggiorenni, mentre allora in Scala era impossibile! Piuttosto ti aumentavano la paga ma non ti nominavano ufficialmente. Tra l'altro mi ero creato anche molti nemici per la mia cristallina tecnica, come succede spesso dentro ai grandi enti lirici. A quell'epoca un giovane che nutriva grandi speranze si cercava di frenarlo, per tenerlo maggiormente sotto controllo. Così decisi, visto anche il mio temperamento "moderno" e un po' ribelle alle regole, di andarmene cogliendo al volo l'occasione di recarmi a Bruxelles da Maurice Béjart, lasciando in Scala alcuni cari amici tra cui Amedeo Amodio con il quale si era instaurata un'ottima intesa artistica... non smettevamo di lavorare, sempre dietro agli altri, da soli ma mossi da un'inesauribile passione ed entusiasmo!

Come si presentò, bene appunto, l'occasione di conoscere Béjart?
Mentre ero a Milano in Scala accadde una novità nel mondo della danza... una Compagnia diretta da uno sconosciuto di nome Maurice Béjart venne a Milano, portando in scena uno spettacolo al Teatro Orfeo, ed io con alcuni amici danzatori - tra cui un ballerino jugoslavo che conosceva alcuni elementi della compagnia - decidemmo di andare all'evento e al termine mi fu proposto di entrare in Compagnia. Al momento rimasi sorpreso e confuso perché mi ero dedicato al balletto classico pur nascendo come vocazione modern, però vinti i primi dubbi risposi che ci avrei pensato... dopo solo tre mesi ero già nella Compagnia di Béjart. Rammento di aver accompagnato l'amico Paolo Bortoluzzi a Bruxelles dove era stato preso tramite audizione, e Béjart dopo avermi visto a lezione con la compagnia mi disse: "Se vuoi rimanere c'è posto anche per te". Ero al settimo cielo per la gioia e così rimasi senza rientrare più in Italia. Era il 1960, tornai solamente nel 1978 per dirigere il nascente Aterballetto a Reggio Emilia. Ormai parlavo quasi esclusivamente il francese!

E "passo dopo passo" sei diventato una punta di diamante al fianco di Béjart?
Béjart allora aveva trentasei anni, aveva già fatto alcune cose importanti, ma soprattutto aveva avuto l'occasione di formare una Compagnia Internazionale in Belgio scritturando ballerini da ogni parte del mondo. Grazie al suo intuito, parlò con il direttore del Teatro Reale della Monnaie, ed ebbe l'idea straordinaria di far scritturare Assaf Messerer, il più grande maestro del Teatro Bolshoi di Mosca e fu questo principalmente il motivo perché io e Bortoluzzi accettammo di recarci a Bruxelles, per poter studiare con uno tra i più immensi maestri del mondo. Avevo diciotto anni mentre Paolo ne aveva ventuno, logicamente poi una volta conosciuto anche il genio e l'estro creativo di Béjart ci siamo immediatamente innamorati del suo modo di lavorare... un metodo personale che partiva sempre dalla base classica! Quindi al Ballet du XXe siècle ho avuto la fortuna di studiare con il più grande maestro del teatro moscovita, costruendomi per tre anni una tecnica ed uno stile ad altissimo livello coreico. Tanto che poi sono stato Étoile all'Opéra di Parigi in qualità di Guest Artist. Dopo gli anni di studio con Messarer sono seguiti tre anni con Victor Zowskic e Tatiana Grantzeva... dalla grande Scuola del Bolshoi alla grande Scuola di Leningrado. Un'occasione quotidiana di formazione unica con eccezionali maestri unitamente alle creazioni del geniale e carismatico Maurice Béjart, il quale in seguito mi offrì anche l'occasione di coreografare perché credeva nel mio talento. Io sono un percussionista jazz, prima ancora di essere ballerino, e quindi proposi delle creazioni su questo genere musicale con un occhio classico! Nacque così "Jazz impressions" che nel 1964 andò in scena al Teatro Reale della Monnaie: un successo trionfale che nessuno si aspettava ma che Béjart aveva già intuito. E da quel momento non fui soltanto ballerino ma anche coreografo e la mia vita cambiò diventando straordinaria. Sarò sempre riconoscente all'impareggiabile amico e maestro Maurice Béjart!

Cosa ti spinse ad accettare la direzione dell'A.T.E.R.?
L'interesse di Aterballetto nei miei confronti fu dettato inizialmente dalla mia carriera internazionale, e dal mio stile, ma anche per ciò che rappresentavo artisticamente in quegli anni in Francia. Ricordo che il Ministero della Cultura francese, nel 1975, mi finanziò per la creazione della "Divina Commedia" di Dante Alighieri: un evento mondiale. Perciò i dirigenti dell'Ater furono incuriositi dal mio essere coreografo e vennero in Francia chiedendomi di poter portare in Italia quella produzione, che contava più di ottanta artisti, una complessa macchina scenica, musiche elettroniche e da quel momento in Italia si iniziò a parlare di Vittorio Biagi. Poi mi fecero la proposta di trasferirmi a Reggio Emilia per fondare Aterballetto - la prima compagnia indipendente di danza - vista anche la mia decennale esperienza alla direzione con una fattiva e costruttiva conoscenza della professione... nacque così la Compagnia. Allora era formata da quaranta ballerini e un repertorio internazionale. Ringrazierò per sempre l'Aterballetto per avermi offerto quest'opportunità, ma abituato alle grandi capitali europee mi stava stretta la provincia italiana ed in seguito mi dimisi e trasferii a Roma dove fondai "Danza Prospettiva" grazie ad una sovvenzione elargita per il nome che mi ero fatto. Nel mezzo fui invitato dai più grandi teatri del mondo, staccavo magari per una ventina di giorni lasciando in mia vece l'assistente (come accadde spesso mentre dirigevo il Ballet de Lyon) e mi recavo, ad esempio, a Buenos Aires oppure all'Opera in Grecia o negli Stati Uniti... sentivo proprio la necessità di viaggiare e di relazionarmi con nuove realtà in cerca di stimoli. Non ho mai amato particolarmente rimanere in un luogo fisso per troppo tempo.

Infatti oltre a Danza Prospettiva e al Ballet de Lyon hai diretto anche il Corpo di Ballo del Teatro Massimo di Palermo e hai fatto parecchia televisione in Rai?
La televisione arrivò nel 1980, grazie al critico di danza Vittoria Ottolenghi la quale mi presentò al compianto regista Antonello Falqui che in seguito mi diede molto spazio per il balletto. Per questi grandi show, soprattutto del sabato sera, creai ad esempio la "Settima Sinfonia" di Beethoven, arrivando a montare dodici balletti a serata con allestimenti fastosi, non certo gli stacchetti del giorno d'oggi ma degli autentici balletti, esattamente come si preparavano nei grandi teatri. Nel 1983 mi venne proposta la direzione del Teatro Massimo di Palermo così mi alternai tra i miei ballerini di "Danza Prospettiva" e il Corpo di Ballo di Palermo. Per il Massimo creai dei balletti meravigliosi grazie anche al supporto della Direzione del Teatro al fianco di ottimi collaboratori... Ma dopo tre anni di notevole lavoro il Sindacato non permise di far partire la compagnia in giro per il mondo perché ritenevano le mie creazioni un'esclusiva loro e così diedi le dimissioni perché era venuta a mancare la mia idea di "movimento culturale" come invece fu possibile a Lione o a Reggio Emilia. Fui dispiaciuto nell'andare via più che altro perché consideravo Palermo una splendida città ricca di arte e di spunti... ancora oggi conservo dei meravigliosi ricordi di quel periodo siciliano. Così ripresi in mano totalmente la mia compagnia "Danza Prospettiva" e ripartii anche con la televisione prendendo parte a storici programmi, sempre con Antonello Falqui, avendo nuovamente la possibilità di portare la "mia" danza al vasto pubblico da casa, alternando la professione di coreografo internazionale in giro per il mondo. Poi fondai e diressi anche il "Nuovo Balletto di Roma" per permettere ai ballerini di avere una continuità lavorativa, portando in scena eccellenti creazioni con tournée in Italia e all'estero attraverso storici Festival. Ricordo con piacere anche la collaborazione con Alicia Alonso alla quale gli dedicai un balletto "La morte di Cleopatra" e poi rimontai anche la mia più celebre coreografia "Pulsazione" con i suoi straordinari e talentuosi danzatori. In seguito scoprii, dandogli il ruolo di Mercuzio nel mio "Romeo e Giulietta" un giovanissimo Julio Bocca mentre mi trovavo a lavorare in teatro a Buenos Aires. Insomma tante significative esperienze e soddisfazioni artistiche e personali.

Dopo questa esperienza hai avuto l'onore di ricoprire ruoli da Étoile al Balletto dell'Opéra di Parigi?
Andavo spesso a Parigi con la Compagnia di Béjart, i direttori del teatro dell'Opéra mi conoscevano, mi vedevano e mi fecero la proposta di diventare Guest Artist, non propriamente étoile, perché non mi ero formato scalando la gerarchia del Corpo di Ballo parigino e soprattutto perché non ero "assunto fisso" all'interno del Teatro. Mi fecero un contratto per tre anni dovendo eseguire venti spettacoli all'anno, però in realtà ne facevo in media otto al mese perché una volta entrato all'Opéra e all'Opéra Comique presi parte a numerose produzioni. Mi feci questa esperienza triennale in veste di Étoile che mi permise di danzare con grandi ballerine come Claude Bessy, Josette Amiel, Noelle Pontois e tante altre. Essendo già coreografo e non impiegato stabile ricoprii sempre il ruolo di ospite.

Mentre a Lione?
A Lione mi sono recato nel 1969 rimanendoci per ben sette anni. In quel luogo ho creato più di sessanta balletti, di cui alcuni tra i più importanti della mia carriera come "Romeo e Giulietta" e "Pulsazione" che attualmente è in repertorio al Balletto Nazionale di Cuba, al Teatro di Buenos Aires, ad Amburgo e in molti altri teatri.

Hai lavorato anche con Paolo Grassi e Giorgio Strehler, fondatori del Piccolo Teatro di Milano?
Sì, ricordo che in Francia vennero molte persone ad ammirare "questo giovane italiano" tra cui anche Paolo Grassi che allora era Sovrintendente al Teatro alla Scala di Milano. Negli anni 1976/77 mi scritturò per creare le coreografie, allo spettacolo d'inaugurazione della stagione scaligera, con la regia di Giorgio Strehler, nell'opera lirica "Macbeth" di Giuseppe Verdi.

E Vittoria Ottolenghi?
L'insostituibile ed unica Vittoria Ottolenghi parlava sempre molto bene di me. Rammento che durante una mia tournée in Italia ebbe modo di scrivere su un autorevole quotidiano: "Questo italiano è talmente bravo... ma perché non viene in Italia a lavorare?"

Vittorio nelle tue creazioni ti sei lasciato spesso ispirare dal Sacro, giusto?
Ho creato dei balletti religiosi splendidi come la "Passione di San Giovanni". Sono stato il primo a portare in scena una cosa del genere perché in passato erano state messe in scena solo qualche Cantata ma tutto lo spettacolo per intero con orchestra, coro, solisti e una scenografia straordinaria è stato ad appannaggio mio. Sono l'unico coreografo al mondo che ha creato più di quattro "Requiem" tradotti in coreografie tra cui il "Requiem senza parole" di Alberto Bruni Tedeschi e il "Requiem" di Berlioz, il "Requiem" di Mozart e il "Requiem" di Verdi. Sono molto legato a questi titoli perché, a mio avviso, la danza è un rituale pulito, sincero, profondo e certamente non solo estetico!

Come vivi la tua popolarità?
Michele io non sono popolare! Certamente sono conosciuto dai grandi, sono sulle Enciclopedie, sono annoverato come un personaggio storico della danza e del balletto internazionale ma come tu ben sai in Italia, oggi come oggi, bisogna apparire in televisione per essere popolari. L'arte vive anche di paradossi!

Tra i coreografi contemporanei della scena attuale a chi va il tuo plauso?
Mi piace e guardo con grande interesse Jiri Kylián, Nacho Duato, John Neumaier e altri nomi internazionali. Comunque parliamo di coreografi e non di passettari come li chiamano i romani, anche perché in giro ne vedo anche fin troppi appartenenti a questa "categoria"... portano in scena passi passi passi senza un briciolo di cultura, di storia, di stile e soprattutto dimenticando totalmente l'aspetto musicale.

Come definire la tua danza e la tua personalità artistica, caro Vittorio?
Sicuramente sono nato jazz ma ho lavorato talmente tanto sulla disciplina classica che assistendo alle mie coreografie si percepisce un sottile filo che lega questi due stili. Mi sono in qualche modo sentito l'erede di Robbins, perché dentro di me convive il jazz, arricchito da una forte componente religiosa.

Michele Olivieri

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