sabato, 25 settembre, 2021
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INTERVISTA a ALESSANDRO IENZI - di Rosa Guttilla

Alessandro Ienzi Alessandro Ienzi

“… Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”: sembra scritta apposta per Alessandro Ienzi la frase che campeggia sul frontone del Teatro Massimo di Palermo, memento per artisti e non solo.
Ienzi, trentenne palermitano, è un avvocato con la passione per l’arte del teatro, messa a servizio dei diritti umani.
Lavora da anni ormai a questo progetto che, tra spettacoli messi in scena in Italia e in Europa, ha ottenuto anche il prestigioso riconoscimento all’International Human Rights Art Festival di New York

Chi è Alessandro Ienzi: un avvocato che ha incontrato il teatro o viceversa?
Sono un curioso, appassionato della vita e delle sue dinamiche, un uomo alla ricerca della lente giusta per osservare la realtà e il mondo dalla prospettiva più ricca. Lo studio del diritto e il teatro sono strumenti formidabili di conoscenza e magnifici punti di osservazione del mondo e delle sue trame.
Ufficialmente sono un avvocato del Foro di Palermo, un drammaturgo che si ispira alla cronaca locale e internazionale, un regista e attore, il fondatore di Raizes Teatro, una compagnia che supporta talenti grezzi, che produce, mette in scena il teatro, in qualunque spazio urbano disponibile.
Alessandro Ienzi è insomma quello che oggi si definisce un self-made man, che non si ferma avanti ai no o alle definizioni.



Partiamo dai primi passi nella formazione teatrale…
Ho cominciato in compagnia di amici dieci anni fa, seguivo a Palermo un corso serale con Tony Colapinto, allestimmo una stagione teatrale di successo, il gruppo era più di una famiglia, con molti dei membri della compagnia siamo ancora in contatto, ci confrontiamo sull’attualità e sulle prospettive.
La passione mi prese la mano, così seguii dei corsi di alta formazione con Nikolaj Karpov e Maria Shmaevich, con Mamadou Dioume e con Sonia Barbadoro, con gli ultimi due stiamo adesso sviluppando Human Freedom 2021.
Le scuole teatrali, però, mi consideravano vecchio e già formato e avevo appena 23 anni, poi nel 2013 nel mezzo dell’esame di abilitazione da avvocato, mi presentai ad un’audizione con Emma Dante, mi convocarono lo stesso giorno dell’orale di Avvocatura, rinunciai all’audizione e sostenni l’esame, ma dal giorno successivo cominciai a seguire le prove, aiutavo a mettere a posto le scenografie a fine prova, e osservavo.
L’anno successivo inizia la scuola del Teatro Biondo diretta da Emma e per due anni ho lavorato duramente interpretando Telemaco in “Odissea A/R” in giro per l’Italia e fui parte del cast di “Verso Medea”, in scena al Bouffes du Nord di Parigi. Nel 2017 capii che quella esperienza doveva concludersi lì e che dovevo farmi strada da solo…e così ho cominciato il mio percorso.


Il curriculum di avvocato ritorna nell’attività teatrale: dopo la laurea e un Master in International relations and International  protection of Human Rights alla SIOI di Roma, nel dicembre del 2020 arriva il riconoscimento dell’International Human Rights Art Festival di New York.
Già nel corso del 2019 la mia attività si incrociò nuovamente con il diritto, “ La Bambinanza” è stata ospite del Parlamento dell’Unione Europea per il trentesimo anniversario della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, e nello stesso mese fui selezionato dall’UNITAR, l’Istituto di Formazione delle Nazioni Unite, per una specializzazione sulla Diplomazia Culturale.
La mia tutor, Liz Colton, riteneva Raizes Teatro un progetto ambizioso e mi spinse a strutturarlo. Qualche mese dopo l’UNITAR ha nominato Raizes Teatro Best Practice internazionale in materia di Cultural Diplomacy. Oggi siamo esempio di come dal nulla si può costruire una realtà capace di influenzare positivamente il pensiero e l’evoluzione sociale.
Nel settembre 2020 ho preso parte alla Masterclass “Cinema, Human Rights and Advocacy” organizzata da Global Campus of Human Rights nel corso della Mostra del Cinema di Venezia; i direttori del programma mi consigliarono di creare un network internazionale per Raizes.
Qualche giorno dopo ebbi il primo contatto con Tom Block direttore dell’IHRAF, presentai un testo in lingua inglese, sostenni alcune interviste con lui e con Roshana Nabi, appena un mese dopo mi hanno nominato International Fellow per il 2021 e la mia avventura ha preso una piega nuova, e adesso è tutto possibile…

In cosa consiste il programma “Human Freedom 21” e chi ne farà parte.

Il Programma durerà un anno, e sarà organizzato da Raizes con Global Campus of Human Rights. Diretto da Manfred Nowak e con Avant Garde Lawyers, NGO di avvocati che ha sede a Parigi diretta da Andra Matei che assiste gli artisti privati dei diritti civili, e anche lei ex allieva di Global Campus.
È interessante che la volontà di Manfred Nowak sia di supportare l’iniziativa che oggi lega due ex allievi, Andra ed io, perché il successo dell’iniziativa passa necessariamente da Venezia e dal Global Campus che ha contribuito a formarci e ovviamente da New York dove invece il supporto mi viene offerto per la mia produzione artistica internazionale.
Il programma sarà strutturato in cinque sezioni: Climate Justice, Justice, LGBTQ’s Rights, Children’s Rights and Migration.
Abbiamo creato una piattaforma online, proporremo approfondimenti teorici e teatro e arte ovunque, online e dal vivo, da Venezia a Parigi, da New York a Palermo, nei teatri e nelle piazze, nei quartieri abbienti e in quelli meno abbienti.
Organizzeremo conferenze con speakers da tutto il mondo, racconteremo le storie di vittime di deprivazione di diritti umani e di attivisti e poi supporteremo gli artisti in difficoltà raccontando le loro storie. La diffusione sarà favorita da Internet e dai canali social, intendiamo riempirli con contenuti significativi.
L’importante per noi sarà il contenuto. L’obiettivo? Alla fine del 2021 avremo raccontato tante storie, e avremo riflettuto sulla nostra vita e sugli esseri umani, da remoto o dal vivo, e saremo più di un passo avanti rispetto ad oggi, più maturi e più forti.

Come è nata la compagnia “Raizes”, quali attività svolge e quali obiettivi si pone.
Raizes nasce come costruzione di un luogo.
Noi ragazzi di Raizes siamo tutti cresciuti con l’idea che tutto era difficile, che le porte erano chiuse e che i posti di lavoro non esistevano, che avremmo avuto bisogno dell’aiuto o dell’appoggio di qualcuno sopra di noi, di qualcuno di importante, ma in fondo le nostre famiglie ci avevano abituato a lavorare.
Allora abbiamo cominciato creando un luogo, dove si lavora nella disciplina e nel rispetto. Raizes è il luogo in cui i risultati sono la naturale conseguenza del lavoro duro, della riflessione, dei confronti. Raizes è il luogo in cui le difficoltà spesso ti travolgono e soltanto se ci credi vai avanti. In tanti sono passati dalla sala, hanno contribuito a fare crescere la compagnia, ma in pochi ci hanno creduto così a lungo da vivere quanto ci sta accadendo adesso.
Raizes produce programmi culturali partendo dal teatro ma non chiudendo le porte a tutti i mezzi di espressione che possono condurre all’obiettivo principale: svolgere la funzione sociale del teatro, confrontarsi sui temi che più interessano la vita e il mondo e in questo momento a nostro avviso nulla è più urgente dell’incontro multiculturale e del diverso. Siamo convinti che in questo uragano di diversità, in questo caos, sia nascosto un tesoro, vogliamo scovarlo!

La scelta di rimanere a Palermo per un “avvocato attore” quali volontà sottintende (ricordando che alcuni spettacoli della compagnia sono stati già rappresentati a Bruxelles, a Roma e a Barcellona).
È qui che sono nato e dopo aver viaggiato e imparato tanto all’estero volevo costruire qualcosa nella mia città. Il teatro è legato alle origini, alla memoria, ripassare dal via è stata una buona intuizione.
A Palermo c’è una buona atmosfera di lavoro, ci sono molti spunti, tuttavia dobbiamo personalmente impegnarci molto per costruire delle strutture capaci di fare crescere noi cittadini e di arricchire i nostri cammini, dobbiamo lavorare per trasformare la città in un luogo di opportunità, in un crocevia dove la vita può cambiare, e in meglio, da un momento all’altro. Questo accadrà soltanto con un cambiamento culturale e con la costruzione di infrastrutture in grado di supportare un mutamento delle dinamiche di fatto.
Il teatro è uno strumento che può produrre questo cambiamento. Continuiamo a lavorare.

La precarietà è propria del lavoro dell’attore ma è forse la fragilità più significativa su cui si fonda questo indispensabile mestiere…

La precarietà propria del lavoro dell’attore credo attenga più all’intermittenza. Il lavoro artistico deve essere continuo ma inevitabilmente si manifesta e si mostra solo in determinati momenti, ma questa è solo la struttura naturale del lavoro artistico.
La precarietà e la fragilità odierna dipendono dalla crisi del lavoro soprattutto giovanile e soprattutto in Italia, dove per troppo tempo si è cercato di fagocitare le giovani energie per mantenere saldo il timone.
Da ogni progetto culturale quante collaborazioni partono? Quanti altri lavori si creano? I progetti muoiono spesso dopo le prime repliche, gli stessi attori vengono poi scritturati per un altro spettacolo che fa lo stesso percorso. Così lo spazio è chiaramente ridotto.
Mi chiedo dove dovrebbe andare un ventenne con voglia di esplorare le proprie idee e di realizzare i propri progetti; la risposta che dà il paese è all’estero, ma credo che possiamo fare di meglio.
La soluzione al problema sta nella risposta ad un altro quesito: che funzione sociale ha la cultura? Pari a quella di un medico o inferiore?



Considerati i progetti e gli obiettivi - è presto per fare bilanci ma i traguardi già raggiunti sono di tutto riguardo - si aspettava che sarebbe andato così spedito?
Se devo essere onesto, ho lavorato per anni senza riuscire a trovare un luogo che mi consentisse di andare a questa velocità, tante porte mi sono state chiuse e lo sono ancora, porte di luoghi che sono istituiti dalla nostra società e dal nostro Stato per svolgere la funzione di promozione di nuovi talenti e di nuove energie e che invece non lo fanno.
Allora ho creato un luogo che mi consente di esplorare velocemente e di fare e disfare fino a quando non trovo una forma. Conosco la qualità dei miei studi e le qualità dei membri della compagnia, e per questo non sono sorpreso da questi risultati, ma ne sono felice. Sono grato a Dio e riconoscente alla mia famiglia che mi appoggia costantemente in questo percorso.

Dove e come si vede tra 10 anni?

Il mio unico obiettivo per il momento è di crescere attraverso il lavoro quotidiano, migliorandomi ogni giorno e migliorando costantemente il livello della mia produzione artistica e dei suoi contenuti. Ho tanti desideri, personalmente mi piacerebbe senz’altro lavorare per una grande produzione cinematografica negli USA, e per questo ci vorrà tanto lavoro e anche fortuna.
A Raizes auguro di essere ben radicata nel territorio e di diventare il polo di riferimento al centro del Mediterraneo per il teatro e i diritti umani, un faro che guarda al mondo e a cui il mondo può rivolgersi per raccontare le sue storie. Un porto sicuro, al riparo dalle violazioni e dai soprusi.

Qual è la scoperta più significativa che ha fatto su di sé approcciando la carriera teatrale?

La mia forza d’animo e la mia passione, che non mi fanno dubitare mai.
Prima di approcciarmi al teatro avevo tante incertezze, tanti dubbi e insicurezze che hanno rischiato di farmi molto male, di ferirmi e di allontanarmi da ciò che poteva rendermi davvero felice. Ogni giorno in più di questa esplorazione mi porta ad essere sempre più radicato, a contattare quella integrità e quella tranquillità che è propria di tutti gli esseri umani, quando dopo il parto siamo catapultati in questo mondo un po’ caotico.

Cosa si augura per il futuro?
Mi piacerebbe davvero che il Teatro e l’attività artistica e culturale diventassero dei riferimenti per tutti i giovani le cui prospettive sono continuamente frustrate, le cui speranze sono continuamente disattese.
Tanti giovani oggi soffrono, sono fragili dentro, il Teatro deve essere come un’ospedale deve curare le persone e farle diventare coraggiose, capaci di affrontare la vita al meglio delle proprie possibilità; deve aiutare a costruire la migliore versione di se stessi.
Le storie che l’Arte racconta devono radicare le persone dentro di se stesse e aiutare a distinguere bene e male, i si e i no, le salite dalle discese e i fallimenti dai successi, restando sempre sereni e fedeli a se stessi a alla vita.
Per questo la Cultura, secondo me, deve essere strutturata in modo diverso, resa semplice e accessibile a tutti.

Rosa Guttilla

Ultima modifica il Venerdì, 29 Gennaio 2021 08:53

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