venerdì, 24 settembre, 2021
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INTERVISTA a LUCIA RONCHETTI - di Annamaria Pellegrini

Lucia Ronchetti. Foto Vanessa Francia Lucia Ronchetti. Foto Vanessa Francia

A lei, Lucia Ronchetti, il compito di dirigere il settore Musica della Biennale di Venezia nel quadriennio 2021-24. Si aspettava questo incarico? La sua esperienza quale organizzatrice è già nel curriculum di docente a Darmstadt e Francoforte non solo di composizione, ma anche di coordinatrice delle componenti più specificamente teatrali dell’evento musicale: può delineare per i lettori di Sipario il suo programma di lavoro veneziano?
Ho proposto io stessa al presidente Roberto Cicutto la mia candidatura e le mie idee programmatiche. Non davo per scontata una sua risposta positiva, ma era comunque un incarico a cui avevo pensato progettualmente. Sono molto felice e molto onorata e farò del mio meglio per rispondere positivamente alla fiducia che mi è stata accordata.
Nei quattro anni alla Biennale di Venezia vorrei costruire ed evidenziare dei collegamenti tra passato e presente veneziano, mettere in luce la modernità e la sperimentalità della Venezia rinascimentale e della Venezia del Novecento, quale fucina e laboratorio di diversi linguaggi artistici e in particolare, nell'ambito musicale, quale luogo dove è stato creato ed elaborato il trattamento compositivo della voce.
 
Ivan Fedele, che ha ricoperto (e ricopre a Venezia) quello che sarà il suo incarico, e Giorgio Battistelli che l'ha preceduto, ci hanno lasciato due creazioni che sono pietre miliari,  l’Antigone al Maggio musicale Fiorentino e I Cenci da Artaud alla Settimana Musicale Chigiana, ma anche lei per l’anno dantesco affiancherà a questo incarico un progetto da far tremare le vene ai polsi (e che quindi aspettiamo con grande interesse): un’opera ispirata dall’Inferno del nostro poeta nazionale, che sarà allestita dall’Oper Frankfurt. Ce ne vuole parlare? E quando potremo vederla qui da noi?
Penso che non solo Giorgio Battistelli, ma anche Luca Francesconi, ex direttore artistico della Biennale Musica, di cui ho seguito le produzioni operistiche in Europa, abbiano realizzato dei grandi lavori di teatro musicale, esemplificativi di una tradizione italiana che si è rafforzata e chiarificata soprattutto attraverso le produzioni al di fuori dell'Italia. Per non parlare della rivoluzione compositiva operata da Salvatore Sciarrino nel suo percorso compositivo legato al teatro musicale. Sono molto orgogliosa di essere anche io un compositore attivo sul fronte del teatro musicale.
L'Inferno da Dante è sicuramente il lavoro più importante per me, perché l'Opera di Francoforte, nella figura del suo sovrintendente Bernd Loebe, ha una strategia di produzione di nuove opere e di dialogo con i compositori e il pubblico unica e sperimentale e anche perché il testo di Dante è per me una Bibbia, che ho studiato, come tutti gli studenti italiani, dalle scuole medie alla fine dell'Università e che non smette di stupire per la creazione linguistica e l'immaginazione teatrale. E' un testo che è già musica, complessa, feroce, vorticosa. Ho dovuto solo partiturizzazre il suono stesso del linguaggio dantesco.
 
Molte sono le corde che lei sa far vibrare, ora vorrei proprio che ci parlasse del suo Pinocchio, creato per incarico dell’Ensemble Intercontemporain nel 2016 e tradotta nel 2018 per l’Opera di Roma e Romaeuropa, oggi allestita in lingua tedesca come Pinocchios Abenteuer: ci racconta le caratteristiche di questo grande successo internazionale? Si sa, Pinocchio è un burattino pericoloso, ha distrutto carriere…
https://www.staatsoper-berlin.de/en/veranstaltungen/pinocchios-abenteuer.9497/
In questo caso, come raramente accade, è lo stesso Ensemble Intercontemporain che ha scelto il soggetto, basandosi su un mio lavoro precedente, per ensemble vocale a cappella, composto per i Neue Vocalsolisten, Pinocchio, una storia parallela. Per questo lavoro precedente ho studiato l'analisi di Giorgio Manganelli e la sua visione dark del Pinocchio di Collodi, delle persone che lo circondano, inumane, perverse, impietose. Pinocchio rappresenta l'unica presenza pura, l'unica forma di vita, vegetale, che aspira a diventare una persona, una persona migliore di quelle che lo tormentano e lo mettono continuamente alla prova. Pinocchio capisce e parla tutti linguaggi animali e vegetali, ascolta tutti i diversi punti di vista e rappresenta una forma di vita ideale, che ripercorre il cammino evoluzionistico per arrivare ad essere persona, penso che sia molto attuale. Dato che l'Ensemble Intercontemporain voleva un' opera che potesse essere portata in giro con una valigia, una nuova Histoire du soldat, ho deciso di realizzare delle scene sonore, delle campiture musicali molto esplicite che rappresentano la scena visiva, adattando musiche preesistenti attraverso le quali il pubblico di bambini potesse orientarsi nella narrazione, quindi è un'opera dove si ascolta Rota, Fucik, Rameau, Paganini, rock sperimentale degli anni 70, rap e tarantelle!

La sua capacità di muoversi tra le arti si rivela anche nel A cappella cabaret Never bet the Devil your head, tratto dal Toby Dammit, una delle cose meno famose di Fellini che sposa l’universo angoscioso di Edgar Allan Poe: anche qui ci sono citazioni delle marionette, e soprattutto di Rota, l’Unico. Le piace il cinema? Quale? Può capitare che nel film la musica superi anche l’impatto dell’immagine…
Si, molto, sono una appassionata ammiratrice di molti registi e video artisti e penso che i compositori che lavorano nelle produzioni cinematografiche siano molto importanti, molto più di quanto oggi non appaia nella storiografia musicale. In particolare ci sono state delle produzioni cinematografiche dove la collaborazione tra regista e compositore ha generato dei capolavori sia visivi che acustici e nuove estetiche della relazione tra suono e immagine, penso agli incontri tra Mychael Nymann e Peter Greenaway, Feng Xiaogang e Tan Dun, Ėduard Nikolaevič Artem'ev e Tarkowsky e tra Hildur Ingveldardóttir Guðnadóttir  e Todd Phillips.

Come molti musicisti, come anche uno che è stato tra i suoi maestri, Hans Werner Henze, ama citare la musica popolare: anche qui lei mostra la sua capacità di aderire alle varie culture linguistiche che ha frequentato, con Sangu di Rosa, commissione del Ministero della cultura francese che Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica di Dior, ha voluto con intuizione straordinaria come base musicale per le ultime sfilate. Dobbiamo essere invidiosi? può spiegare lei ai nostri lettori di cosa si tratta, perché sia colta appieno l’originalità dell’iniziativa?
Devo tutto a Maria Grazia Chiuri che è dinamica e propulsiva nelle sue ricerche e nel suo lavoro. Dopo aver collaborato ad una produzione operistica al Teatro dell'Opera di Roma, ha elaborato una nuova idea di presentazione del suo lavoro di designer con la musica dal vivo, ha intuito che proprio la vocalità, la coralità della voce può colmare il silenzio carico di comunicazione delle sue performers, le modelle. Ha deciso quindi di cercare dei lavori vocali che potessero interagire con la presentazione nell'ambito dello spazio Dior di una scena apposita creata dall'artista visiva Lucia Marcucci. La mia musica è stata trasportata in un ambito così diverso e così complesso da trasformarsi in un messaggio molto carnale e molto violento che ne amplifica il valore e le intenzioni compositive.

Lei è nata a Roma, e qui ha studiato a Santa Cecilia e alla Sapienza, ma ha avuto grandi opportunità valicando le Alpi. Dal ‘500 ad oggi, musicisti pittori scultori ed architetti italiani  hanno portato la nostra creatività in Europa e non solo, non sono tra quelli che vede questo come qualcosa di negativo, anzi… penso che sia stimolante per chi dà e per chi riceve, ma vorrei chiederle, le piace vivere in luoghi diversi? Pensa che questo l’abbia arricchita? A proposito, noi siamo qui a piangere per la chiusura di teatri e musei, poi leggo che il Prado è aperto, e Aterballetto ha debuttato con una novità a Parigi. Ha notato differenze rispetto alle chiusure culturali tra i vari paesi? Come se le spiega?
In Germania e in Francia ho imparato molto, ho perfezionato i miei studi e ho avuto esperienze lavorative molto formative. Ma se non fossi stata costretta dalla mancanza di possibilità in Italia, non sarei partita, non mi piace viaggiare, se non attraverso i documentari di cui sono appassionata, e ho sofferto di una abissale solitudine in momenti importanti, nei quali normalmente si vorrebbe avere la famiglia e gli amici accanto. Questa solitudine vissuta in posti diversi mi ha molto arricchito, negli alberghi leggo moltissimo, rimango in camera e leggo testi sulla storia e la cultura del luogo dove sono, ma poi non esco dalla stanza.
Ora è tanto che non viaggio, da marzo sono rimasta sempre a Roma, e sono andata raramente a Venezia, ma in tutta Europa non solo in Italia la produzione di spettacoli dal vivo è stata bloccata, tutte le prime rimandate. Naturalmente ci sono state isole felici, momenti di possibilità di controllo sul virus. La Biennale di Venezia ha realizzato le edizioni 2020 della Musica, Danza, Teatro e Cinema senza grandi problemi. Ho assistito all'ultima performance della Biennale Danza e c'era un pubblico entusiasta, distanziato, con le mascherine ma ampiamente gratificato. 
E' difficile stabilire delle regole e delle priorità di fronte ad un fenomeno nuovo e sconosciuto, molto naturale e quindi molto pericoloso come questa pandemia.
 
Nei prossimi anni passerà molto tempo a Venezia, ho letto che pensa di approfittarne per frequentare la Marciana… che rapporto ha con la musica antica, oggi così amata, e come si spiega da musicista quale può esserne il motivo? Lo chiedo anche perché, come il suo maestro Salvatore Sciarrino, ha dedicato un lavoro, Florilegio, a Gesualdo da Venosa, composizione che quest’anno è riuscita a debuttare al San Carlo in febbraio prima della chiusura del medesimo…
E che Venezia le sia di ispirazione!
Per me la storia della musica non è cronologica, è verticale come una miniera, scaviamo incessantemente nello stesso materiale, dall'inizio di quel miracolo che è stato il trasferimento del suono in segno, in scrittura. Le biblioteche sono la mia vera casa, ho passato tutta la mia giovinezza a studiare in biblioteca non avendo la possibilità di comprare i libri. La Biblioteca Casanatense, l'Archivio storico nell'Oratorio dei Filippini, la Biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia, quella del Dipartimento di Storia della Musica nella Facoltà di Lettere, la tenebrosa Biblioteca Nazionale a Roma, straordinarie, anguste, uniche, difficili, a volte inospitali, le biblioteche romane sono le mie vere case, ne conosco il suono specifico, gli scricchiolii, i suoni metallici dei lampadari che oscillano, i cigolii dei pavimenti, come si diffonde l'eco delle persone che sussurrano. 
E ho sempre sognato di lavorare nella Biblioteca Marciana, è un modo riservato per dialogare con i compositori del passato veneziano e per scoprire le fondamenta musicali della città.

Annamaria Pellegrini

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Dicembre 2020 13:39

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