mercoledì, 22 maggio, 2024
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La nuova drammaturgia di Jez Butterworth e Sam Mendes: tra sogni infranti nella vita e nello spettacolo. -di Beatrice Tavecchio

"The Hills of California" di Jez Butterworth. Regia di Sam Mendes. Foto Mark Douet "The Hills of California" di Jez Butterworth. Regia di Sam Mendes. Foto Mark Douet

The Hills of California (Le colline della California) di Jez Butterworth 
Regia di Sam Mendes. Scene di Rob Howell
Con Laura Donnelly (Veronica/Joan), Helena Wilson (Jillian), Ophelia Lovibond (Ruby), Leanne Best (Gloria); Nancy  Allsop (la giovane Gloria), Nicola Turner (la giovane Jill), Sophia Ally (la giovane Ruby) e Lara McDonnell (la giovane Joan)
London, Harold Pinter Theatre, West End, dal 27 gennaio al 15 giugno 2024.

Jez Butterworth  ha scritto numerose drammaturgie per il teatro tra cui Mojo, The Night Heron. The Winterling, Jerusalem acclamato dal quotidiano Guardian come uno dei migliori lavori del ventunesimo secolo, The River e The Ferryman, messi in scena al Royal Court Theatre di Londra e nel West End, e a Broadway. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Best Play all’Olivier e Tony Awards. 

Quattro sorelle riunite intorno ad una madre adorata e temuta, morente nella camera di sopra, che rivivono i loro ricordi in una afosa estate del 1976 a Blackpool, la località balneare nel nord ovest d’Inghilterra, una volta popolare ma ora, nel ’76, in declino.

L’aspirazione della madre Veronica nello spingere le ragazze a formare un quartetto di voci armonizzanti risulta in piacere e concordia tra le sorelle - la timida Jillian, l’ ansiosa Ruby, la gelosa Gloria e Joan, la più dotata e prediletta dalla madre-, ma anche in gelosie e incomprensioni che hanno risvolti sulle loro vite.

Jez Butterworth, ha creato un’opera che come Le Tre Sorelle di Chekov, illustra il desiderio di fuggire dalla noia della vita in campagna, dall’oppressione di un’epoca, per una vita che si pensa migliore, lontano, forse in un sogno  racchiuso in canzoni, sulle Colline della California. Ma la similitudine si ferma qui. Gelosie e rivalità, amore e odio, aspirazioni e ostacoli, sbagli e incomprensioni sono i temi del nuovo lavoro. Quello che incomincia come una tragedia per l’imminente morte della madre, si rivela solo un accadimento che cela la vera tragedia: lo stupro della quindicenne Joan, col tacito consenso della madre, da parte dell’impresario americano che promette alla ragazza che desidera andarsene, un futuro nello spettacolo. Rimasta incinta e dopo l’aborto, Joan che è partita per l’America e reciso ogni legame con la famiglia, ricompare dopo vent’anni nel terzo atto del lavoro a raccontare una vita di stenti nel mondo dello spettacolo e di amori recisi, tornata col solo desiderio di lasciare la figlioletta di sei mesi alle sorelle, così da poter proseguire la sua tournée. Un solo disco, non ottimo a suo attivo, a spezzare definitivamente il sogno della madre e delle sorelle che lo vedevano impersonato da Joan: “ Cosa diceva la mamma? Una canzone è un luogo, un posto dove vivere. Forse è lì che la mamma appartiene con tutte le persone sole, immaginate, che tentano più che possono di sopravvivere, di brillare, di esserci”.

Laura Donnelly L R Nicola Turner Nancy Allsop Lara McDonnell Sophia Ally The Hills of California Harold Pinter Theatre Photo by Mark Douet
Laura Donnelly, L R Nicola Turner, Nancy Allsop, Lara McDonnell, Sophia Ally in The Hills of California.
Harold Pinter Theatre. Foto Mark Douet

Come far lievitare una tragedia del genere in più di tre ore di spettacolo?

Soprattutto perché il tessuto della drammaturgia di Butterworth che è denso di temi di conflitto, ma anche di affetti,  è come sempre nelle sue drammaturgie poeticamente quasi elegiacamente articolato. I suoi personaggi sono dettagliatamente caratterizzati. Li vediamo decisamente in tutto tondo. Donne vere con pregi e difetti, ansie, sogni e struggenti risvegli alla realtà. Grande è l’apporto nel sollevare l’atmosfera dei gioiosi e ricorrenti motivetti di canzoni anni cinquanta e sessanta cantati a solo o a cappella dalle protagoniste adulte e dalle loro controparti più giovani,  accompagnate dalle note del piano o dell’ukulele di Ruby.

Il tocco di Sam Mendes, regista acclamato e pluripremiato, non si smentisce. La sua caratteristica fluidità nel raccontare la storia, unisce, fa confluire, raccatta e potenzia i vari filoni del lavoro. Rende la scorrevolezza della moviola in un fluido susseguirsi delle scene. Il succedersi di fatti e racconti di difficoltà e incomprensioni si combina con il comico dei nonsensi, delle battute comiche e delle canzoni che le ragazze eseguono con verve. Le entrate e le uscite dei personaggi scorrono senza pause. I personaggi minori, qui i mariti o gli uomini e le donne che alloggiano nella pensione di Veronica, formano un insieme che dà supporto alla storia dei personaggi principali e creano l’atmosfera della pensione che, come un presagio, ha vista mare solo nel nome altisonante: Seaview Luxury Guesthouse and Spa. La scena tonda, girevole, tagliata in due dalla rampa di scale che sale al primo piano, brillantemente scenica e praticamente utile realizzazione di Rob Howell, permette un passaggio scorrevole dalla sala dove le sorelle adulte sono radunate, alla cucina dove queste sono interpretate dalle bravissime giovanissime attrici-cantanti-ballerine di tap dance. 

Lo spettacolo coinvolge in particolare per la bravura dell’attrice Laura Donnelly, compagna di Jez Butterworth nella vita - che prevedo premiata con varie nomine e premi -, che impersona sia la morente Veronica che l’adulta Joan. La caratterizzazione di entrambi i personaggi è straordinaria, non una caduta di tensione, ed un comando dei personaggi e della scena ineccepibili che obbligano la piena attenzione del pubblico. La trasformazione dall’impeccabile madre - “donna forte, bella, decente che vive una vita difficile”- che sprona le sue ragazze a conquistarsi un posto nel mondo dello spettacolo con un’autorità che alterna a sprazzi di comune gioia nella condivisione del piacere delle vocalizzazioni, alla caratterizzazione di Joan dall’acquisito accento americano, stravaccata sulla poltrona con la continua sigaretta tra le mani ed un’aria di annoiato disinteresse per quelle sorelle che si arrabattano intorno a lei.

Il cast di attrici, sia delle ‘grandi’ che delle ‘piccole’ interpreti, è notevole per la loro capacità di impersonare, di cantare e ballare il tap. I riferimenti all’America - le stanze della pensione sono chiamate Colorado, Alabama, Indiana, Minnesota, Mississippi - ed i temi trattati, rendono lo spettacolo di indubbio interesse per la scena d’oltreoceano.

Beatrice Tavecchio

Ultima modifica il Giovedì, 15 Febbraio 2024 06:28

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