venerdì, 03 febbraio, 2023
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Lunedì, 22 Aprile 2013
Pubblicato in Interviste

Il regista Pippo Delbono è già alla lavorazione del suo nuovo spettacolo "Orchidee" che debutterà a maggio, ma intanto prosegue la sua tournèe italiana con "Dopo la battaglia". Lo contatto a Vignola nei pressi di Modena per fargli un'intervista che desidero da tanto. Il suo spettacolo, a cui ho assistito al teatro Stabile di Genova il marzo scorso, mi ha colpito per il massiccio inserimento della danza all'interno di un argomento all'apparenza estraneo e allora chiedo al regista:
- La danza ha un ruolo predominante e determinante in "Dopo la battaglia", le chiedo perché?
La danza è predominante perché nella "cella" che descrivo è come ci fossero degli uccelli che cercano di fuggire. La ballerina è un elemento liberatorio. Le parole non servono sempre, anzi, la danza è come un volo, un impulso di libertà, che va appunto al di là del ver-bo. La danza rappresenta un bisogno di uscire fuori at-traverso il corpo, il volo dell'anima. Ecco perché in questo spettacolo mi sono assolutamente affidato alla dimensione coreografica.
- Perché la scelta dell'etoile dell'Opera di Paris Marie-Agnès Gillot?
Prima di tutto perché siamo amici. Lei veniva sempre a vedere i miei spettacoli e da questo è nata una stima reciproca e una conoscenza più profonda. Infatti la con la Gillot ho fatto il mio ultimo film "Amore- carne" che uscirà nelle sale italiane il prossimo 6 giugno. Il senso di questa scelta nasce dalla voglia di tornare al classico, di andare all'origine del rapporto vero col corpo che nessuno meglio di un ballerino ha. Il corpo come guaritore ed elemento essenziale di comunicazione. Del resto in oriente il teatro nasce proprio dal corpo, e chi sa usare bene il proprio corpo ha una verità che mostra una forza diversa sulla scena. Guardiamo Bobò ad esempio, è straordinario, il suo essere è costantemente danzato, anche adesso che ha 76 anni sembra ringiovanire giorno per giorno grazie alla danza che ha innata dentro di sé.
- Da cosa è nata la scena della ballerina alla sbarra con Bobò nelle vesti del Maestro Cecchetti?
Da un'improvvisazione di Bobò e Marie Agnes. Mi è piaciuta e l'ho tenuta. Inizia con un fuori scena in cui la ballerina mi dice:" Cos'è questa cosa che non si fa più il balletto? Ma l'hai detto a questi signori che c'è l'etoile dell'Opera di Parigi?" La mia risposta fa uscire la danzatrice dalle quinte, un invito ad entrare in palco che esorta comunque la ballerina a scaldarsi alla sbarra e da qui la scena con Bobò "maestro".
- Com'è stato il lavoro con la Gillot? Avete collaborato in armonia?
Assolutamente sì. Io le ho fornito delle immagini a cui far riferimento, l'idea di una sequenza che voleva significare l'uscire da una gabbia. Lei ha capito perfettamente, c'è stato un grande affiatamento e una coincidenza poetica.
- Qual è invece il ruolo dell'altra ballerina, totalmente diversa, Marigia Maggipinto?
Il mio incontro con Marigia risale a tanti anni fa, quando Pina Bausch la teneva con sé in casa. Marigia rappresenta Pina, la sua danza è quella di Pina. Il suo corpo rotondo così diverso da quello di Pina è però totalmente nella poetica di Pina. L'ho incrociata recentemente a Bari e così l'ho invitata a prendere parte allo spettacolo. Il suo è proprio un omaggio alla coreografa scomparsa.
- Due ballerine così diverse per raccontare la stessa cosa o altro?
In un certo senso sì, anche se in modo diverso. Due ballerine par raccontare il volo come impulso di libertà, bisogno di uscire fuori attraverso il corpo. In Agnes c'è più inquietudine, in Marigia c'è la calma doverosa ad un omaggio verso qualcuno che non c'è più. In Agnes si riscontra una danza di lotta e rabbia, in Marigia si legge la pace dopo la morte.
- Un'ultima domanda più generale: qual è secondo lei lo stato di salute del Teatro in Italia in questi tempi?
Il teatro italiano di oggi ha tante energie e tante po-tenzialità, ma vi sono realtà che non emergono. Spesso teatranti cadono nella trappola di voler sorprendere rifacendosi ad una vecchia estetica. E' vero che l'arte è rivoluzione, ma non è sempre quella là. Oggi purtroppo c'è la mancanza di "maestri". Il maestro è necessario all'artista per crescere, perché deve trasmettere una necessità primaria: la sincerità con sé stessi. Oggi si continua a voler fare rivoluzione, ma si è perso il punto di vista della cultura come punto di partenza. La cultura come fatto primordiale. La sincerità è il primo passo. E ci vuole un maestro per insegnare questo. Essere allievi serve, come essere ancorato al passato insegna all'umiltà. Bisogna imparare per rinnovare, altrimenti non si va da nessuna parte. Ed è quello che sta succedendo adesso.

Lunedì, 28 Maggio 2012
Pubblicato in Recenisoni Libri Teatro
Visioni incrociate. Pippo Delbono tra cinema e teatro Nicola Bionda, Chiara Guardoni
VISIONI INCROCIATE. PIPPO DELBONO TRA CINEMA E TEATRO
Titivillus, 2012, Euro 16.00
(TEATRO - Nicola Arrigoni)
Mercoledì, 26 Ottobre 2011
A Vie in scena il pensiero sul mondo

Dal poetico Delbono al geniale Warlikowski: dieci giorni di teatro d'arte

di Nicola Arrigoni

Racconti africani da Shakespeare

Vie Scena Contemporanea Festival è senza dubbio la vetrina del teatro contemporaneo più interessante di questi anni. La manifestazione, diretta da Pietro Valenti e organizzata da Fondazione Emilia Romagna Teatro, è la testimonianza che se si vuole si possono fare grandi cose, anche in un Paese allo sbando come il nostro, malgrado una incultura forse più predicata che reale. A vedere il pubblico numeroso che nei dieci giorni di festival ha affollato i teatri modenesi per una vetrina all'insegna dell'internazionalità si può sperare in tempi migliori. In Vie 2011 era palpabile la volontà di affidare all'arte scenica il compito di elaborare un pensiero sul mondo, un pensiero propositivo, creativo e quindi proiettato verso il futuro. Il festival – che ha coinvolto anche i Comuni di Carpi, Vignola, Castelfranco Emilia e Rubiera – quest'anno ha dato l'impressione più che mai di aver chiesto allo spettatore di farsi autore di ciò che vedeva, di muoversi liberamente fra drammaturgia e linguaggi globali, ma non necessariamente globalizzati.

Dopo la battaglia di Pippo Delbono

Così i giapponesi di Toshiki Okada o i cinesi di Edit Kaldor hanno dato conto di una scena orientale che è destinata ad essere sempre più presente, oppure la forza e intensità dei racconti shakespeariani di Warlikowski ha dato al festival uno spettacolo monstruum che sarà difficile dimenticare, così come la volontà di intrecciare culture ed estetiche quella dell'Est di Hermanis oppure i Karamazov, riletti con piglio sudamericano da César Brie o ancora l'America di Via col vento rielaborata da Antonio Latella. L'inizio del festival è stato folgorante, in sintonia con l'idea di un teatro in grado di raccontare l'oggi e incarnare la poesia, far respirare la varietà e la ricchezza della Terra/mondo/patria e al tempo stesso invitare gli spettatori all'intimità di un racconto quasi privato. Dopo la battaglia di Pippo Delbono ha proposto un teatro di pura poesia, un teatro di denuncia ma anche di spudorato autobiografismo: un omaggio a Pina Bausch ma anche a Bobò, l'attore microcefalo della compagnia dell'artista genovese, corpo poetico costruito da quarant'anni di manicomio. In Dopo la battaglia c'è lo struggente sciabordare di un mare su cui si naufraga con dolcezza ed emozione, c'è la vita che brucia e la morte che incombe, ci sono le immagini e le parole che Pippo Delbono fa e agisce con straordinaria e poetica imprevedibilità. In Dopo la battaglia si piange e si ride, ci si indigna per la pochezza della politica incolta – che ha scatenato feroci polemiche nel territorio emiliano - e in tutto ciò Delbono nel suo danzare 'sgraziato' è una sorta di angelo che ci svela il lato segreto della vita.

Kapusvekti – Graveyard Party di Alvis Hermanis

C'è ironia e leggerezza nel lavoro del regista Alvis Hermanis che allo Storchi ha messo in scena la sua Spoon River, Kapusvekti – Graveyard Party, il racconto per immagini, musica e parole della festa dei morti, del rapporto fra chi resta e chi se n'è andato in cimiteri che sembrano giardini, in luoghi dell'oltrevita che nulla hanno di monumentale e molto di spazio dove ritrovare la foscolianoa 'corrispondenza di amorosi sensi'. Gli attori e musicisti di Hermanis raccontano e si raccontano, dimostrano come sia possibile vivere con leggerezza il grande interrogativo della morte e soprattutto il bruciante senso d'assenza e di vuoto che la morte porta con sé. Un piccolo lavoro che rimane nel cuore. L'Amleto di Danio Manfredini in forma di studio visto a Rubiera ha dalla sua una cupezza e una ieraticità che lasciano per ora perplessi, una monotonia che rende le parole di Shakespeare mute. Manfredini – apprezzato attore e regista della ricerca teatrale – lavorerà ancora al testo di Shakespeare fino al debutto di maggio e forse allora si capirà chi vuol essere e perché vuol essere il principe di Danimarca.

Shakespeare nostro contemporaneo è quello di Racconti africani da Shakespeare del regista Krysztof Warlikowski, lo spettacolo capolavoro, il vero motivo di interesse dell'intero festival, un kolossal che dimostra ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – la grandezza della scuola teatrale dell'Est Europa, ma soprattutto la capacità di artisti come Warlikowski di costruire rappresentazioni di mondi, di interrogarsi sulle grandi tematiche dell'esistenza: l'amore, la morte, il sesso, il denaro, la malattia, la vecchiaia. Il regista polacco o i suoi strepitosi e impeccabili attori realizzano un intreccio di storie sospese fra la vita e la morte che intrecciano le storie di Otello, Il Mercante di Venezia, Re Lear, con testi contemporanei come ?oul on Ice di Cleaver Eldrich e L'Estate di John Maxwell Coetzee. Ma al di là dei riferimenti testuali, la drammaturgia di Racconti africani da Shakespeare – firmata da Krzysztof Warlikowski e Piotr Gruszczynski – è corpo che scotta, sono amori che si sfidano, sono relazioni poste su un tavolo operatorio, è chirurgia dell'anima e dei legami d'amore fra i sessi. Otello il negro, Lear il vecchio, Shylock, l'ebreo sono simboli di esclusione, simboli della diversità che incute paura e affascina, simboli dell'altro che è parte di noi. I personaggi, le storie, lo spazio sono in un altrove che è vita sospesa o morte agita, c'è la sensazione di una fine imminente eppure c'è la voglia di non perdersi via, di non buttarsi via. In Racconti africani da Shakespeare c'è la violenza del padre sulla figlia, c'è il sesso come completamento dell'anima, c'è la gelosia che acceca, c'è l'amore omosessuale, in una sola parola c'è la vita e la voglia di viverla fino in fondo, anche nel freddo di un obitorio, anche col dolore nel cuore. In tutto ciò c'è la grandezza di un fare teatro che l'Italia fatica a sostenere e che per fortuna realtà come Vie documentano e portano all'attenzione degli spettatori più attenti e sensibili all'idea che il teatro è luogo di confronto, è comunità, spazio per condividere pensieri in forma di emozioni e di poesia.

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