domenica, 15 dicembre, 2019
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Corriere Lombardo, 15 dicembre 1953

Guarda un po' dove s'è andata a cacciare una commedia di Pirandello. Nientemeno che nell'ultimo copione del povero Louis Verneuil alacre e indefesso fabbricante di facete macchinette di precisione, di buona e piacevole memoria, morto suicida l'anno scorso. Ma non è una cosa seria – ricordate? – narra di un uomo, Memmo Speranza, il quale crede di evitare il matrimonio sul serio, irreparabile e indissolubile, sposa per ischerzo una poveretta, Gasparina, senza grazia e senza spirito, fermamente convinto che, trattandosi di un matrimonio in bianco, al momento opportuno sarà in grado di liberarsene facilmente, consenziente il tribunale della Sacra Rota favorevole in linea di massima allo scioglimento delle nozze contratte e non consumate. Basta però che la deserta Gasparina diventi ufficialmente la signora Speranza perché si rivelino insospettati fascini e tesori di interiore spiritualità, sepolti sotto le macerie di un passato umiliato e meschino. Memmo Speranza finisce con l'innamorarsene perdutamente e il matrimonio per burla diventa un matrimonio sul serio. È una delle pochissime commedie ottimistiche di Pirandello. Purtroppo sono cose, queste, che si verificano soltanto sul palcoscenico. Nella vita, caso mai, avviene il contrario.

Ebbene in Affari di Stato, deliziosamente interpretata ieri sera all'Excelsior dalla Compagnia Calindri-Zoppelli-Valeri-Volpi-Riva, mutato il tono e cambiata la condizione professionale e sociale dei personaggi, accade la medesima cosa. Siamo negli Stati Uniti e precisamente a Washington – appena dieci anni fa Verneuil avrebbe ambientato la sua commedia ad Auteuil. Segno dei tempi. Sono i vantaggi di aver vinto la guerra e inventato la bomba atomica, bisogna comprenderlo – tra diplomatici altolocati, e col telefono che continua a squillare dalla Casa Bianca, con chiamate urgenti ora di Truman ora di Eleonora Roosevelt, la vedova inquieta; ciò fa molto Patto atlantico. Giorgio Henderson, affascinante senatore quarantenne dalle tempie argentee, appartenente al partito repubblicano, e quindi all'opposizione, è innamorato cotto e ricambiato di Costanza tanto per cambiare moglie del suo miglior amico, l'anziano Filippo Russell, grande uomo politico in ritiro che ora esercita la sua sopraffina diplomazia in famiglia conducendo il gioco di non dover divorziare dalla donna che ama per regalarla al suo giovane rivale e dilazionando più che è possibile il momento di diventar cornuto.

Un po' con la scusa che un uomo politico scapolo fa meno carriera di uno ammogliato; molto per il timore di Costanza che, in attesa di ottenere dal restio consorte il consenso al divorzio, teme qualche colpo di testa da parte dell'innamorato; e parecchio anche perché l'autore ha deciso così, il bel senatore Giorgio viene spinto a un matrimonio strettamente formale e rappresentativo con Irene Elliot, giovane maestrina, timida timida, modesta modesta, apparentemente sciocca, e appariscentemente priva di personalità. Viene stipulato un regolare contratto con debito stipendio e l'accordo che, quando verrà il momento, il legame sarà sciolto e avverrà il cambio di moglie. Per tutti, Irene sarà la buona fata, la donna di casa esemplare necessaria a richiamar voti sulla testa del marito. Nell'intimità: camere separate e rapporti burocratici da principale a dipendente.

Ma non appena sposata, Irene, la quale, è superfluo avvertire, arde d'una segreta fiamma per l'onorato consorte, si rivela un portento: fine, abile, seducente, bella; e soprattutto dotata di uno di quegli intuiti politici che possono condurre dritto dritto, in America almeno, a una carriera di ambasciatrice. Irene è talmente preziosa e geniale che, oltre a preparare i discorsi politici al marito, sempre ispirata, fra le quinte, dallo scaltro becco in aspettativa, gli fa fare una carriera precipitosa coronata dalla promozione a onorevole Andreotti della situazione, voglio dire a Sottosegretario di Stato nel governo Truman. A questo punto, comprensibilmente, non è più necessario divorziare. Con la stima, con la utilità e con una opportuna manovra di ingelosimento condotta a regola d'arte, è nato l'amore; le nozze possono venir consumate e a quest'ora avranno certamente dato i loro frutti.

Senza essere un copione memorabile e nei limiti del semplice divertimento, la commedia risulta così agile, elegante, ricca di garbo spiritoso e dotata di un dialogo sottilmente umoristico, da sembrare, anziché di Verneuil, del miglior Guitry; anche se, alla resa dei conti, tutto il suo merito si riduce all'aver aggiunto un lato al tradizionale triangolo, trasformandolo in un semplice rettangolo truccato. E soprattutto sembra fatta apposta per i quattro attori che ieri sera l'hanno interpretata fra il continuo divertimento del pubblico, il quale ha sottolineato di applausi ogni loro uscita e perfino numerose battute isolate. Ernesto Calindri d'un finissimo e crepuscolare umorismo, Lia Zoppelli dalla luminosa eleganza, Valeria Valeri dall'assennatezza starei per dire lirica, Franco Volpi coi suoi compassati stupori, andrebbero ognuno nominati in testa ai propri compagni. Una delizia.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 14:56
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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