mercoledì, 30 novembre, 2022
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INTERVISTA A MILENA VUKOTIC - di Francesco Bettin

Milena Vukotic. Foto Francesco Bettin Milena Vukotic. Foto Francesco Bettin

Instancabile professionista, grande interprete di spettacolo di lunga esperienza, attrice che ha lavorato su numerosi registri, Milena Vukotic in questi giorni è in tournée con “A spasso con Daisy” dove interpreta naturalmente la protagonista nello spettacolo che porta la regia di Guglielmo Ferro, con accanto Maximilian Nisi e Salvatore Marino. Un successo pieno in tutti i teatri, ormai un’abitudine per quest’attrice raffinata che ha saputo dare negli anni interpretazioni di grande prestigio, sia al cinema (dove ha iniziato con Damiano Damiani), che in teatro e in televisione. Il suo nome si lega a numerosissimi film di grandi registi, tra cui ricordiamo volentieri appunto Fellini, Risi, Monicelli, Lina Wertmuller, Scola, Zeffirelli, Verdone, ma anche Bertolucci, Bunuel, Avati, Carlo Mazzacurati. E, in tv e in teatro, con Lattuada, Strehler, Franco Enriquez, Franco Branciaroli, Maurizio Scaparro. Come dimenticare poi la saga di “Fantozzi” dove interpreta sua moglie Pina? L’abbiamo incontrata ad Arzignano (Vicenza), dove con lo spettacolo ha inaugurato la stagione artistica 2022-23 al Teatro Mattarello. E’ una grande emozione essere accanto a una Signora dello spettacolo, umile e disponibile come pochissime altre.

Signora Vukotic, qual è il suo primo ricordo su di un palcoscenico?
Tanti anni fa sostituii una collega a Parigi, al Theatre de La Huchette. In quel periodo studiavo al Conservatorio ma frequentavo anche dei corsi di teatro. Il primo approccio però è stato precedentemente, con la danza che è stata la mia prima professione, al Teatro dell’Opera e poi in giro per il mondo.

I suoi inizi sono divisi tra musica, danza e poi recitazione, dunque.
Cinque anni di studio al Conservatorio, un primo premio che mi ha permesso di entrare direttamente all’Opera, tre anni e mezzo di compagnia, con la danza, in giro per grandi teatri. Poi è venuta la recitazione, e il cinema in Italia. Avevo visto il film di Federico Fellini “La strada”, ho deciso di venire a Roma, dove peraltro ero nata e dove c’era la mia mamma, e così è cominciata la mia vita artistica in Italia. La danza l’ho frequentata un po’ anche appena arrivata qui, ma ero protesa verso l’arte drammatica. Dopo aver visto il film di Fellini il mio desiderio era quello di poter lavorare con lui.

Lei è figlia d’arte, questa cosa l’ha un po’ agevolata nel nostro Paese o era difficile anche allora cominciare a lavorare nello spettacolo?
Sì, era difficile, perché io sono nata in Italia ma non avevo fatto ancora niente, dunque ho cominciato tutto daccapo, anche lo studio del teatro in lingua italiana. Anche se era una lingua che parlavo con mia mamma non avevo mai fatto una scuola, e ancora meno il teatro in italiano. Tornando a Roma dunque è stato per me l’inizio di una nuova vita.

Ai giorni nostri secondo lei è più semplice o più complicato per chi vuol fare questo lavoro trovare una strada?
L’uno e l’altro, anche se penso sia più difficile adesso. Ora si fa tanta televisione, e poco cinema anche perché chiudono le sale, è tutto più complicato in questi tempi.

La sua è una carriera fatta di grandi incontri, grandi esperienze…
Sono stata fortunata, si…

C’è qualcosa che le manca, che avrebbe voluto fare ma non è ancora riuscita?
Certo, ci sono ancora tanti registi con i quali non ho potuto per ora lavorare, anche non italiani però, insomma…non è mai troppo tardi, chi lo sa? Può sempre capitare…

Adesso è in scena con “A spasso con Daisy”, commedia brillante e molto conosciuta, apprezzata. Qual è il suo punto di forza, quello che conquista il pubblico, a suo parere?
Credo il valore dei rapporti, in questo caso quello fra lei e il suo autista, all’inizio, perché sono tutti e due in un certo senso emarginati. Lei perché ebrea e avanti con gli anni, e pensa di essere messa da parte nonostante un figlio, Boolie, che le vuole bene ma non le ripone fiducia. E lei non vuole perdere la sua libertà. L’autista le viene imposto per aiutarla, e lei non vuole anche se non ha nessun pregiudizio (Hoke è un afroamericano). Il problema è che non vuole perdere la sua autonomia. Anche se il loro rapporto inizia in modo molto violento e sgradevole poi finisce con l’essere il più bello della sua vita, infatti glielo dice. Perché anche lui, soprattutto nell’America di quegli anni (siamo nel dopoguerra, ndr) si sente discriminato. Il senso del testo è di “curare” i rapporti umani, che sono difficili da crearsi perché, checchè se ne dica, il razzismo esiste. Nonostante la scienza, la genialità espressa in questo secolo le cose non sono molto cambiate, se non in apparenza. Forse, un pochino la situazione è migliorata.

La sua Signora Daisy suscita chiaramente simpatia e molta tenerezza, nonostante appunto il piglio iniziale. Cosa ci ha messo di suo Milena Vukotic in quest’interpretazione?
Tutto quello che sentivo, tutta la mia passione, soprattutto, per cercare di sviscerare, di capire, di recitare con un senso di gioco perché poi, alla fine, in teoria sarebbe sempre un grande gioco questo nostro lavoro. Come fanno i bambini, creiamo qualcosa al di fuori di noi che non sempre si può definire perché ogni volta è una cosa diversa. Comunque, parlando proprio del mio lavoro, è molto importante riuscire a ritrovare la nostra infanzia.

A proposito del suo lavoro, il rispetto verso il pubblico come si misura, dove deve iniziare?
Il rispetto è uno e basta, noi dipendiamo dal pubblico ed è uno scambio di emozioni, che arrivano o non arrivano e questo fa parte del rispetto. Dare tutto quello che si può e riceverlo è una forma di rispetto. Penso che se diamo tutto il nostro impegno fino in fondo, arriva.

Essere interprete, attrice, comporta del distacco dalla razionalità, dalla quotidianità “normale”? E’ qualcosa che può annientare secondo lei?
Si, per forza, facciamo una vita così sbilenca, sempre in giro. Quella che portiamo avanti non è una vita cosiddetta equilibrata, perlomeno è un altro tipo di equilibrio che abbiamo, che bisogna assolutamente sentire fino in fondo, sennò è un’esistenza troppo difficile da vivere.

L’affetto che la gente le dona, la gioia di rivederla in scena sempre le fa credere di essere una persona un po’ fortunata o è solo una questione di talento che si ha, e che si dona agli altri?
No, sono molto fortunata, non un po’ soltanto. Prima di tutto perché faccio quello che amo, e sono anche pagata per questo. Poi, non sempre le ciambelle riescono col buco, non tutte le cose che si fanno sono sempre le migliori, ma io amo moltissimo questo lavoro, anche nei momenti più difficili.

Ha un personaggio al quale è più legata, di tutti quelli che ha “vissuto”?
Si, è quando ho interpretato un’ Alice molto particolare per la televisione, avevo trentasette anni, la trasmissione si intitolava “Nel mondo di Alice”. La regia era di Guido Stagnaro, era in parte con attori e in parte con pupazzi. Un personaggio meraviglioso, che in quell’età che avevo mi permetteva di visitare questi mondi meravigliosi, surreali. Forse è proprio questo il personaggio al quale sono più affezionata in quanto lo si ritrova anche nella vita quotidiana certe volte.

La prossima sfida sappiamo che sarà tra qualche mese un Pirandello, “Così è se vi pare”. Ci può anticipare qualcosa di questa Signora Frola che lei porterà in scena?
A parte la grandezza di questo testo, molto emozionante per me è il fatto che tanti anni fa lo interpretai nella parte della ragazza giovane, con Rina Morelli e Paolo Stoppa, in una delle prime cose che ho fatto a teatro. E questa prossima cosa, appunto, è una sfida nuova alla quale tengo moltissimo, con la regia di Geppi Glejieses, con Pino Micol e Gianluca Ferrato. Saremo già in calendario a partire dal 3 febbraio.

Un’ultima cosa, che riguarda uno dei suoi personaggi che la gente ama di più, la Pina, moglie del ragionier Fantozzi. Ci può dare una definizione una definizione di quel personaggio?
Parto da una battuta che piaceva tanto a Paolo Villaggio, “Io ti stimo tanto”, che è feroce e contemporaneamente molto tenera. E’ un clown, anche lei come suo marito. Un clown, sì, che sono stata molto felice di poter abitare, davvero.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 17 Novembre 2022 08:28

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