mercoledì, 28 settembre, 2022
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INTERVISTA a VIOLANTE PLACIDO - di Francesco Bettin

Violante Placido. Foto Dalila Russo Violante Placido. Foto Dalila Russo

Un’attrice che è anche musicista e cantante, poliedrica e determinata, che affronta cinema, teatro, televisione e musica con uguale impegno. E’ Violante Placido, figlia d’arte di papà Michele e di Simonetta Stefanelli, che ben presto ha seguito le orme dei genitori iniziando prima nel cinema poi in tv e a teatro. La musica inoltre è una sua compagna da sempre, tanto è vero che ha inciso due album, è appena uscita con un singolo e porta sul palco in questo periodo “Femmes fatales”, uno spettacolo tra musica e narrazione distribuito da AidaStudio Produzioni, dove è in scena con la sua band e cinque storie di altrettanti cantanti, muse iconiche delle sette note, da Marianne Faithfull a Yoko Ono a Patty Pravo, Francoise Hardy e Nico. Uno spettacolo che rende omaggio a queste grandi artiste e che mostra la versatilità di Violante, attrice e cantante, donna di spettacolo, che sarà a Padova il 17 agosto per il concerto, al Padova Pride Festival, e il giorno dopo a presentare un film da lei girato, “Femminile singolare” di autori vari, alla rassegna “Cinemauno estate”, curata dal Centro Universitario Cinematografico. L’intervista che segue ci racconta una Violante magari meno conosciuta, quella che fa musica, ma con la grinta di sempre.

Come convivono in te queste due anime, quella della recitazione e della musica, Violante?
Convivono bene soprattutto in questo spettacolo , dove ho scelto di rappresentare in “Femmes fatales” queste cinque artiste attraverso dei monologhi che le raccontano un po’ nell’intimità, su testi miei e di Michele Primi, attraverso delle cover arrangiate insieme alla mia band. Uno spettacolo fatto di musica e parola dove le due anime che citi sono riuscita ad unirle per portare sul palco ciò che più amo.

Hai inciso anche due album, col nome Viola, ma ora sei Violante Placido a tutti gli effetti anche nella musica…
Si’, sono appena uscita con un singolo, “Tu stai bene con me”, un brano in italiano che esce a distanza di un po’ di anni dall’ultimo disco, “Sheepwolf”, che era quasi tutto in inglese. A distanza di tempo ho deciso di unire anche per il nome le due anime, che si sono incontrate sempre di più facendo uscire appunto Violante, e quindi di uscire col mio nome completo. Due anime che adesso mi sembrerebbe strano dividere, ecco perché non mi firmo più solo Viola.

Parliamo di cinema e teatro. Sei figlia d’arte, hai sempre respirato aria di spettacolo fin da piccola, cinema, teatro, tv. La musica appunto. C’è un luogo artistico dove ti vedi meglio?
No, a me tutti questi luoghi nutrono e con tutti amo esprimermi. E’ una domanda che mi viene fatta spesso, ma non vedo perché per forza ci debba essere una classificazione.

Un’occasione particolare di lavoro che aspetti da tempo?
Non lo so, non mi proietto troppo nel futuro. Sicuramente c’è sempre l’attesa di un personaggio che ti sconvolga, che ti travolga, ma anche adesso che sono impegnata con questo spettacolo, con la musica, mi dedico completamente a ciò. Sto promuovendo questo singolo, c’è un altro brano che sta già in una colonna sonora scritto con Boosta, insomma mi voglio dedicare un po’ alla musica, che è sempre un mio amore.

Mentre suoni sul palco, le emozioni sono diverse da quando reciti, sia sul set che a teatro?
Diciamo che la musica ti mette più a nudo, sicuramente. E’…forte. Il cinema è quello dove ho più esperienza, da anni, e conosco bene tutti i meccanismi. Sul palco continui sempre a imparare, ti tiene inevitabilmente elettrica, sempre, lì non ci si può assentare, soprattutto quando racconti qualcosa in più di te stessa.

Del tuo ultimo singolo hai fatto anche un bel video, firmato da Massimiliano D’Epiro, il tuo compagno. Nello spettacolo canti anche questa canzone?
Lo farò tra i bis, perché principalmente qui racconto delle artiste che hanno dovuto lottare in quanto donne, contro dei pregiudizi nel mondo dell’arte per trovare spazio. Mi piace raccontarle proprio per questo, nel loro essere artiste, raccontando il loro percorso da quel punto di vista ma anche nel percorso proprio di donne per l’affermazione di indipendenza artistica.

E della nuova canzone che ci dici?
E’ musica che si unisce al cinema. Nel video, che si può vedere online, citiamo “La donna scimmia”, il film di Marco Ferreri, e già in passato nel video “Precipitazioni” avevamo fatto una citazione da un film di Roman Polanski, “L’inquilino del terzo piano” di Roman Polanski. Questa cosa mi piace, l’idea di fare dei video elaborati rispetto a come vanno le cose oggi, dove non è neanche necessario troppo il racconto. Però è il mio modo di raccontarmi, mi rappresenta e mi piace anche andare in qualche modo controcorrente. Il video di “Tu stai bene con me” dà tanti spunti di riflessione. Il brano parla di dare importanza allo stare in contatto con noi stessi per capire cos’è che ci fa stare bene senza troppe domande, con la capacità di ascoltare il battito del nostro cuore. Al tempo stesso anche di avere il coraggio di affrontare le nostre paure. Il video stratifica il significato, il fatto di andare oltre le nostre paure, di riuscire a scegliere quello che ci fa stare bene può comportare tanti ostacoli diversi per ognuno di noi. Nel film di Ferreri la donna barbuta veniva tenuta nascosta in un ospizio come se non fosse degna di avere un suo posto nella società, noi gli abbiamo dato una connotazione positiva, con questa coppia che fa un rito sciamanico, quasi di liberazione da tutte le paure che possono essere il pregiudizio delle persone o la cattiveria, Finchè loro hanno la forza alla fine di vivere il loro amore alla luce del sole camminando in mezzo alla gente, al paese, della serie “chi mi ama mi segua”. Tutti i dettagli li abbiamo curati io e il mio compagno, sono quelle cose “autoprodotte” che ti danno tanta libertà, e possibilità di esprimerti e metterci anche cura. E la Puglia è stata disponibilissima, ci ha sostenuto tanto. Alla fine ritornano le mie radici pugliesi (ride).

In quel tempo sospeso che abbiamo vissuto tutti, nel pieno della pandemia e del lockdown, come hai riflettuto sul tuo mestiere, cosa pensavi? Che sarebbe bastato aspettare o cosa?
E’ stata talmente una cosa inaspettata che era difficile secondo me in quel momento pensare troppo oltre. Eravamo talmente scombussolati, increduli di ciò che stava avvenendo che non sono proprio arrivata a farmi quella domanda.

Tanti film da attrice, ma a una tua regia hai mai pensato?
Sinceramente no.

Dopo il singolo farai uscire un nuovo album?
Adesso lavoro su dei nuovi brani, probabilmente diventeranno un album più in là. Fare musica non necessariamente deve partire dal progetto di un album nuovo. Oggi poi non è più neanche necessario uscire con un album, puoi farlo solo con i brani, poi più avanti potrà esserci anche il disco.

Torniamo a “Femmes fatales”. C’è qualcuna di quelle artiste in cui ti riconosci un po’ di più?
Guarda, tutte mi restituiscono veramente tanto e a mia volta io voglio restituire qualcosa al pubblico. Diciamo che Francoise Hardy forse è quella che caratterialmente mi può assomigliare, quella che apparentemente ha avuto un percorso più sobrio nel senso che sicuramente il suo travaglio se l’è vissuto più, diciamo, fuori dalle luci. A differenza per esempio di Yoko Ono che anche mediaticamente ha dovuto lottare molto di più, subire di più.

Cosa ti ha colpito di più della Hardy?
Che ha cercato di rifuggire un po’ le trappole mediatiche e al tempo stesso però è stata un’artista molto emancipata, una delle prime cantautrici donne che in quell’epoca, gli anni Sessanta, già scriveva e raccontava un suo mondo, attorniata da delle cantanti talentuosissime ma che erano tutte interpreti. Di lei mi piace anche questo suo lato un po’ schivo che però attraverso la sua musica, la sua arte, e riesce poi a raccontarsi e a restituirci emozioni attraverso la sua grande sensibilità.

Le altre invece?
Hanno avuto delle vite molto tortuose, anche pericolose, qualcuna ha toccato il fondo brutalmente, come Marianne Faithfull che è una sopravvissuta, una fenice che continuamente è risorta dalle sue stesse ceneri. Nico alla fine purtroppo si è persa in quel buio in cui ha iniziato a navigare che però al tempo stesso è stato il coraggio di andare a fondo a quello che forse erano le tenebre della sua anima. In qualche modo poi è riuscita a trasformare questo in arte, ed è diventata una sorte di pioniera del gotic rock, una che comunque ha lasciato un tassello, quando aveva cominciato in tutt’altro modo. Probabilmente nessuno si sarebbe aspettato da lei un’artista capace di lasciare un segno innovativo. Per molti Nico rimane la chanteuse dei Velvet Underground, la donna bellissima, inarrivabile. Per lei invece questa cosa era una gabbia dalla quale è dovuta fuggire.

Perché hai scelto proprio loro per lo spettacolo, tra tante icone musicali?
Hanno significato tutte qualcosa di importante per me, a partire da Patty Pravo che è sicuramente l’artista più risolta, quella che è riuscita veramente a esprimersi senza limiti. Credo che questo però sia stato dovuto anche al fatto che lei era una donna emancipata, e che la stessa emancipazione era sostenuta da una ragazza che quando è passato il treno era pronta, aveva già studiato, era colta, aveva avuto degli strumenti che poi le permettevano di padroneggiare la sua libertà diversamente. Anche se è sempre stata un’interprete grazie alla sua personalità è riuscita a fare un percorso che se fosse stata solo bella e talentuosa, senza idee personali non avrebbe certo fatto.

E del film “Femminile singolare” cosa ci puoi dire?
Sono sette storie di donne che affrontano i propri ostacoli nella società di oggi, come essere femminile, madre, lavoratrice. Sette episodi interpretati anche da Catherine Deneuve, Monica Guerritore e altre attrici. Io faccio la mamma di un ragazzo disabile, il tema del mio corto è la sessualità nella disabilità, un tema piuttosto nell’ombra di cui si parla molto poco.

Ti troveremo in giro a fare musica quindi da qui in poi?
Stiamo prendendo delle date, del resto questo spettacolo non fa un tour come quelli teatrali di prosa, che so, di due mesi, è uno spettacolo dove prendo delle date e le incastro confrontando i miei impegni cinematografici. Date che durante l’anno appunto incastro ad altre cose che faccio.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 11 Agosto 2022 10:24

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