venerdì, 19 agosto, 2022
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INTERVISTA a OTTAVIA PICCOLO - di Francesco Bettin

Ottavia Piccolo. Foto Tommaso Le Pera Ottavia Piccolo. Foto Tommaso Le Pera

Siamo in un camerino del Teatro Comunale di Vicenza, dove tra un paio d’ore va in scena il suo ultimo spettacolo. Ottavia Piccolo sta per iniziare a truccarsi e si racconta con grande gentilezza, la stessa che porta al di fuori del suo ruolo pubblico. Lo spettacolo è “Eichmann. Dove inizia la notte” di Stefano Massini, e suo compagno di scena è Paolo Pierobon, ed è bello avere davanti una vera signora del teatro, dello spettacolo, vincitrice, ad esempio, della Palma d’Oro a Cannes come miglior attrice protagonista (nel 1970 con il film “Metello”) perché per lei parla la sua esperienza coi grandi, Visconti, Strehler, Squarzina, Bolognini, Germi, i lavori fatti con Claude Sautet, Granier Deferre, Ettore Scola, Margarethe Von Trotta, Duccio Tessari. E a teatro quelli con Fantoni, De Lullo, Puggelli e il sodalizio che dura da qualche anno con Stefano Massini, un nuovo cammino teatrale di teatro civile contemporaneo, molto apprezzato dal pubblico.

Partiamo proprio dagli spettacoli che fai in questi anni…hai lasciato da parte il teatro classico per portare in scena tematiche civili contemporanee, sociali. Ma potremo mai rivederti in qualche dramma shakespeariano, o di Moliere, Cechov, Ibsen?
Certi personaggi non li posso più fare anche per via del tempo che passa, anche se una volta Giulietta si poteva fare anche con l’età matura ora no, io stessa mi sentirei ridicola ed è giusto. E’ vero che ci sono comunque grossi personaggi nel teatro classico ma fino a che non viene un regista che mi convince che uno di quei testi è da fare, perché in questo momento è importante, faccio fatica a pensarci. Devo essere convinta che certi ruoli, certi spettacoli mi riguardano come persona e non come attrice, e che quindi riguardano il pubblico. Spesso vado a teatro, magari vedo anche delle cose belle, ma poi mi viene il dubbio che certo tormenti amorosi, per dire, non mi riguardino più tanto, non lo so. Lo spettacolo magari è bellissimo, ma è come se sentissi che è una cosa lontana, per cui mi interessa parlare più di noi. Strehler stesso diceva che raccontava storie, è questo che mi interessa, le storie che penso che in qualche modo possano riguardare un po’ più di gente da vicino. Non escludo come detto nulla, però deve esserci qualcosa che fa scattare una molla particolare, per quel tipo di teatro che mi hai detto tu. Un regista, una donna magari, un interesse che possa essere anche quello del pubblico sennò non mi diverto.

Il teatro parla sempre alla contemporaneità comunque, non trovi?
Quello sicuramente, solo io penso di aver fatto certe cose belle nel momento giusto, all’età giusta, e anche quello conta. Ho avuto la fortuna di incontrare il miglior teatro italiano degli ultimi sessant’anni.

E com’è messo secondo te il teatro oggi?
La storia è un po’ cambiata, non ci sono più i grandi maestri del teatro di regia, quello di un tempo, i Visconti, Strehler, Costa, Ronconi, Massimo Castri. Ci sono dei bravissimi teatranti, dei grandi interpreti in giro ma non vedo una forza che possa ricostituire il teatro di regia come l’abbiamo conosciuto da mezzo secolo a questa parte. Alcuni di oggi mi piacciono, come Antonio Latella, Andrea Baracco. Mi piace moltissimo Emma Dante, che racconta delle storie meravigliose, commoventi, ed è una regista vera che ha delle cose da dire importanti, ma anche lei non rientra in quel modo di intendere il teatro di una volta, del resto penso che sia finito quel mondo, che un cambiamento è avvenuto.

Mi dai una definizione tua del lavoro d’attrice? Possiamo considerarlo un lavoro come un altro?
Io non ho fatto altro nella vita, il fatto di considerarlo come un altro lavoro lo pensavo fino a poco tempo fa, l’ho sempre chiamato infatti mestiere e non professione, era più vicino a qualcosa di concreto, da fare con le mani e con il corpo, che è vero. Però ha a che fare con la testa e con quello che abbiamo dentro molto di più di un altro lavoro, non è che chiudi la saracinesca e vai a casa e basta, vivi sempre con una visione unica tutto, lo stesso guardare gli altri chiedendoti cosa si può rubare dal loro essere. E’ un mestiere che ha molto a che fare con la socialità, con lo stare in mezzo alla gente. Non credo che un grande regista o un grande attore possa permettersi di stare nella sua torre d’avorio e non capire cosa gli sta succedendo intorno, nel suo mondo. Mi sento sempre in scena un po’ più Ottavia che racconta che non un personaggio fisico da riproporre. Quello che sto facendo ora è qualcosa che ha più a che fare con un tipo di teatro politico, nel senso di raccontare la società, non partitico ovviamente. Per mettermi una parrucca sopra e fare un personaggio diverso ci dovrei pensare, come ho detto prima. Forse sono cambiata, cresciuta, vedo altri percorsi.

Sei stata anche doppiatrice, di Carrie Fisher, Hanna Schygulla (“Il futuro è donna” di Ferreri), Susan Sarandon.
Si’, altra esperienza non approfondita anche perché è un mestiere che si fa da fermi, io sono abituata a stare sempre in giro. Invece una cosa che ho doppiato e che non sa nessuno è, nella “Medea” di Pasolini l’urlo della moglie di Giasone, Creusa. Ho conosciuto Pasolini in quell’occasione, mi chiamò per quello, parliamo di cinquant’anni fa.

A proposito di Pasolini vedi qualcuno di quella levatura in giro?
Macchè. Dove stanno i Pasolini della situazione oggi? Lui aveva una marcia in più, e oltretutto era una persona di una dolcezza unica, posso dire questo anche se sono stata poco con lui. Una persona che sapeva vedere il futuro come sarebbe stato.

E il cinema, Ottavia? Qualche ricordo particolare, oltre alla Palma d’Oro vinta come miglior attrice protagonista a Cannes?
Il cinema? Ne avrei fatto di più volentieri, ma da un certo punto in avanti mi sono un po’ bloccata, facevo molto teatro e le occasioni sono mancate. Un po’ mi dispiace, ma solo un po’. E’ successo che nel 1976 in Francia feci un film molto importante con Claude Sautet, accanto a Michel Piccoli, che in Italia non è uscito per una botta di sfortuna. Su quel film avevo molto puntato, per la mia carriera cinematografica ma il produttore italiano fallì e il film non uscì mai. Da quella cosa ne uscii un po’ azzoppata, se fosse uscito chissà… Quell’anno andai ancora a fare teatro, “Misura per misura” con Luigi Squarzina regista, con Gabriele Lavia. Prima avevamo fatto anche un “Romeo e Giulietta”, eravamo giovani, belli, ricci entrambi, e dopo proprio con lui fondammo la nostra compagnia, avevamo una trentina d’anni. Facemmo “Il vero amico”, “Amleto”, “Anfitrione” di Kleist, “Il gabbiano”. Belle cose, giuste al momento giusto appunto, come ho detto prima.

Ci parli di “Eichmann”?
Di Hannah Arendt e di Eichmann non abbiamo voluto fare la messa in scena di due persone vere, ma piuttosto l’incontro di due mondi, dove ognuno resta sulla sua posizione. Questa è la cosa interessante secondo me, il regista Avogadro ha spinto molto sul fatto di non far nessun tipo di immedesimazione anche visiva. Lo stesso Eichmann non è quello che siamo abituati a vedere nelle immagini del processo, Pierobon fa qualcosa di molto diverso, tira fuori dal testo quello che Eichmann pensava di dover essere, una persona importante, che restasse nella storia. Le domande che vengono fuori da subito sono quelle che ogni persona con un senso morale si fa: perché è potuto accadere tutto ciò, dove inizia la notte, il nero in ognuno di noi? E’ il senso della responsabilità personale. Gli stessi tedeschi come popolo hanno collaborato, con le costruzioni dei campi, i treni da far partire e nessuno si domandava a cosa serviva tutto questo. E’ stata una sospensione, che veniva dal fatto di essere stati condizionati da un pensiero durato anni, come con il fascismo da noi. E come in altre parti del mondo, noi esseri umani sempre quelli siamo in fondo.

Come lo sta accogliendo il pubblico?
Ha una sensibilità diversa, parliamo di cose che non sono fuori dal mondo oggi, come la paura, delle persone che cambiano per comodità. C’è gente ci dice a fine spettacolo che queste tematiche, in questo momento, le sentono più da vicino, le persone vengono toccate di più, sono in tanti che ce lo vengono a dire, anche i giovani che magari sanno meno, non si ricordano, o non hanno studiato il periodo della guerra mondiale. Speriamo sia una presa di coscienza, almeno per qualcuno.

Qualcuno dei due che è più forte tra Eichmann e la Arendt?
Le argomentazioni di Eichmann sono talmente banali che certe volte sembrano normali. Come il voler far carriera, più di qualcuno si interroga è pensa che è vero, lecito pensare di farla. Lei è un ragionamento, razionale, fa venir fuori la sua rettitudine mentre Eichmann arriva come un qualcosa di normale, nel senso però di inquietante.

Cosa possiamo tutti fare noi per evitare tragedie simili?
L’unico modo è essere vigili, anche se non è sempre facile. Noi, qui, viviamo in una parte del mondo dove a parte le pecche della democrazia possiamo parlare, discutere, non farci indottrinare come in altri posti, e per fortuna è da decenni che ci siamo risparmiati questo tipo di problemi. Che poi è vero in parte, la guerra nella ex Jugoslavia l’avevamo a due passi, anche se non se ne parla più. E poi lo Yemen, e altri posti nel mondo. Bisogna informarsi, dunque, se si può. Io poi non riesco a stare da una parte o dall’altra, in certi eventi, penso che l’unica cosa da dire è che la guerra non la voglio, come tutte le persone di buon senso, e che mi schiero contro chi fa morire la gente. Ho in mente quello che diceva Gino Strada, che affermava che la guerra dovrebbe essere un tabù, esattamente come per l’incesto. Se riuscissimo a dire tutti insieme che anche la guerra non si fa, non si deve fare, saremmo già sulla buona strada. Poi ci sarebbero lo stesso perchè l’essere umano è quello che è, siamo, per dire, fragili, però già questo sarebbe un punto fermo.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Aprile 2022 12:17

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