lunedì, 03 ottobre, 2022
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INTERVISTA a NANCY BRILLI - di Francesco Bettin

Nancy Brilli. Foto Ornella Foglia Nancy Brilli. Foto Ornella Foglia

Nancy Brilli è in scena in questi giorni nei teatri italiani con “Manola” di Margaret Mazzantini, regia di Leo Muscato, spettacolo che fece anche venticinque anni fa con la regia di Sergio Castellitto e la stessa Mazzantini con lei in scena. Ora il ruolo di gemella antagonista invece è di Chiara Noschese, ed entrambe recitano ruoli freschi, vivaci, conquistando il pubblico ogni sera con la loro simpatia e un adattamento della commedia della stessa autrice. La Brilli ha debuttato anni fa nel cinema con Pasquale Squitieri e subito dopo con Pietro Garinei. Cinema, teatro e tv, anche doppiaggio di simpatici personaggi d’animazione, l’attrice è un’ interprete molto amata, popolare, e una donna di grande charme e femminilità. La incontriamo a Vicenza, nel suo camerino prima di una delle recite di “Manola”.

Buonasera Nancy, vogliamo parlare proprio di “Manola”, questo spettacolo di Margaret Mazzantini che porta in scena insieme a Chiara Noschese?
E’ stato scritto 25 anni fa e l’abbiamo portato in scena a quel tempo proprio con l’autrice, con la regia di Sergio Castellitto. Per un ritorno sulle scene dopo la pandemia pensavamo a qualcosa di speciale, ho chiesto a Margaret di riadattarlo, per due donne di oggi. Dire le stesse cose a due diverse età ha un significato differente, quindi ha adattato il testo in parte per le attrici di adesso, io e Chiara Noschese appunto, e in parte con degli altri temi rispetto a quelli di fine secolo, di allora. Pur tenendo comunque gli stessi iniziali e mantenendo una grande giocosità e follia. E’ uno spettacolo “pazzo”, con la bella possibilità per due attrici di avere tanti registri diversi, cosa molto rara.

La recitazione è quindi ancora più importante in questo caso?
E’ in assoluto la cosa più importante qui., guai a sbagliare qualcosa. Per delle attrici è una bellissima sfida.

Siamo di fronte a un’autrice contemporanea importante?
Sicuramente la Mazzantini lo è e il fatto che sia contemporanea, vivente, e che possa adattare un testo è un sogno.

Secondo lei stiamo tornando a una “normalità” nei teatri, dopo tanti problemi e tempo perduto?
E’ un momento estremamente difficile, dobbiamo tutti ricominciare a livelli alti, non si può dare un contentino al pubblico, bisogna fargli vedere cos’è il teatro, la recitazione, altrimenti non riusciamo a fare uscire gli spettatori da casa, Già così è difficile, c’è tanta paura, dobbiamo veramente mettercela tutta.

Com’era Nancy, Nicoletta, da giovanissima? Aveva intensioni serie sul fatto di voler fare l’attrice?
No, per niente, anche se il mio primo spettacolo l’ho fatto che avevo 4 anni, dalle suore. Quando studiavo all’istituto d’arte non ci pensavo minimamente. Ero compagna di classe della figlia di Pasquale Squitieri, Vittoria. Lì c’è stata la prima svolta quando lui mi chiesto di fare il mio primo film, avevo diciannove anni, e il film era “Claretta”. Ero totalmente inconsapevole e non ero convinta di fare l’attrice, mi sembrava più un’occasione per andar via finalmente da casa. Ho iniziato a scegliere questo mestiere stando in palcoscenico, al teatro Sistina quando Pietro Garinei mi prese per “Se il tempo fosse un gambero”, con Enrico Montesano. Da lì in poi non ho mai smesso.

Come le appariva il mondo artistico, a lei che vi si affacciava per le prime volte?
Lavorando sempre ero abbastanza staccata dalla realtà, il set, soprattutto, visto che ci stavo molto, è un posto altro, una realtà che non esiste. Si viene trattati in maniera quasi assurda, perché si è preziosissimi, se ci si ammala il film, la serie tv o lo spettacolo non proseguono. Ecco, uscendo da questo stato uno rischia di perdere la dimensione vera, fortunatamente a me non è capitato, ma ne ho visti parecchi andare appresso a disastri di vario genere.

Fare spettacolo dunque è un’arte estrema?
Bisogna essere veramente molto forti, non è un lavoro per gente dallo stomaco delicato, questo è sicuro.

Cosa pensa del successo facile?
Non si fa in teatro, per quello c’è la televisione, i vari talent. Anche lì sognano in tanti, non fanno gavetta e per quei cinque o dieci che riescono ad avere un successo vero ce ne sono centomila che vengono trattati come immondizia.

Essere attrice oggi, Nancy, cosa significa?
Essere molto saldi. Negli ultimi anni io mi sono abbastanza concentrata sul teatro e negli ultimi due anni improvvisamente non si è più fatto niente, non iniziava nulla, è stato un tira e molla continuo, c’è voluta una grande forza di spirito. A un certo punto ho pensato di non averla, eravamo al secondo lockdown, e mi sono chiesta cosa poteva succedere se fosse continuata così. Fortunatamente c’è sempre qualcosa nel sottoscala della ragione che ci tiene in piedi.

Come si arriva al cuore degli spettatori?
Non credo che ci sia una regola. In teatro serve molta tecnica, molto ascolto, il pubblico va sentito, cosa prova, se è concentrato o no, se è leggero o profondo, televisivo o colto. Bisogna essere attenti a riconoscerlo, e da questo si capisce come arrivarci, a quel cuore.

E’ vero che ogni sera la gente cambia?
Certamente, e ogni recita dunque cambia con tutti loro, con il pubblico. In questo spettacolo viene richiesto un bello sforzo di concentrazione agli spettatori, viene chiesto loro di stare attenti perché gli arriva addosso una slavina di parole e di emozioni.

Il pubblico ha sempre ragione, come il famoso “cliente”?
No. Però ha sempre diritto che gli si dia il cento per cento quella sera, qualsiasi sia. Comunque è gente che è uscita, ha fatto una scelta, non sono persone che sono rimaste a casa, passive.

I benefici del teatro, soprattutto in questo periodo storico, quali sono? Assumono un senso ancor più esteso?
Intanto sono quelli di riunire, far comunità, ricominciare ad avere rapporti con gli altri. Tanti di noi sono spaventati proprio in questo: ci si è chiusi nel proprio microscopico mondo e non si va oltre. Tante persone, purtroppo, e difatti stanno male. Abbiamo bisogno dello scambio, siamo animali sociali, abbiamo bisogno del confronto, di ridere insieme, condividere. Il teatro è aggregante, emozionarsi insieme avvolge, c’è energia. E fa sentire benissimo.

Lo spettacolo più bello che ha fatto o la persona più professionalmente interessante che ha incontrato?
Direi che non c’è. Di ogni spettacolo e di ognuno ho amato o detestato delle cose. Se vogliamo parlare di registi, quello più bravo con cui ho lavorato è stato Marco Sciaccaluga, mi ha fatto vedere delle cose di me che non avevo mai visto.

Torniamo a “Manola”. Il suo personaggio come lo vede, com’è?
Anemone è come il sole, la luce, luminosa, gioiosa, molto superficiale, impersona il disimpegno e la gioia di vivere. Sua sorella Ortensia è tutto il contrario. Le due gemelle iniziano a litigare fin da prima della nascita, da dentro la pancia della mamma. E Manola è un fantomatico personaggio a cui loro si appellano in continuazione chiamandola in causa, attirando l’attenzione. Le viene raccontata qualsiasi cosa, quand’erano bambine, la scuola, la scoperta del sesso, gli ideali e tutto il loro mondo, in due modi opposti. La sfida da parte di tutte e due le gemelle è riuscire a ottenere il consenso di Manola, che è il pubblico, per cui noi sfondiamo la cosiddetta quarta parete e parliamo direttamente lì.

A fare la regista ci pensa mai?
Si’, l’avevo pensato anche per “Manola”, insieme a Chiara Noschese, poi si è bloccato tutto e quando i teatri hanno richiamato per sapere se lo mettevamo in scena, dopo un periodo così complicato abbiamo pensato che era meglio farsi servire su un piatto d’argento la commedia, visto anche che sarebbe stato tanto faticoso. Con la regia di Leo Moscato, che muove queste due donne in un mondo bloccato, come se fossero totalmente a loro agio.

C’è qualcosa che vuole dedicare al teatro, e a questo Paese ?
Che ci sia una valorizzazione del merito, che ai posti di comando ci siano persone competenti, che ci sia ascolto. Purtroppo non c’è, e io me ne rendo conto nel mio piccolo. Quindi dare retta alle persone, non un ascolto soltanto per procacciare un eventuale voto o promessa ma per vedere le reali necessità e i desideri. E che ci sia anche un rispetto da cittadini, della cosa comune, per il bene di tutti. Credo che sia molto importante.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Venerdì, 11 Marzo 2022 18:21

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