martedì, 05 marzo, 2024
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INTERVISTA a ROMINA MONDELLO - di Francesco Bettin

Romina Mondello. Foto Federica Frigo Romina Mondello. Foto Federica Frigo

I suoi lineamenti richiamano ricordi mediterranei, la sua “Jackie” che ora sta portando in giro nei teatri e riprenderà anche la prossima stagione, è un frutto di passione e sofferenza, e di quella tecnica che lei stessa, da attrice, ha assimilato molto negli anni. Incontriamo Romina Mondello, parlando della sua ultima fatica ma anche scoprendo le sue vedute e la sua esperienza. Partiamo proprio da “Jackie” lo spettacolo scritto da Elfriede Jelinek, che abbiamo visto a Vicenza al teatro Comunale, dove l’abbiamo incontrata.

Che personaggio è realmente, Jacqueline Kennedy? Cosa arriva di lei alla gente?
E’ una donna, con le sue enormi fragilità sul limitare della vita, quindi all’ultime respiro. E’ in quel momento infatti, in quegli ultimi respiri che fai che hai davanti tutto quello che hai fatto, quello che sei stata, che sei, che avresti voluto essere. Il suo è un bilancio, a singhiozzi, ripercorrendo la sua vita ma in maniera sincopata, non c’è una linearità. Soprattutto si aggancia a dei fantocci, che si vedono in scena, che interpretano i vari personaggi che hanno attraversato la sua vita.

Uno scavare profondamente, caparbiamente in se stessa?
Sì, ogni tanto le viene in mente un pensiero, un’immagine, un trascorso particolare di quella che è stata la sua esistenza. Ci sono dei momenti salienti, come ovviamente la morte di Jack, chiamato così dall’autrice, che è John Fitzgerald Kennedy, il presidente. Quello è un momento davvero drammatico che ha segnato la storia e la vita di questa donna, allo stesso modo.

Che cosa scopre di se stessa, o sapeva già di essere?
E’ sicuramente una donna che è stata cinica, che ha accettato l’enorme compromesso della vita, legatissima alla madre che l’ha spinta a diventare, ad esaltare quello che c’era forse potenzialmente in lei ma che in essere non era così semplice da poter esprimere, e che l’ha spinta a sposarsi. In quegli anni poi si facevano i matrimoni di convenienza, e per Jacqueline stessa quello con Kennedy era veramente il matrimonio perfetto, il coronamento di un sogno. Quindi più che un personaggio è una donna controversa che alla fine si tende anche ad amare, anche perché tendiamo ad innamorarsi delle fragilità, andando a vedere quello che c’è stato di positivo soprattutto quando c’è una fragilità di fondo, ci aggrappiamo a quella. Lei alla fine della vita forse si riscatta un po’, nel senso che capisce che forse sarebbe stato meglio, semplicemente, essere, invece di apparire.

Secondo te Jackie ha vissuto dei momenti di felicità?
Difficile dirlo, dev’essere terribile accettare quel compromesso, tutti quei lutti in famiglia, quelle cose insabbiate, il fatto di tener tanto la testa sotto la sabbia. E’ una visione a due vie, il dispiacere per l’abisso nella quale è sprofondata e la caduta del mito. La Jelinek poi nel testo accennava anche al rapporto con Onassis, noi abbiamo sorvolato. Anche dopo la morte di Kennedy lei è andata comunque a cercare un uomo superpotente, dove la cosa più importante di tutte era il denaro, non ha imparato la lezione. Sicuramente poi è stata presa nel vortice, perché quando si arriva in certe situazioni tutto quello che avviene diventa più grande di te, e ti mangia. E’ stata enormemente infelice, è morta di cancro, è una donna che si è ammalata per tutto quello che ha fatto, per i rimorsi, quello che vissuto. Accettando il compromesso è stata consapevole, è stata burattinaia della sua vita ma ha tirato i fili sbagliati.

Parliamo di te, oggi, di questo periodo che in qualche modo sembra ci stiamo lasciando alle spalle. Ccsa ti lascia dietro personalmente?
E’ un periodo difficile, parlare anche oggi di morte, solitudini, anima, dolore, è difficile davvero. Anche per questo ritengo che ho fatto una scelta coraggiosa nel proporre questo testo che quando ho letto mi ha veramente catturata. Quindi ho sperato che anche la gente, il pubblico potesse trovare un messaggio se vuoi, sempre positivo, di speranza. Guardarsi allo specchio e rendersi conto, soprattutto in questo momento storico dove l’apparire è tutto, ed è fondamentale invece ritornare ad essere unici, anche qualcosa di più semplice. Forse potrebbe giovare davvero a tanti. Spero che anche attraverso lo spettacolo si colga non solo il dolore ma anche il messaggio che può nascere dalla riflessione.

Davanti a noi, già al presente, possiamo parlare di essere ritornati a una buona quotidianità?
Complicato è difficile lo è stato, e molto, e ancora lo è. Io stavo portando in scena “Medea” e si è interrotto tutto, arrivata la pandemia c’è stato come sappiamo il dramma per tutti. Per questo anche, adesso abbiamo pensato di metter in scena uno spettacolo tra virgolette più semplice che comunque non mi piace considerare un monologo, perché in scena con me quei fantocci sono dei veri personaggi che vivono, respirano insieme a me fino all’ultimo. Non parlano da soli, ma attraverso Jackie sicuramente sì. Ora il ritorno è difficile, credo di aver fatto una scelta coraggiosa però non riesco a fare questo mestiere in un altro modo. Questo lavoro nasce per me dalla vera, sentita esigenza di raccontare qualcosa, comunicare qualcosa di importante, anche magari essendo impopolare. Del resto non mi è mai interessato essere popolare, non è quello che ricerco. Piuttosto bado a qualcosa che sia personale, mio. Sono consapevole che non si può piacere a tutti, sto cercando il mio pubblico, persone che siano simili a me e che abbiano voglia di fare un percorso di vita insieme a me. Lo sento proprio come necessità.

Quindi il teatro è l campo dove ti muovi meglio?
E’ la dimensione dove più ho la possibilità di riflettere, di avere più tempo per lavorare su un testo. Per “Jackie” stesso, se lo spettacolo inizia ad avere una tournée un po’ più “corposa” si arriverebbe a uno studio di qualcosa di importante, che porterebbe sicuramente a qualcosa di migliore. Perché, poi, il teatro è vivo, e si modifica nel tempo.

Quali sono le energie cardinali, necessarie che servono per andare in scena?
Per quanto mi riguarda, da sempre è la mia famiglia, i miei affetti cari, mio figlio e mia madre. Sono fondamentali. Riesco ad avere la serenità giusta per poter lavorare se sono serena a casa.

E tu Romina, che sentimenti provi per una donna come Jackie?
Sono molto solidale a questo modo di concepire la vita, sono un essere umano che va all’essenza delle cose, priva di orpelli. Sembra contraddittorio ma io amo apparire solo come esigenza , non per forza. In questo testo scopriamo anche cose di lei che non sono poi così note, anche la scrittura, che le era veramente imprescindibile tanto quanto i suoi abiti, i suoi vestiti. E poi, questa ossessione per Marilyn, l’alter ego del femminile.

Come riesci, tu, Romina, a essere in scena finzione e realtà? Come convivono in te sul palcoscenico?
Io sono, vivo e divento esattamente il personaggio, non c’è differenza tra le due. Facendo in questo caso un monologo, poi, che non è mai semplice, bisogna veramente “essere” un’altra donna, ed è bello diventare qualcuno diverso da me stessa, che entra dentro la mia pelle.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 01 Marzo 2022 01:31

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