martedì, 05 marzo, 2024
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INTERVISTA a LIV FERRACCHIATI - di Nicola Arrigoni

Liv Ferracchiati Liv Ferracchiati

Quella fantascienza che assomiglia troppo al nostro futuro
Intervista a Liv Ferracchiati di Nicola Arrigoni

«Tre persone, quasi un triangolo. Una nave, diretta al polo.  La catastrofe climatica, tutta attorno. E il mondo: prossimo alla fine». Sembrano essere questi gli ingredienti di Uno spettacolo di fantascienza di Liv Ferracchiati - produzione di MARCHE TEATRO, CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, Teatro Metastasio di Prato - è un viaggio distopico ma non troppo irreale in un futuro che collima con il nostro presente. In scena oltre a Liv Ferracchiati anche Andrea Cosentino e Petra Valentini. Identità, il qui ed ora del teatro, un futuro che assomiglia al presente e un presente che ha in nuce un non certo incoraggiante futuro: sono queste alcune delle suggestioni che promette di regalare Uno spettacolo di fantascienza, un progetto drammaturgico che ha avuto una sua genesi particolare come spiega il regista e drammaturgo. In prova in questi giorni al Teatro Sperimentale di Ancona, lo spettacolo debutterà il 26 e 27 febbraio, poi in scena a Udine al Teatro San Giorgio il 4 e 5 marzo. In scena oltre a Liv Ferracchiati ci sono Andrea Cosentino e Petra Valentini, il dramaturg di scena è, Giulio Sonno, le scene e i costumi dono di Lucia Menegazzo, le luci di Lucio Diana e il suono di Giacomo Agnifili. A raccontare come è nato Uno spettacolo di fantascienza è il regista Liv Ferracchiati, alla vigilia del debutto.
«È nato durante l’esperienza dell’École des Maîtres diretta da Davide Carnevali, un progetto internazionale di studio e confronto tra drammaturghi di diverse nazioni – spiega - . Ho preso questo momento come un momento di pura ricerca, quindi ho deciso di affrontare un tema molto ampio e impegnativo, ossia quello della “rappresentazione identitaria” che avviene attraverso l’assunzione di segni convenzionali. Il testo che ho consegnato alla fine del progetto è solo in parte quello che vedremo ora in scena, questo perché credo che sia necessario cominciare a pensare la materia teatrale e, più in generale creativa, come un organismo vivente che si conosce e forma durante il processo di prova. Insomma, a mio avviso, avere già un testo scritto, un’idea di spazio predefinita credo tolga slancio creativo. Se so già esattamente cosa andrò a fare, se non scopro nulla di nuovo, a che serve quello che sto facendo? Confezionare uno spettacolo è qualcosa che non mi interessa, piuttosto mi assumo un rischio».  

Quanto nella sua esperienza di autore/drammaturgo pesa la scrittura a tavolino e quanto emerge in sala?
«Come si può intuire decisamente pesa di più la scrittura che nasce dal lavoro in sala, di solito a tavolino scrivo molto, o studio molto, ma la materia mi si presenta in scena e cerco di intuire come vuole essere declinata».

Si sente più regista o drammaturgo?
«Tutto il mio lavoro nasce dalla “parola”, poi prende anche altre strade, ma sono uno che scrive. Credo di essere un autore».

Nello spettacolo c'è Andrea Cosentino, un interprete eccentrico rispetto alla tradizione attoriale italiana, senza nulla togliere agli altri interpreti. Perché ha scelto un attore che nel suo porsi è di per sè autore di un modo di essere?
«Trovo Andrea Cosentino un interprete e un autore geniale. Credo sia questa la risposta. In Uno spettacolo di fantascienza Andrea sta lavorando come interprete, regalando alla mia drammaturgia il suo magnetismo e i suoi tocchi di comicità. Andrea è, inoltre, in scena insieme a Petra Valentini, un’attrice di grande talento, di formazione più classica, se così si può dire, che io sto deviando. Scherzo. Le etichette mi interessano pochissimo, sono due interpreti di pregio, che stanno scenicamente bene insieme, diversi e complementari. Diciamo che categorizzare artisti e interpreti è poco sensato, ogni nuovo progetto è una storia a sé».

Quanto il lavoro su Platonov di Cechov, La tragedia è finita, Platonov conta nel suo percorso artistico?
Moltissimo.  Intanto perché era un progetto che preparavo da tanto e poi perché Čechov è un autore per me famigliare. Tutti i grandi autori fanno vibrare corde intime, ma Čechov è come se scrivesse in una lingua che intendo, pur nella sua complessità. Sarà per la sua ironia, per la sua predisposizione allo scherzo, anche laddove non sembrerebbe. Čechov è un autore comico e intimo, bisognerebbe smettere di dire che nei suoi testi non accade niente, nei suoi testi ci sono rivolgimenti destabilizzanti. Per rispondere Platonov è stato molto importante perché ha segnato un primo moto di coraggio per approcciare a quest’autore che forse non finirò mai di studiare e ha messo le basi per uno dei prossimi lavori a cui mi dedicherò: Il gabbiano, certo a modo mio.

Con che categoria drammaturgica si sente di definire Uno spettacolo di fantascienza?
«Come dicevo trovo le categorie, seppur utili a comunicare, piuttosto riduttive, per altro è di questo che parla lo spettacolo. Uno spettacolo di fantascienza è un testo in cui cambia bruscamente il linguaggio, ci sono due modi di rappresentare e, dunque, di scrivere, molto diversi tra loro. Anche la scrittura drammaturgica segue delle regole e delle convezioni e assumerne una o un’altra definisce il profilo di chi scrive. In questo modo, quando uno spettacolo inizia sai anche più o meno in quale stile terminerà. Cosa succede però se, inaspettatamente, questo varia e in un modo in cui non ci aspetteremmo? Come si muove la nostra percezione? Dove ci posizioniamo? Come cerchiamo di decifrare quello che abbiamo davanti? Spererei che durante lo spettacolo allo spettatore capiti di sentirsi un po’ spiazzato, un po’ spaesato pur percependo un filo conduttore, come a tutti capita quando cerchiamo di definire gli oggetti intorno a noi, le altre persone e la vita.A ogni modo, credo sia uno spettacolo ironico e che invita ad essere autori di sé, creativi, senza prendere troppo sul serio quello che sembra assodato».

Quanto nel lavoro che ha preparato entra il suo libro Sarà solo la fine del mondo
«Sicuramente è un proseguimento della riflessione su come costruiamo e decostruiamo, nel tempo, i nostri tratti identitari, di come inconsapevolmente aderiamo a certi canoni. Crediamo che le cose, siccome sono sempre andate così, sia naturale che sia così. Il protagonista del mio libro, Guglielmo Leon, nasce in un corpo femminile, non si riconosce in questa anatomia e, dunque, senza cambiare i tratti fisici, inizia a vivere nel ruolo maschile, ossia in quello che culturalmente definiamo l’essere “uomo”. Peccato che andando avanti nel tempo si accorge che è un’altra gabbia, che ha comunque altre regole di rappresentazione e, dunque, intuisce che non ha molto senso né definirsi “uomo”, né definirsi “donna”. Ma scoperta delle scoperte è che non ha senso per nessuno, nemmeno per chi non si definisce persona transgender. Piuttosto è auspicabile una composizione creativa della propria identità, secondo quello che ognuno sente più proprio e stimolante per sé. La nostra società punta il dito contro chi è considerato “diverso”, ma siamo tutti differenti tra noi e per essere diverso ci dev’esser un punto di vista da cui si guarda, un punto di vista che si può rovesciare. Ad esempio io sono convinto che chi nasce in un corpo femminile e si definisce “donna”, ha costruito la sua identità a livello di espressione di genere (dunque tagli di capelli, vestiti, gusti etc) esattamente come chi nascendo sempre in un corpo femminile ha costruito però la sua identità a livello di espressione di genere come “uomo”. Una predisposizione naturale indirizza verso un codice di rappresentazione, ma sempre di un codice si tratta, è solo una convenzione che sia quello e non un altro. Se un corpo maschile indossa una gonna non è tanto più eccentrico di quando indossa un paio di pantaloni, sono regole che abbiamo creato noi nel tempo, regole che possono cambiare e che, anzi, stanno già cambiando, per fortuna. Per cui consiglio una gonna o dei pantaloni comodi».

UNO SPETTACOLO DI FANTASCIENZA
testo e regia Liv Ferracchiati
con (in o.a) Andrea Cosentino, Liv Ferracchiati e Petra Valentini
aiuto regia Anna Zanetti
dramaturg di scena Giulio Sonno
scene e costumi Lucia Menegazzo
luci Lucio Diana
suono Giacomo Agnifili
lettore collaboratore Emilia Soldati
realizzazione costumi in collaborazione con Sartoria Teatro delle Muse
produzione MARCHE TEATRO, CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, MET Teatro Metastasio di Prato

Ultima modifica il Mercoledì, 23 Febbraio 2022 19:53

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