martedì, 05 marzo, 2024
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INTERVISTA a GIORGIO MARCHESI - di Francesco Bettin

Giorgio Marchesi. Foto Roberta Krasnig Giorgio Marchesi. Foto Roberta Krasnig

Il suo “fu Mattia Pascal”, adattato da Pirandello firmandone anche la regia assieme a Simonetta Solder ha debuttato a Vicenza in prima nazionale pochi giorni fa, ora è un po’ in giro per l’Italia, Roma compresa. Giorgio Marchesi lo ha realizzato per il teatro portandolo in scena accanto al musicista Raffaele Toninelli, proponendo una versione fresca, moderna del personaggio di Luigi Pirandello. Marchesi è formato professionalmente a Padova, poi a Bergamo, sua città, dove ha fondato il Teatro Sghembo, e a San Miniato. E’ interprete di diversi testi teatrali, ma anche di molte fiction e film tv (“Braccialetti rossi”, “I Medici”) e nel cinema lo si ricorda in “Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek, “Romanzo di una strage”di Giordana. Lo abbiamo incontrato prima del debutto vicentino.

Come inizia la tua avventura teatrale?
Ho cominciato tardi, facendo il primo corso di recitazione a 23 anni, e mi sono subito innamorato del teatro. I miei inizi sono al Bel Teatro di Padova e già alla fine del primo anno, dopo il saggio, andavamo in giro per i paesini con “Arlecchino servitore di due padroni”, era un gran divertimento, una passione grande che non mi faceva sentire nessuna stanchezza.

Avresti mai pensato che sarebbe diventato il tuo lavoro?
No, assolutamente, nemmeno quando sono andato a Roma, pensavo magari di provarci ma non sapevo certo cosa sarebbe accaduto, invece devo dire che è andata bene.

In privato Giorgio Marchesi che tipo è, che interessi ha?
Appena posso vado a teatro, al cinema e sto tornando anche a vedere le mostre. E mi piace molto stare nel verde. La famiglia poi mi assorbe tantissimo tempo, appena posso stiamo tutti assieme.

Sei in scena con “Il fu Mattia Pascal”un bell’adattamento del romanzo di Pirandello dove sei anche regista insieme a Simonetta Solder. Vogliamo ricordare qual è il tema dominante?
Quello dell’identità, che si troverà molto spesso presente anche nei lavori successivi di Pirandello. Ci sembrava molto importante affrontarlo, rispetto a un’identita non che ci ritroviamo già ma che possiamo sceglierci. Quello che mi ha colpito è l’inventarsi un passato, un futuro, come si vorrebbe provare a essere un altro. Mi interessava come chiunque possa inventarsi delle vite parallele, vedi ad esempio nei social, dove più o meno tutti presentiamo un’identità che non è proprio la nostra. E farei proprio questa domanda a un giovane: Come ti reinventeresti tu? Che è anche il tema della rinascita, poi, se guardiamo bene.

Come l’hai impostato lo spettacolo?
Mi piaceva raccontare una storia che non è specifica nel tempo, non è quella del 1904 insomma. Leggendolo ho trovato un’ironia che andava in contrasto con il fatto di essere considerato una grandissima tragedia. Il primo pensiero è stato di tener su il ritmo, di dargli un po’ di leggerezza per poterlo proporre a un pubblico anche di giovani, che magari si sarebbe spaventato di fronte a una messa in scena diciamo più classica. Credo che a loro bisogna far capire che il teatro non è sempre pesantezza, usando anche qualche accortezza che li possa avvicinare a certi testi, certi autori.

Per quanto riguarda la musica in scena, suonata dal contrabassista Raffaele Toninelli, che impronta gli avete dato per inserirla nel testo?
Molto moderna, ci sono pezzi funky, blues, house music, in alcuni momenti diventa quasi una colonna sonora, anche questo per sdrammatizzare, per proporre un sorriso mentre si ascolta la storia.

Come vedi Pirandello nella contemporaneità?
Certe cose sono eterne, come quello che dicevo prima, il tema identitario, anche in questo testo certe cose, come si vede, rimangono negli anni. Sicuramente lo trovo molto attuale, personalmente poi ho preso la semplicità del racconto senza perdermi altri momenti importanti, e tenendo assolutamente la stessa lingua dell’autore. Pirandello rimane senz’altro attualissimo.

Un modello d’attore al quale ti sei ispirato o che apprezzi davvero tanto c’è?
Mi è sempre piaciuto molto Marcello Mastroianni, e ho una grande fascinazione per Ugo Tognazzi, e per quel suo spirito goliardico notevole, era una cosa che mi ha sempre ispirato simpatia. Questo oltre la stima che ho per l’attore, naturalmente. Me ne vengono in mente anche tanti altri, cito certamente anche Gian Maria Volontè, che dal punto di vista della qualità attoriale era straordinario. E Ennio Fantastichini, che conoscevo e apprezzavo e che proprio con Volontè aveva un rapporto particolare.

Qual è la cosa migliore per il giusto rispetto al pubblico, da attore?
Direi cercare in tutti i modi di essere il meno possibile un divo, sicuramente.

Il periodo duro del lockdown come l’hai vissuto?
Durante quel periodo personalmente ho fatto molta fatica con il lavoro, mi sembrava talmente grande quello che stava accadendo che non avevo voglia di apparire, mi sono quasi dimenticato del mio mestiere. Essendo di Bergamo, poi, forse ho anche vissuto la cosa in modo diverso, mi ha molto scosso tutta la situazione. Per un po’ mi è anche sembrato che il nostro lavoro non fosse di un’urgenza tale rispetto alla vita delle persone, sapendo sempre dell’importanza che ha invece come forma d’arte, che ci ha anche salvato da un certo punto di vista. Guardavo i ragazzi, anche i miei figli, mi sembrava molto importante dare a loro la possibilità di ritornare a uscire di casa, appena fosse stato possibile.

Prima di entrare in scena l’emozione è sempre la stessa?
Purtroppo la sento moltissimo, ovviamente dopo qualche giorno che fai lo spettacolo la si gestisce meglio. Quando faccio qualcosa per la prima volta sono molto teso, ma credo che questa emozione sia anche bella perchè mi fa sentire vivo. L’altra cosa è che più si va avanti col tempo da un lato si hanno più certezze, e dall’altro si hanno più cose da giocarsi, si sente di avere più responsabilità. “Il fu Mattia Pascal” è per me una grandissima scommessa, è la prima volta che adatto un testo, ringrazio anche Simonetta Solder che mi ha dato una mano. La ritengo un’esperienza molto particolare.

Il grande successo di questo periodo su RaiUno con “La sposa” ti ha cambiato il modo di vivere? Come lo gestisci?
No, il successo non sta cambiando molto il mio modo di prendere la vita e il lavoro, certo magari dopo un riconoscimento così da parte di pubblico e critica da questo punto di vista mi piacerebbe trovare degli altri ruoli altrettanto importanti, altrettanto complessi, per provare un’altra sfida.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Sabato, 12 Febbraio 2022 12:29

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